Da un inferno all’altro: le “ferite invisibili” e ignorate delle persone migranti

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Aveva 34 anni e soffriva di depressione e disturbi psichiatrici il giovane afghano che il 24 agosto si è tolto la vita nell’ex Cie (ora centro di prima accoglienza) di via Corelli a Milano. Arrivato in Italia i primi di agosto, aveva proseguito il suo viaggio verso l'Austria ma, giunto oltre confine, le autorità austriache lo avevano rispedito indietro sulla base degli accordi di Dublino (secondo cui i richiedenti asilo non possono spostarsi dal paese in cui vengono segnalati). Dopo 4 giorni al centro, ha deciso di morire. Sarebbe il terzo caso di suicidio di una persona migrante a Milano dall’inizio dell’anno, tragedia che porta alla luce un problema preoccupante e di gran lunga sottovalutato: quello delle “ferite invisibili”, ovvero quelle psicologiche che moltissimi migranti portano con sé all’arrivo in Italia. Traumi che scaturiscono dai ricordi delle violenze subite e a cui hanno assistito – nel paese d’origine e durante il viaggio –, così come dai rischi che hanno corso, dalla paura di morire e di non farcela, e poi le delusioni, le infinite attese burocratiche, la miseria e l’incertezza riguardo al proprio futuro. Una questione di cui si parla ancora troppo poco, nonostante la diffusione del problema: non a caso l’ong Medici Senza Frontiere, che da anni fornisce supporto medico e psicologico nelle strutture di prima e seconda accoglienza in Italia, nel suo rapporto “Traumi Ignorati” uscito lo scorso anno ha messo in luce proprio la mancanza un modello di accoglienza che prenda in carico i bisogni specifici legati alla salute mentale per questa popolazione particolarmente vulnerabile.

“Il 60% dei soggetti intervistati nell’ambito delle attività di supporto psicologico di MSF tra il 2014 e il 2015 presentava sintomi di disagio mentale connesso ad eventi traumatici subiti prima o durante il percorso migratorio – ha confermato Silvia Mancini, esperta di salute pubblica per MSF e curatrice dell’analisi –. Inoltre, i richiedenti asilo si ritrovano a stare per periodi molto lunghi in strutture che sono spesso in zone particolarmente isolate, dove rimangono a lungo, a causa dei tempi legati all’attesa dell’esito della procedura di asilo. Questa condizione genera profondo stress e sofferenza, che si somma all’esilio in una terra sconosciuta e alla mancanza di prospettive”. Il report di MSF è frutto di una ricerca quali-quantitativa condotta in Italia tra Luglio 2015 e Febbraio 2016 in vari Centri di Accoglienza Straordinaria (CAS) di Roma, Trapani e Milano, e dai dati raccolti durante le consultazioni realizzate nei CAS di Ragusa dai team di MSF tra il 2014 e il 2015. La ricerca riporta che tra i 199 pazienti direttamente presi in carico da MSF nei CAS di Ragusa, “il 42% presentava disturbi compatibili con il disordine da stress post traumatico (PTSD) seguito dal 27% affetto da disturbi dovuti all’ansia. La probabilità di avere disagi psicopatologici è risultata di 3,7 volte superiore tra gli individui che avevano subito eventi traumatici”.

