Dal Grab alle ciclabili fai da te: Roma sempre più affamata di bicicletta

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Foto: A.Toro

Da anni chiedevano percorsi sicuri per le biciclette in alcuni dei punti più critici e pericolosi della città. Così, stanchi del silenzio delle istituzioni, hanno deciso di agire da soli: si sono riuniti per stilare un piano, hanno raccolto tra loro circa 100 euro e hanno comprato vernice, stencil e dei pennelli. Una domenica mattina, sul presto, si sono recati in via Tuscolana, sotto il ponte ferroviario dell’omonima stazione. E’ servita un’ora di lavoro o poco più, infine i tracciati erano pronti: due percorsi in entrambi i versi per le bici, in modo da mettere una maggiore distanza tra loro e le auto che a tutte le ore sfrecciano a gran velocità in quel rischioso tratto di strada. Le imprese di questi cittadini, che si sono presto dotati di hashtag e ribattezzati #anonimiattivisti, sono state raccontate per la prima volta dal blog del giornalista e appassionato delle due ruote Paolo “Rotafixa” Bellino, e si sono presto diffuse in rete. La ciclabile popolare – o ciclopop – creata nel tunnel sulla Tuscolana a fine gennaio, non è stata infatti la prima azione di questo genere a Roma.

A novembre del 2014 la stessa impresa era stata compiuta nel tunnel romano di Santa Bibiana che, passando sotto la ferrovia della Stazione Termini, collega i quartieri Esquilino e San Lorenzo: un passaggio a senso unico per una carreggiata larga nove metri e solo due stretti marciapiedi per i pedoni. Un punto strategico, che collega fra loro almeno 50.000 abitanti dei due quartieri (tra cui moltissimi studenti che lo attraversano per recarsi a La Sapienza), altrimenti costretti a un giro lunghissimo e scomodo, data la presenza dei binari. Questa prima pista era stata cancellata due giorni dopo dal Comune, ma gli #anonimiattivisti non si sono persi d’animo e ci sono tornati poco dopo per ripetere il lavoro. “L’abbiamo fatto dopo molti anni di richieste, di riunioni con assessori e tecnici, di condivisione con i cittadini, abbiamo anche elaborato un progetto e lo abbiamo offerto gratuitamente all’amministrazione. Questa azione vuole solo dimostrare quanto sia facile a volte fare quello che è necessario” aveva scritto il gruppo, in un messaggio lasciato sul luogo dell’azione.

E mentre le reazioni dei cittadini si sono scatenate, divise tra chi grida al reato e chi plaude all’iniziativa, oggi quelle bike-lanes “fatte in casa” sono ancora lì e ogni giorno decine di cittadini in bici le percorrono in un senso o nell’altro, e le auto sembrano rispettarle (chi scrive l’ha verificato di persona). Illegali? Certo. Pericolose? Anche. Perché in generale delle semplici bike lanes, pure se tracciate dal Comune, non scongiurano mai il pericolo. Eppure a livello pratico e psicologico queste “strisce disobbedienti” hanno migliorato tantissimo la vita dei ciclisti romani che hanno sempre attraversato quei tunnel con l’ansia a mille e la costante paura di finire sotto un auto. Un servizio alla collettività, dunque, oltre che un forte messaggio rivolto alla cittadinanza tutta, come a voler dire: noi ci siamo, e se le istituzioni non ci ascoltano siamo pronti anche a questo.

Sebbene non ci sia un accordo unanime su azioni di questo tipo, una cosa è certa: a Roma c’è una gran fame di bicicletta. Lo dimostra il numero sempre più alto di amanti delle due ruote che ogni giorno sfidano il traffico perennemente congestionato della capitale, tra code di auto, inquinamento da gas di scarico e – appunto – assenza di apposite infrastrutture. Sono nati tantissimi gruppi che organizzano iniziative e pedalate collettive, soprattutto la domenica; e ci sono le associazioni, che da diversi anni si sforzano di far sentire la propria voce nel marasma di interessi particolari e rivolgimenti politici che impediscono alla città di trasformarsi in un’ottica più sostenibile e pulita. Le idee e i progetti sono tanti: come la prima velostazione a Termini, pensata in opposizione (o come limitazione) al progetto di un megaparcheggio per auto da 1400 posti sul tetto della stazione. “Le automobili hanno invaso ogni spazio e in città - non solo a Roma - non riusciamo più a spostarci, ad incontrare i nostri amici, Non riusciamo più a respirare – si legge nella petizione lanciata dall’associazione Salvaiciclisti – Roma deve cambiare. Le città italiane devono cambiare”.

