È l’omofobia il problema, non l’omosessualità

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Il 17 maggio 1990 l’Organizzazione Mondiale della Sanità cancellava l’omosessualità dall’elenco delle malattie mentali, definendola per la prima volta “una variante naturale del comportamento umano”: da allora il 17 maggio è la Giornata mondiale contro l’omofobia. A distanza di una generazione, nella realtà odierna l’omosessualità è ancora oggetto di discriminazione, penalizzazione e violenza, anche mortale. Sono infatti 73 gli Stati al mondo in cui l’omosessualità è un crimine, punito con la detenzione, se non con la condanna a morte. Recenti sono ad esempio le terribili notizie relative ad arresti, torture e uccisioni di gay in Cecenia e la rapida diffusione di appelli alla Russia affinché ponga fine a tali azioni: giusto la scorsa settimana Yuri Guaiana, ex segretario dell’associazione Certi Diritti, è stato arrestato insieme ad altri attivisti russi mentre stava consegnando alla Procura generale di Mosca 2 milioni di firme contro le violenze sugli omosessuali.

E anche in quei Paesi laddove le libertà democratiche sono una realtà consolidata, non è affatto scontato che gli omosessuali godano degli stessi diritti civili degli altri cittadini, un elemento che determina di fatto la loro condizione di ineguaglianza all’interno di detti Stati. L’Italia è tra questi Paesi. L’adozione appena un anno fa della legge sulle unioni civili ha finalmente aperto la strada alla regolarizzazione di quelle realtà di convivenza di coppie, sia etero sia gay, con l’attribuzione di diritti e doveri paragonabili, seppur non identici, a quelli previsti dall’istituto del matrimonio. Tuttavia molti punti rimangono volutamente inesplorati dalla politica: in primis il controverso nodo dell’adozione dei figli. Se la normativa approvata esclude esplicitamente la possibilità di adottare il figlio legittimo del partner (la cosiddetta “stepchild adoption” su cui si è molto dibattuto), di fatto nel corso degli ultimi mesi i tribunali hanno via via riconosciuto tale opzione, seppur dovendo valutare di volta in volta il caso senza poter fare invece riferimento a una ancora inesistente norma al riguardo. In secondo luogo la legge che avrebbe dovuto introdurre nell’ordinamento italiano il reato di discriminazione e istigazione all’odio e alla violenza omofobica è ferma da anni al Senato, dopo l’approvazione alla Camera nel settembre 2013, nonostante essa sia stata formulata con particolare attenzione a non incrinare “la libera espressione di convincimenti o opinioni riconducibili al pluralismo delle idee” (quali assunte da religioni, culture, formazioni politiche o sindacali) che non costituiscono una forma di discriminazione. Il reato di discriminazione con l’aggravante dell’omofobia è stato dunque temperato con la salvaguardia piena della libertà di espressione, purché non costituisca un istigamento all’odio e alla violenza. Un limite che resta tuttavia ben difficile da identificare quando proprio negli ultimi anni il cosiddetto movimento “no gender” sta creando un clima di ostilità verso le persone LGBTI e verso qualsiasi azione a sostegno o di educazione alla parità uomo-donna.

Nell’inaccettabile lunga attesa che il Parlamento legiferi in materia, dinanzi a episodi di cronaca violenta e di bullismo aventi per oggetto la discriminazione omofoba che non accennano a diminuire ma che anzi sono reiterati e potenziati grazie alla forza del web e dei social network, alcune Regioni hanno deciso di muoversi. È l’Umbria ad avere per prima licenziato una legge contro la discriminazione verso omosessuali e trans lo scorso aprile, intesa come “attesa, necessaria e di civiltà”. Nella norma contro la omotransfobia, innanzitutto “la Regione riconosce che ogni tipo di discriminazione e violenza contro le persone in ragione del loro orientamento sessuale o dell’identità di genere costituisce una violazione dei diritti umani fondamentali alla vita, alla sicurezza, alla libertà, alla dignità personale e sociale, all’integrità fisica e psichica, e può costituire un pericolo per la salute e un ostacolo al godimento del diritto ad un’esistenza sicura, libera e dignitosa”. La promozione dell’integrazione attraverso azioni specifiche nell’ambito della formazione e del lavoro, della scuola e del sistema socio-sanitario è presa in esame nei diversi commi della legge che è specificamente indirizzata a prevenire le discriminazioni per motivi derivanti dall’orientamento sessuale o dall’identità di genere.

Anche il Consiglio regionale della Campania ha adottato all’unanimità ai primi di maggio una disposizione di legge in materia; seppur inserita in una norma sulla prevenzione del cyberbullismo, è comunque percepito come fondamentale l’obiettivo di contrastare le discriminazioni in ambito scolastico in base all’orientamento sessuale e all’identità di genere, anche in questo caso in attesa di una legge nazionale in materia sul bullismo (ferma alla Camera dopo l’approvazione al Senato). Probabilmente a breve anche l’Emilia-Romagna e la Toscana legifereranno in materia, così come altri territori nazionali, se la norma nazionale continuerà a non essere varata. Un modo come un altro della politica nazionale per voltare lo sguardo da un’altra parte mentre il fondamentale principio costituzionale della non discriminazione viene fatto a pezzi a suon di episodi di cronaca nera e di continui, pressanti attacchi verbali.

Miriam Rossi

Miriam Rossi (Viterbo, 1981). Dottoressa di ricerca in Storia delle Relazioni e delle Organizzazioni Internazionali, è esperta di diritti umani, ONU e politica internazionale e autrice di diversi saggi scientifici e di una monografia in materia. Attualmente impegnata nel campo della cooperazione internazionale, è referente per l’associazione COOPI Trentino e collabora con altre realtà del Terzo Settore a livello di formazione, progettazione e comunicazione.

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