Il dossier mostra poi come, tra i fenomeni aggravanti del disagio mentale, ci siano le condizioni di particolare precarietà vissuta all’interno di strutture di accoglienza. L’87% dei pazienti ha infatti dichiarato di soffrire delle difficoltà di vita nei centri. “La mancanza di attività quotidiane, la paura per il futuro, la solitudine e il timore per i famigliari lasciati nel paese di origine rappresentavano le principali problematiche della vita post-migrazione” si legge nel report. Secondo MSF i CAS, istituiti nel 2014 come misura temporanea e straordinaria al fine di far fronte agli arrivi crescenti, con il tempo sono diventati parte integrante del sistema ordinario di accoglienza, cristallizzando in questo modo un approccio emergenziale, poco orientato a favorire progetti di lungo termine e di inclusione nei territori. “A fronte di un disagio diffuso tra i richiedenti asilo, il sistema di accoglienza resta altamente impreparato a rispondere adeguatamente alle esigenze di queste persone – aveva dichiarato Tommaso Fabbri, responsabile dei progetti di MSF in Italia – Inoltre, i servizi sanitari territoriali spesso mancano di competenze e risorse necessarie e tardano a riconoscere i segni del disagio tra queste persone. Sono sporadiche, quando non del tutto assenti, figure come quella del mediatore culturale che possano aiutare a stabilire un contatto e a ridurre le distanze culturali”.

Nel maggio di quest’anno, il Ministero della Salute ha rilasciato delle linee guida per l’assistenza, la riabilitazione e il trattamento dei disturbi psichici dei rifugiati e delle vittime di tortura, con cui vengono comunicati alle regioni i trattamenti indicati per i migranti che manifestano sintomi di disagio psichico, specialmente nei frequenti casi di PTSD. Intanto però, anche in realtà in cui la rete di accoglienza è più solida rispetto ad altre (come la stessa Milano), spesso si arriva comunque troppo tardi, privilegiando altri tipi di controllo medico come ad esempio le malattie infettive, ovvero “aspetti di salute che alimentano paure irrazionali nella popolazione”. Eppure, come afferma anche il report incentrato sugli Sprar a cura di Cittalia e Anci, la vulnerabilità psicologica “si manifesta spesso proprio durante il periodo di accoglienza”, con “intrusioni diurne e notturne (ricordi e incubi angoscianti del trauma subito) e associate reazioni emotive e fisiche, disturbi del sonno, della memoria, dell’attenzione e della concentrazione”. Le testimonianze riportate nel dossier di MSF indica chiaramente lo stato mentale di queste persone, già duramente provato nonostante la forte resilienza, che a lungo andare può sfociare nella più cupa depressione (dagli esiti pericolosi, per se stessi o a volte anche per gli altri).

“Ho lasciato un paese con una dittatura, sono arrivato in Italia perché sapevo che c’era una democrazia e sono rimasto deluso, la realtà che ho trovato è molto diversa – si legge in una delle testimonianze – Ho pensato che dovunque ci fosse una democrazia, si potessero anche risolvere i problemi parlandone, ho imparato che non è così. Siamo molto frustrati, alcuni di noi sono qui ormai da 2 anni e siedono in questo centro senza fare niente. Mettiti nei miei panni, in quanto uomo di famiglia come molti altri qui dentro, ho lasciato mia moglie e i miei 3 figli nel mio Paese, dipendono tutti da me. Vorresti dare loro il meglio, una buona educazione e un futuro brillante… E io siedo qui, senza prospettive da 2 anni. Un giorno mia moglie mi ha chiamato e mi ha detto: domani non abbiamo cibo con cui sfamarci… che cosa ti aspetti che io possa dirle o fare? Cosa posso dire a mia moglie in queste circostanze? Se non sono protetto in Italia e non posso avere i documenti, come posso fare? Questo ti fa sentire male, inutile come uomo e padre.”

Anna Toro

Laureata in filosofia e giornalista professionista dal 2008, divide attualmente le sue attività giornalistiche tra Unimondo (con cui collabora dal 2012) e la redazione di Osservatorio Iraq, dove si occupa di Afghanistan, Golfo, musica e Med Generation. In passato ha lavorato per diverse testate locali nella sua Sardegna, occupandosi di cronaca, con una pausa di un anno a Londra dove ha conseguito un diploma postlaurea, sempre in giornalismo. Nel 2010 si trasferisce definitivamente a Roma, città che adora, pur col suo caos e le sue contraddizioni. Proprio dalla Capitale trae la maggior parte degli spunti per i suoi articoli su Unimondo, principalmente su tematiche sociali, ambientali e di genere. 

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