Altro progetto in cantiere, che ha già avuto ampia risonanza mediatica, è quello del Grab – il Grande raccordo anulare delle bici – un anello ciclopedonale di 44 chilometri che attraversa e congiunge tra loro tutti i punti di maggiore interesse naturale e artistico della capitale: dal Colosseo al Circo Massimo e Caracalla, fino al pregiatissimo tratto dell’Appia antica, per poi spostarsi in periferia –  Quadraro vecchio, con i suoi murales, Tor Pignattara, Centocelle –  tra percorsi già esistenti e tratti ancora da completare. Circa il 70% del Grab è infatti già pronto, ma in molti tratti diventa un percorso a ostacoli, soprattutto in periferia, tra piste interrotte, assenza di segnaletica, incuria e degrado.  I fondi per il Grab, tra i due e i quattro milioni di euro, sono già stati approvati dalla Legge di stabilità e non c’è dubbio che si tratti di un’opportunità immensa per la città, che tutti i ciclisti (di Roma e del mondo, è il caso di dirlo) attendono con ansia. Sempre che non si areni ancora, come è successo in passato con questo tipo di progetti.

C’è anche chi preferirebbe che quei soldi venissero usati per altri lavori più urgenti. “A Roma sono aumentate, e pure molto, le persone che vanno in bicicletta. Purtroppo non sono aumentate allo stesso modo le infrastrutture, quindi i problemi restano un po’ quelli di sempre – ci spiega il presidente dell’associazione BiciRoma, Fausto Bonafaccia, incontrato durante una delle bellissime domeniche pedonali ai Fori Imperiali – per esempio la pista sul Lungotevere e la mancanza di un collegamento ciclabile che da Roma porta fino al mare. Noi lo chiediamo da anni, anche perché sono tratti pericolosi. Ancora, c’è bisogno di bike lanes separate dalla carreggiata, di vere piste che offrano una reale sicurezza e protezione, non come i percorsi tracciati con la vernice, che poi scoloriscono e non si capisce più nulla. Ovviamente costano di più, però bisogna anche scacciare questo pensiero del ciclista sinonimo di povertà: oggi i ciclisti sono di tutti i tipi, dallo studente al professionista, fino al capo d’industria e pure l’ex sindaco Marino, da cui sinceramente ci aspettavamo molto di più”.

Insomma, tra nuove piste e “ricuciture” per la messa in rete dei percorsi esistenti, Bonafaccia invoca un utilizzo “più pratico e meno mediatico” dei fondi, ma anche in questo caso le istituzioni tardano a rispondere. Perché se la grande realtà dei ciclisti romani ha tante anime, e a volte pure opinioni discordi, l’immobilità istituzionale è una caratteristica con cui tutti devono fare i conti. Nulla di strano, quindi, che i più creativi e temerari ad un certo punto decidano di fare da sé.

Anna Toro

Laureata in filosofia e giornalista professionista dal 2008, divide attualmente le sue attività giornalistiche tra Unimondo (con cui collabora dal 2012) e la redazione di Osservatorio Iraq, dove si occupa di Afghanistan, Golfo, musica e Med Generation. In passato ha lavorato per diverse testate locali nella sua Sardegna, occupandosi di cronaca, con una pausa di un anno a Londra dove ha conseguito un diploma postlaurea, sempre in giornalismo. Nel 2010 si trasferisce definitivamente a Roma, città che adora, pur col suo caos e le sue contraddizioni. Proprio dalla Capitale trae la maggior parte degli spunti per i suoi articoli su Unimondo, principalmente su tematiche sociali, ambientali e di genere. 

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