Dal Mediterraneo la salvezza?

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In questi giorni stiamo assistendo ad alcuni avvenimenti che ci fanno capire chiaramente che cosa comporti la globalizzazione. Lungi dall’essere una “unificazione” del mondo, basata su un determinato modello economico e politico, la globalizzazione diventa piuttosto una sorta di “saturazione” di uno spazio – e di un tempo – divenuti stretti, segnati da mille faglie, insomma ingovernabili. Il mondo globale più che unito, è sovrapposto, brulicante e caotico, dove più attori si contendono le risorse e si difendono da tutti gli altri, specie dalle pressioni delle masse più povere.

Nei giorni scorsi c’è stata una girandola di vertici internazionali – da quello dei ministri dell’Unione Europea in Estonia al G 20 ad Amburgo fino a quello di Frontex a Varsavia – che hanno mostrato le divergenze tra i Paesi più importanti e la paura generalizzata dei più piccoli (vedi proprio le repubbliche baltiche). Sono ormai occasioni per incontri bilaterali e per foto di gruppo, già sbiadite anche se siamo nell’era del digitale.

Il fenomeno migratorio e la sua gestione – insieme con il moltiplicarsi dei conflitti – descrive esattamente la situazione in cui siamo immersi. Le opinioni in tema sembrano essere contrapposte, benchè in realtà sappiamo bene come stanno le cose. Il flusso dei richiedenti asilo in Europa è certo significativo, inusuale ma non ingestibile e imprevisto. Con una buona organizzazione, il problema si potrebbe governare con profitto per tutti. Il numero di persone immigrate è tale da poter essere assorbito da un continente ricco di più di 500 milioni di abitanti. Sappiamo che più dell’80% di questi rifugiati o sfollati stanno nei Paesi a basso o medio reddito. Sappiamo che la spinta demografica dei popoli più giovani “preme” inevitabilmente verso quelle terre destinate a svuotarsi. Inoltre tutte le previsioni concordano che un Paese come l’Italia, vecchio e con poche nascite, non potrà reggersi senza l’apporto di nuovi arrivati da tutto il mondo.

Lo sappiamo, ma ugualmente “non li vogliamo”. Arriviamo così alle decisioni della politica. I governanti di ogni colore sono terrorizzati di perdere voti. Lasciando perdere i regimi più identitari e xenofobi – come quelli dell’Est europeo – anche Merkel e Macron sono attentissimi su questo fronte. Quando la Germania della cancelliera (con un atto di umanità, ma anche di lungimiranza) ha aperto le porte ai profughi siriani, il partito di estrema destra Alternative für Deutschland raggiungeva il picco dei consensi; quando, grazie all’accordo con la vituperata Turchia, il flusso si è fermato, ecco che Merkel trionfa di nuovo nei sondaggi. L’innovatore europeista Macron bada bene a fare anche le minime aperture. La beffa della distinzione tra immigrati economici e rifugiati vuol dire semplicemente “non li vogliamo”. L’Austria, che va al voto in ottobre, muove o minaccia di muovere in maniera ridicola i carri armati per “difendere” il Brennero. Di qui il desolante, ma inevitabile, scaricabarile europeo. La revisione delle normative (specie quella di Dublino) sono di là da venire, mentre le pacche sulle spalle di Junker sono l’opposto simmetrico al digrignare i denti di Orban. Eppure le tanto vituperate Ong “buoniste” hanno proposto all’Europa provvedimenti molto concreti.

Da questo punto di vista l’atteggiamento dell’Italia nelle ultime settimane è stato troppo ambiguo. Il governo Minniti – Renzi (sono loro infatti che danno l’agenda al povero Gentiloni) ha improvvisamente dipinto il fenomeno migratorio come un’emergenza ormai fuori controllo, dando ragione in maniera implicita alla diagnosi estremista della destra. “L’Italia non ce la fa più”; “colpa dell’Europa”; “chiuderemo i porti”; “aiutiamoli a casa loro”. È un linguaggio che non ci appartiene. E invece è utilizzato da esponenti politici che si dicono “democratici”. Su questo problema il governo rischia davvero di affondare. Drammatizzando la situazione si è dato adito alle forze che speculano sulla paura a parlare di un esecutivo inadeguato.

Scrive Lucio Caracciolo sul numero 7/2017 di Limes: “Neghiamo l’utilità stessa della nostra centralità mediterranea, percepita anzi come fattore di vulnerabilità: dalle migrazioni irregolari, sovente dipinte da invasione aliena capace di sfigurare il Belpaese e di veicolarsi il terrorismo jihadista; ai conflitti che dalla quarta sponda tendono  ad attrarci in un vortice di instabilità e di miseria; alla tentazione dei soci nordici di chiuderci le frontiere in faccia mutando la Penisola in antemurale, prima difesa esterna della Fortezza Europa contro i diabolici flussi da sud”. Forse però dal sud può venire la nostra salvezza. Extra Africam nulla salus.

Bisognerebbe cambiare “narrazione” sul fenomeno epocale delle migrazioni. La parola più trista, cioè “invasione”, implica un inaccettabile linguaggio bellico che presto o tardi darà le sue conseguenze: il nemico che invade non va accolto, va bloccato prima oppure eliminato poi. È questo che vogliamo? Non è forse meglio dare un’identità e un posto a chi già ora svolge lavori non qualificati (badanti, operai, manodopera nell’agricoltura), a chi contribuisce al pagamento delle nostre pensioni, a chi non ha altra colpa di cercare maggiore stabilità e benessere. Infine l’immigrazione può essere il volano per una nuova struttura economica capace di generare lavoro per tutti. Pochissimi però in Italia riescono ad avere questo sguardo lungimirante

Piergiorgio Cattani

Nato a Trento il 24 maggio 1976, dove risiede tuttora. Laureato in Lettere Moderne (1999) e poi in Filosofia e linguaggi della modernità (2005) presso l’Università degli studi di Trento, lavora come giornalista e libero professionista. Scrive su quotidiani e riviste locali e nazionali. Fa parte della Fondazione Fontana Onlus dal 2010. Dal 2013 è direttore del portale Unimondo. È attivo nel mondo del volontariato e della cultura come presidente dell’ “Associazione Oscar Romero”. Ha scritto numerosi saggi su tematiche filosofiche, religiose, etiche e politiche ed è autore di libri inerenti ai suoi campi di interesse. 

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