Dal tempio al casale, la filosofia diventa rurale

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Foto: Unimondo.org

La decrescita del pensiero, volevo proprio dire questo. Non è un lapsus, un’inversione sfuggita alla rilettura di un più sensato sintagma, quello del “pensiero della decrescita”. Ma facciamo un passo indietro, e capirete di cosa vi stia parlando.

Non volevo scrivere un nuovo articolo su una delle cosiddette esperienze di decrescita. Perché ce ne sono tante e alcune, a volte, molto simili tra loro, anche se ognuna a suo modo diversa, unica e speciale; perché mi sembra che siano ormai note e riconoscibili e facilmente rintracciabili; perché ve ne ho già raccontate alcune nel corso degli ultimi anni e forse c’è poco ora da dire, eventualmente rimane ancora molto da fare. Poi però non ho resistito, e ne ho trovata un’altra. O meglio, lei ha trovato me, attirando la mia attenzione e risvegliando affetti formativi dei tempi dell’università: la Casa filosofica. Un nome che non poteva che incuriosire una laureata in Scienze filosofiche. E infatti.

I protagonisti sono loro, Simona e Davide, trent’anni di studi e letture, di insofferenze a ritmi che non combaciano con i battiti del cuore e con il tempo dei pensieri. Anni a risalire la corrente del consumismo, che si porta a valle detriti non riciclabili, fatti di oggetti e materiali, ma anche di giorni persi a farsi trascinare dal vortice di una società che non corrisponde alle aspettative di una vita a misura di uomo e di donna. Simona e Davide, che hanno scelto di risalire le rapide e costruire una diga a riparo delle loro esistenze, una vita “lenta e pensata” come la chiamano loro, che permetta di plasmarsi come argilla fuori dagli schemi rigidi e impersonali di un mondo che aliena.

E allora nasce l’idea di una “casa fuori dal mondo”, situata in un contesto rurale che ha il sapore bucolico di alcuni passi di virgiliana memoria. Un ettaro di terreno con ulivi, querce, alberi da frutta, orto biologico, siepi aromatiche e, per aiutarli a ricordare che non tutte le correnti portano a valle detriti, un torrente che disseta e si propone quale colonna sonora ai silenzi che gli si affidano. Qualche gatto, una cagnolina e più di una passione da mettere in comune, dalle letture ai film, dalla musica al fai da te, dallo yoga al cucito. E alla ristrutturazione, che per chi si avvicina alla permacultura vuol dire armonia tra architettura e ambiente, tra opere umane e opere della natura. Senza dimenticare l’autoproduzione, che va dalla birra all’olio, dal sapone al pane, dalle marmellate alla frutta e alla verdura.

Nelle intenzioni di Simona e Davide la casa è anche un luogo conviviale, per scambiarsi idee e lavori: proprio per questo aprono le porte agli ospiti che desiderino condividere con loro un po’ di se stessi, pochi alla volta, perché anche nelle relazioni umane la qualità ha bisogno di tempi diradati e spazi atti a coltivare rapporti e amicizie. Durante la bella stagione, a Chiaramonte Gulfi (Ragusa) possono ospitare un paio di persone, in cambio di qualche ora di lavoro nella ristrutturazione della casa o nell’orto, in cucina o in giardino (circuiti: Workaway e Helpx). Un percorso che indubbiamente inserisce “la Casa” nell’alveo delle esperienze di società alternativa, tentativi cocciuti e necessari di lavorare a pratiche - economiche e sociali - che valorizzino competenze, prodotti e insieme relazioni, nel rispetto dell’ambiente e a favore di una sostenibilità a largo spettro.

Ma veniamo a quello che inizialmente mi ha incuriosita: perché casa filosofica? Solo perché i proprietari sono laureati in filosofia?... mmm, sarebbe troppo scontato. Come dicono Davide e Simona la casa porta orgogliosa questo nome perché la identifica come una casa pensata e pensante. Pensata perché la sua progettazione è un lavorio incessante e consapevole, accompagnato da un restauro lento e ragionato. Pensante perché culla la nascita di idee e pensieri, perché rappresenta quel locus amoenus dove riflessioni e meditazioni trovano il giusto spazio per esistere e germogliare. Un luogo quindi che favorisce lo studio sereno, l’osservazione, la sperimentazione e l’azione, che non affolla la mente e gli scaffali di libri e di pensieri che non saranno (ri)letti né praticati. Che, nonostante la professata tendenza al razionalismo e all’anarchismo, non può non ricordare quel più famoso ora, lege et labora già consigliato da Isidoro di Siviglia ma passato agli onori della memoria con San Benedetto, e qui declinato sui sentieri della ragione.

Come vi dicevo in apertura, più che la loro scelta è la proposta di come viverla a valere la pena del racconto. E’ la modalità di pensarla in un dialogo di mani e menti tra ulivi e orti, di sperimentarsi rinnovandosi aristotelicamente come una sorta di peripatetici della campagna, di vivere l’azione non come mera produzione in senso poietico (per dirla con parole di filosofia), ma incarnata nella praxis, pratica in senso autentico, in costante e continuo dialogo con l’etica.

Anna Molinari

Giornalista pubblicista, laureata in Bioetica presso la Facoltà di Scienze Filosofiche di Bologna, ha frequentato a Roma la scuola di Scienze politiche internazionali, cooperazione e sviluppo di Focsiv e ha lavorato presso il Ministero dell’Interno - Commissione per il Riconoscimento della Protezione Internazionale e il Consiglio Italiano per i Rifugiati. Dal 2011 cura per Fondazione Fontana Onlus e in provincia di Trento laboratori formativi e percorsi di sensibilizzazione rivolti a scuole e cittadinanza su temi a carattere sociale, con particolare attenzione a tutela ambientale, sovranità alimentare, stili di vita sostenibili ed educazione.

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