Dobbiamo avere paura del velo?

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«Affascinanti e divinamente enigmatiche: perderebbero di certo la loro prestigiosa bellezza se si strizzassero negli abiti delle donne europee». Parole di Hubertine Auclert, madre del femminismo moderno, di fronte alle donne velate di Algeri. Sono considerazioni sbalorditive per chi lo ha sempre visto con sospetto. Del resto, il pensiero comune occidentale lo ha sbrigativamente etichettato come strumento di oppressione della donna, e non c’è dubbio che lo sia nelle società caratterizzate da una maggiore impronta patriarcale. Tuttavia, il cosiddetto “velo islamico” ha una storia ben più ricca da raccontare. Una storia dalle molte sfumature, e a tratti sorprendente. Sarà bene partire da un punto: l’idea di rivestire il capo delle donne con un drappo, allo scopo di “proteggerne” il viso da sguardi indiscreti, deriva da una tradizione preislamica, risalente alle civiltà mesopotamiche. Solo molto più tardi si diffuse nella Penisola arabica e nel bacino del Mediterraneo. È dunque erroneo considerare l’adozione del velo come conseguenza dell’avvento dell’Islam.

Islamico sì, islamico no. È vero il contrario: l’Islam ha assimilato una consuetudine precedente -con cui è venuto in contatto per contiguità geografica- e l’ha perpetuata fino ai nostri giorni; così come ha fatto il Cristianesimo con un ampio numero di riti pagani, sopravvissuti al suo interno attraverso delle trasfigurazioni: si pensi alla celebrazione del Natale, che si è sovrapposta alla cerimonia del solstizio d’inverno, o alla Candelora, che rievoca una festività già cara ai romani. Lo stesso è avvenuto, in ambito islamico, per l’uso del velo. Lo confermano le fonti storiche, che peraltro segnalano un costume analogo nelle area d’influenza cristiana, benché limitato a particolari circostanze.

Una religione particolare. Quanto detto non significa, naturalmente, che l’utilizzo del velo non rivesta una posizione significativa nel campo dei dettami della fede: lo stesso libro sacro dell’Islam, il Corano, ne suggerisce l’impiego per ragioni di decenza e, a detta di alcuni orientalisti, per prevenire possibili conflitti derivanti da attenzioni indesiderate. Detto ciò, bisogna tenere conto del carattere sapienziale-controversiale della teologia musulmana: essa non è soggetta al vincolo di un’interpretazione unitaria, e si muove in un contesto caratterizzato dal dibattito continuo fra studiosi e guide spirituali di varia importanza. Questo fa che ogni pratica religiosa e ogni precetto evolva a seconda del clima storico, culturale e politico. Il velo non fa eccezione, e non sorprende che esso presenti diverse “fogge”, che variano in relazione al quadro geografico-politico e alla specifica scuola di pensiero in esso dominante: avremo così il ḥijāb -particolarmente diffuso in ambito nordafricano-, il nero niqab -legato alla versione ultraconservatrice dei sauditi-wahhabiti-, il chador –appartenente alla tradizione iranica-, il burqa -riconducibile alle specificità culturali afgane-, e altri ancora.

Nobiltà discreta. A ognuna di queste tipologie può essere associato un modello estetico, più o meno “coprente”, nonché una specifica collocazione della donna nell’universo sociale. Serve ribadirlo: il significato del velo, o per meglio dire dei veli, è mutevole; come lo è il ruolo della donna nelle diverse società musulmane. È interessante osservare, in tal senso, come molti storici valutino l’utilizzo di quest’ultimo -soprattutto nella prima era islamica- in termini di affermazione di una superiore dignità femminile. In origine, infatti, copricapi come il velo denotavano l’appartenenza a categorie sociali di vertice.

Il futuro in un libro. Tenendo ferma questa considerazione, emerge la funzione originaria del velo come segno di distinzione, in netta opposizione alla sua percezione contemporanea, fondata su una lettura prevalentemente oppressivo-afflittiva. Si tratta di un modo d’intenderlo che sta tornando in auge, in questo periodo di decisa contrapposizione fra società islamiche e mondo occidentale. Come scrive Bruno Nassim Aboudrar, professore di estetica all’università Paris III – Sorbonne Nouvelle, nel saggio “Come il velo è diventato musulmano”, coprirsi è ora una bandiera volta a rivendicare la propria identità culturale: «Qualcosa di cui andare fieri».

Percorsi invisibili. Benché possa apparire paradossale, il velo viene perfino sfruttato come opportunità di emancipazione della donna, in quei paesi in cui la circolazione femminile “a capo scoperto” viene vista con sospetto, ed è soggetta a pressioni e limitazioni: esso consente, infatti, maggiore libertà di movimento, creando margini di indipendenza dal nucleo famigliare.

Obiettivi. Tutto ciò dimostra quanto sia ingiusto coltivare un’opinione semplicistica e puramente negativa del velo, che non è (in sé) un sinonimo di sopraffazione. Il nodo fondamentale è che esso deve diventare (per tutti) nient’altro che una scelta, espressiva di un potere di autodeterminazione della donna, il più possibile ampio e tutelato. E deve esserlo soprattutto da noi, in virtù di principi costituzionali non certo negoziabili. In altre parole, fra le mille sfaccettature del velo, occorre favorire quelle che sappiano contemperare le diversità culturali con l’imprescindibile principio di parità dei sessi: questa è la sfida. Una sfida di cui non dobbiamo (e non possiamo) avere paura. 

Omar Bellicini 

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