Depenalizzazione e prevenzione: l’appello delle associazioni

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Foto: Pixabay.com

Di droga non si parla più come in passato, non perché il consumo si sia ridotto, ma in quanto le dipendenze sembrano essere diventati “normali” corollari della moderna società del consumo e dello scarto. Una sorta di rassegnazione che spesso si riflette sulle scelte politiche in materia, caratterizzate dall’immobilismo e da un approccio meramente repressivo e punitivo nei confronti del consumatore. In alcuni paesi le cose stanno iniziando a cambiare – negli Stati Uniti, ad esempio, o in Bolivia e in Canada, orientate verso la depenalizzazione delle droghe leggere. In Italia, invece, si parla di “occasione persa” da parte di questa legislatura, che non ha saputo dare un seguito alla tendenza positiva cominciata nel 2014 con la decisione, da parte della corte costituzionale, di cancellare tutti gli aggravamenti imposti dalla legge Fini-Giovanardi (la quale, ricordiamo, equiparava le droghe pesanti a quelle leggere). Ne sono convinti gli autori dell’ottava edizione del Libro Bianco sulle droghe, promosso dalla onlus La Società della Ragione, Forum Droghe, Antigone, Cnca e Associazione Luca Coscioni e con l’adesione di Cgil, Comunità di San Benedetto al Porto, Gruppo Abele, Itaca, Itardd, LegaCoopSociali, Lila, uscito il 26 giugno in occasione della Giornata internazionale contro l’abuso e il traffico illecito di droga.

“Il sistema di repressione penale e amministrativo continua ad essere al centro dell’applicazione della normativa italiana sulle droghe” spiegano gli autori, sottolineando come l’impianto del “Testo Unico sulle sostanze stupefacenti”, noto come Jervolino-Vassalli, sia rimasto repressivo e sanzionatorio. Ed è nel settore carcerario e della giustizia che se ne vedrebbero le conseguenze più nefaste. Secondo il Libro Bianco, infatti, nel 2016 sono tornate ad aumentare le presenze in carcere, dopo alcuni anni di diminuzione, così come è tornata ad aumentare la percentuale di detenuti per violazione della legislazione sulle droghe: 17.733 detenuti presenti in carcere al 31 dicembre 2016 lo erano a causa dell’art. 73 del Testo unico che punisce la produzione, il traffico e la detenzione di droghe illecite. “Si tratta del 32,52% del totale: un detenuto su tre”. A questi si aggiungono 5.868 ristretti per art. 74 (associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti o psicotrope), il 10,74% del totale, in calo rispetto al 2015. Ciò significa che “mentre i ‘pesci piccoli’ tornano ad aumentare, i consorzi criminali continuano a restare fuori dai radar della repressione penale”. Per quanto riguarda le segnalazioni al Prefetto, dopo il vistoso calo del 2015 tornano ad aumentare le persone segnalate per consumo di sostanze illecite (+17,92%), con una impennata delle segnalazioni dei minori (+237,15%). Peccato che solo 122 persone siano state sollecitate a presentare un programma di trattamento socio-sanitario (9 anni prima erano 3.008), mentre le sanzioni amministrative riguardano il 40,25% dei segnalati. Non a caso, la repressione colpisce per quasi l’80% i consumatori di cannabinoidi (78,98%). Seguono a distanza cocaina (13,68%) e eroina (5,35%) e, in maniera irrilevante, le altre sostanze.

La soluzione? Per gli autori del report dovrebbe passare innanzitutto dalla decriminalizzazione delle condotte legate alla circolazione delle sostanze stupefacenti. Che porterebbe con sé altri benefici. Lo studio dell’economista Marco Rossi (Università Sapienza di Roma), presente sempre all’interno del Libro Bianco, ha stimato i benefici della regolamentazione della cannabis in almeno 4 miliardi di euro: 3 miliardi dalle imposte sulle vendite; 200/300 milioni di euro dalle imposte sul reddito; 600 milioni dalla diminuzione spesa pubblica sulla sicurezza. La proposta di legge per la legalizzazione della cannabis (a cui hanno aderito un centinaio di parlamentari), insieme a quella di iniziativa popolare (che ha raccolto più di 50mila firme da parte dei cittadini), sembrano però destinate a finire in un nulla di fatto. “Chiediamo al Governo e al Parlamento di non stare più in silenzio ed abbandonare le politiche repressive che hanno finora portato tragedie e rovinato vite – ha dichiarato il presidente di Antigone, Patrizio Gonnella – D'altronde, come le più alte cariche della magistratura hanno detto, legalizzare significa togliere aria alla mafia. Ma significa anche assicurare salute ai ragazzi e ai consumatori. Infine significa risparmio di spesa pubblica.”

Una misura che dovrebbe, infatti, andare di pari passo con programmi di educazione e prevenzione, finora lasciati perlopiù alle associazioni di volontariato e a qualche servizio pubblico e privato.  La Comunità di San Patrignano, ad esempio, con il suo progetto WeFree si rivolge soprattutto ai giovanissimi, organizzando ogni anno degli incontri tra i ragazzi in percorso e 50mila studenti di tutta Italia. Un target scelto non a caso dato che, proprio secondo i dati dell’Osservatorio San Patrignano 2017 usciti anch’essi nei giorni scorsi, l’età media del primo contatto con le sostanze sarebbe infatti 14 anni, “perlopiù attraverso hashish e marijuana con una veloce escalation nell’uso di sostanze, passando per ecstasy, allucinogeni e anfetamina, per poi arrivare a cocaina (18 anni) ed eroina (19 anni)”. “Purtroppo stiamo assistendo ad un ulteriore aumento in questo anno – spiega il presidente della comunità San Patrignano Antonio Tinelli – A metà anno erano già 20 i minorenni entrati in comunità e temo supereremo di gran lunga il dato dei due anni precedenti, comunque in crescita. I giovani sono sempre più privi di riferimenti e per questo diventa indispensabile un lavoro sulla prevenzione”. 

Anna Toro

Laureata in filosofia e giornalista professionista dal 2008, divide attualmente le sue attività giornalistiche tra Unimondo (con cui collabora dal 2012) e la redazione di Osservatorio Iraq, dove si occupa di Afghanistan, Golfo, musica e Med Generation. In passato ha lavorato per diverse testate locali nella sua Sardegna, occupandosi di cronaca, con una pausa di un anno a Londra dove ha conseguito un diploma postlaurea, sempre in giornalismo. Nel 2010 si trasferisce definitivamente a Roma, città che adora, pur col suo caos e le sue contraddizioni. Proprio dalla Capitale trae la maggior parte degli spunti per i suoi articoli su Unimondo, principalmente su tematiche sociali, ambientali e di genere. 

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