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Da qualche parte
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Giustizia sociale e partecipazione democratica sono stati i due pilastri che hanno sorretto le democrazie nei primi decenni dopo la seconda guerra. Con l’espansione economica s’è sempre accompagnata l’espansione dei diritti dei lavoratori, della sanità e dell’istruzione al fine di garantire un welfare ai più.
Negli anni ’70 l’Assemblea Generale dell’Onu parlò per la prima volta di “giustizia sociale globale” mentre Giorgio La Pira da Firenze chiedeva un “welfare globale” per tutti gli abitanti della terra.
Ma due persone (Reagan e Thatcher) capirono presto che non bisognava guardare “ai più” ma tutelare “i meno” e George Bush che ne fu l’espressione lo riassunse con il motto del 12 settembre 2001:“ il nostro stile di vita non si discute”. Costi quel che costi.
La sinistra in Europa, dopo la caduta del Muro, si trovò spaesata e bandì dal lessico parole come: giustizia sociale, solidarietà, trasparenza, partecipazione, tassazione progressiva, etc. rispondendo, per dirla con Roberto Savio, con due sindromi: delle vergini e delle vedove. Quest’ultime rimasero ai margini della politica afone e senza reinventare nulla mentre le vergini rivendicarono “pragmatismo” con un’amministrazione del quotidiano che poco si differenziò dalla destra.
Inoltre tralasciò la partecipazione, il sogno, l’“orizzonte” che fu cavalcato egregiamente dai populisti che promettevano la cacciata dei mori, milioni di posti di lavoro e la sconfitta del cancro.
Ogni investimento in educazione, cultura, formazione politica fu dirottato. Con il passar dei decenni venne meno l’identità, la passione, la tensione. Crebbe la mala pianta dell’antipolitica con risultati affatto trascurabili sia in termini di astensionismo che di voto di protesta come sono a dimostrar le ultime regionali.
Il Nobel all’Economia Joseph Stiglitz ha recentemente affermato che, post ’89, è caduto un altro muro (Wall Street). Ciò spiega, oggi come allora (’29), il dilagare della destra in tutta Europa. Marine Le Pen in Francia raccoglie l’eredità del padre Jean Marie, leader del Fronte Nazionale, che ai confini del Piemonte (Costa Azzura) ha raccolto il 20%.
In Olanda Geert Wilders del partito per la libertà, già dichiarato da Ban Ki Moon “offensivo ed islamofobico” sfata il mito di uno Stato accogliente e tollerante mentre in Austria l’omonimo Partito della Libertà Fpoe vorrebbe abolire la legge che vieta nel Paese l’apologia e la rinascita del nazismo punendo severamente la negazione dell’Olocausto.
Insomma, i partiti nazionalisti dilagano ovunque: Gran Bretagna, Slovacchia, Romania, Ungheria e Danimarca. In Italia il partito regionalista e separatista ha in comune con gli altri tre cose: la paura del mondo globale, l’euroscetticismo e la convinzione che il “benessere raggiunto” sia proprietà privata e debba rimaner per pochi.
Davanti al deserto delle idee Ugo Morelli, su politica responsabile , s’interroga indicando una via d’uscita culturale: “Continuiamo a rilanciare il concetto trito di "fine dell'ideologia", quando non vi è mai stata un'ideologia così potente e affermata come quella dell'individualismo utilitaristico servito in salsa iperliberista centrata sulla crescita egoistica e autodistruttiva. E tuttavia non ci è dato di non interagire: la relazionalità umana non è una scelta, è una condizione di specie. Da qualche parte si è in grado di istituire modi originali di rispondere alla paura che c'è e non serve a niente negare? Da qualche parte si sa dire che lo sviluppo dovrà essere diverso dalla crescita o non sarà? Da qualche parte si sa rispondere alla domanda di sicurezza lavorativa in modi non balbettanti e, comunque, imitativi del liberismo? Da qualche parte si sa dire che l'esigenza di individuazione può passare per vie molteplici e che l'identità, quando è brandita come un'arma, è un'invenzione distruttiva? Da qualche parte si sa dire che gli investimenti in educazione e cultura sono la condizione per la civiltà contro la barbarie?”
E noi aggiungiamo: da qualche parte potremo ideare nuove forme di produzione che non sia l’export d’armamenti che alimenta esodi e paure al fine di creare un’economia che sappia allontanarsi dall’acciaio per avvicinarsi all’uomo?
Fabio Pipinato






