Dalla piuma alle piante, la natura ti veste

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Foto: Unimondo.org

Lyocell, Primaloft, Econyl, Newcell. Neologismi che in queste ultimi giorni vanno tanto di moda? Anagrammi da decifrare? Esercizi di creatività di qualche linguista annoiato? No, niente di tutto questo.

I nomi in apertura sono solo alcuni di quelli che dovremo abituarci ad accogliere nel nostro modo di esprimerci su questioni di… moda. Qualcuno già li conosce, li utilizza con disinvoltura, li veste. Già, perché vestirci non significa solo stare al passo con le ultime tendenze, sentirci gratificati da un’apparenza estetica che ci soddisfa, coprirci dal freddo e dagli sguardi. E sono proprio le ultime news nel campo della moda a offrirci lo spunto per riflettere su cosa indossiamo: ci sono abiti - e fibre - che parlano apertamente di noi e di ciò in cui crediamo valga la pena in-vestire (non solo i nostri soldi ma anche il tempo che dedichiamo alla ricerca dell’abbigliamento).

La più recente tra le novità nell’ambito dei tessuti si chiama “seta d’America”: è morbida, luminosa e ha un nome scientifico esotico quanto prezioso, da tenere a mente. Sappiamo quanto sia controversa la questione delle piume d’oca utilizzate come imbottitura per coperte e giacche tecniche: anche se certificate e tracciate, come ad esempio le imbottiture dei piumini Patagonia, le piume d’oca rimangono un ostacolo invalicabile per chi è assolutamente contrario allo sfruttamento degli animali, vegani in primis. Ecco allora che all’orizzonte si profila un’alternativa valida e sostenibile, nonché cruelty free, offertaci dai semi di una pianta considerata infestante, appunto l’Asclepias Syriaca. I filamenti creati per proteggere i semi sono morbidi come l’ovatta e adatti a produrre una fibra leggera e naturale, resistente e impermeabile: parola degli alpinisti che hanno testato i primi capi. Al momento il luogo delle sperimentazioni più convincenti è Saint-Tite, Quebec, dove negli ultimi due anni gli agricoltori hanno coltivato questa specie vegetale, rendendosi conto tra l’altro degli enormi benefici che la sua presenza apporta, in termini di biodiversità, alle farfalle Monarca che depositano le uova sulle sue foglie durante la migrazione dal Canada al Messico.

Fortunatamente questa è solo la più recente delle alternative sperimentate e messe a punto per ridurre l’impatto ambientale e la violenza specista a favore di soluzioni eco-friendly. Ma non è l’unica. Non molto tempo fa proprio qui su Unimondo vi avevo parlato dei vestiti in fibre d’arancio nati dall’ingegno e dalla creatività di una start up trentina… bene, le fila dei tessuti disponibili vantano la presenza di altre opportunità interessanti, con costi simili a quelli della piuma se non minori. Vi invito a leggere l’articolo a questo link su Vegolosi.it, una ricca e variegata panoramica sulle possibilità di cui poco sappiamo ma di cui molto potremmo giovarci: al di là del più noto Primaloft, si va dalle fibre di banano agli scarti del caffè, dalle ortiche (sì, le ortiche!) alle alghe, dalla soia alla canapa, dal bambù all’econyl. In particolare, quest’ultima è una fibra prodotta attraverso un processo chimico che rigenera il nylon delle reti da pesca, soluzione tra l’altro recentemente adottata anche per le scarpe sportive e decisamente conveniente in termini ecologici per il riciclo di rifiuti a lunga decomposizione. In questa direzione vanno anche i capi di newcell, fibra ottenuta da materiali naturali a base di cellulosa, o lyocell, tessuto antibatterico prodotto da legno di eucalipto e utilizzato ad esempio per le sciarpe e i colli Buff, azienda molto attenta al proprio impatto ambientale.

Ecco allora che vestirsi significa anche operare scelte consapevoli ed etiche, che hanno conseguenze su chi condivide con noi questo pezzo di cammino su un Pianeta martoriato da pressoché ogni attività umana. Se questo mondo è vero che tendiamo a distruggerlo, è vero anche che, quasi in ogni ambito delle nostre vite, possiamo apprendere, esplorare e adottare stili di vita alternativi che possono aiutarci a rendere le nostre esistenze più sostenibili. Non ci resta che scegliere da dove cominciare.

Anna Molinari

Giornalista pubblicista, laureata in Bioetica presso la Facoltà di Scienze Filosofiche di Bologna, ha frequentato a Roma la scuola di Scienze politiche internazionali, cooperazione e sviluppo di Focsiv e ha lavorato presso il Ministero dell’Interno - Commissione per il Riconoscimento della Protezione Internazionale e il Consiglio Italiano per i Rifugiati. Dal 2011 cura per Fondazione Fontana Onlus e in provincia di Trento laboratori formativi e percorsi di sensibilizzazione rivolti a scuole e cittadinanza su temi a carattere sociale, con particolare attenzione a tutela ambientale, sovranità alimentare, stili di vita sostenibili ed educazione.

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