Da dove vengono? Perché? Chi li “porta”?

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Foto: Merlo

Il titolo di questo articolo riporta alcune domande consuete, che ci poniamo ogni volta nel sentire o nel leggere le notizie riguardanti i profughi arrivati sulle nostre coste, oppure dimenticati nei campi di concentramento in Libia, oppure ancora fermi nei centri di Grecia e Turchia o Macedonia; sono interrogativi che sorgono spontanei in ognuno di noi.

Sono però anche le prime domande che vengono fatte dai soccorritori a quanti vengono salvati dai barconi in mare aperto o all’arrivo sulla terra ferma.

Il dr. Bartolo, medico di Lampedusa da molti anni, racconta nel suo libro “Lacri­me di sale” ciò che si è sentito rispondere dalle molte persone che ha salvato e di cui si è preso cura.

Non posso usare il “virgolettato” perché tante sono le testimonianze in questo senso: io stesso ho assistito a Gibuti al passaggio di gruppi di etiopi in fuga dal loro paese, verso il golfo di Aden, camminare sotto il sole, con in mano una bottiglia di acqua e i missionari che viaggiavano con pane e scatole di tonno da regalare durante la strada. La somma delle dichiarazioni di coloro che hanno fatto il viaggio verso la speranza si può riassumere nelle parole che seguono…

Siamo stati scelti dal villaggio per andare a cercare la salvezza e la fortuna al­trove, o perché ci sono già i nostri parenti emigrati in Europa. Nel nostro paese non si può vivere…

Oppure: Ci è stato offerto di andare in Europa a lavorare e guadagnare bene…

… e qui si comincia con i “distinguo” di chi ha la pancia piena…

Chi viene dal Congo, dal Sudan (nord e sud), dalla Nigeria, dal Ciad, dal Mali o dalla Costa d’Avorio, dall’Etiopia, solo per fare qualche esempio, viveva in na­zioni che non sono in “stato di belligeranza” dichiarata, come la Siria o l’Afgha­nistan, ma convivono quotidianamente situazioni di sfruttamento tota­le, personale e dei loro territori… La guerra civile in Sud Sudan; i continui attentati degli “shebab” di “Boko Haram” (Nigeria), o degli affiliati di Al-Qai­da (Mali e Chad); lo schiavismo delle multinazionali dell’alta tecnologia che costringono uomini donne e bambini a scavare a mano nelle miniere per raccogliere il “coltan” per i nostri e i loro cellulari o smartphone (Congo RDC, regione del Kivu); il “land grabbing” del mercato della deforestazione (ancora Congo RDC e Centrafrica) o delle coltivazioni OGM di biocarburi al­ternativi al petrolio (Uganda, Kenya); le vittime delle compagnie mondiali del petrolio che sottraggono questa materia prima in Nigeria e lasciano agli abitanti solo lo spazio per la sopravvivenza nel pericolo di esplosioni ed incendi dei condotti che attraversano i villaggi… Tutti questi sono solo esempi di moti­vazione alla fuga.

Quando abbiamo parlato della “storia dell’emigrazione”, abbiamo parlato del nuovo “colonialismo economico”. Poco importa se si tratta di sfruttare il terreno e le persone, gli esseri umani: non si può accettare di sicuro la formulazio­ne di una differenza per cui si accolgono i profughi di zone in guerra o in calamità naturale permanente e si respingono i “profughi economi­ci”! Ricordiamoci bene che i “profughi economici” ci son sempre stati, perché la pancia vuota non piace a nessuno! Gli italiani sono stati sempre, ma forse soltanto, “profughi economici” verso il Belgio, la Germania, gli Stati Uniti, l’Australia. “Solo” perché volevano mangiare o, quanto meno, vivere meglio. E siamo stati poi profughi economici anche trasferendoci dal Sud al Nord del no­stro stesso paese perché qui c’erano fabbriche e lavoro.

Che viaggio fa un profugo che arriva dalla Nigeria, dal Burkina-Faso o dal Congo? La rotta “normale” è quella che risale alla regione sub-sahariana, attraver­sa il Sudan e l’Etiopia, va verso Gibuti e di qui in Yemen e poi verso Siria e Turchia… ma ce ne sono altre mille, magari meno agevoli ma ora più sicure: per esempio l’attraversamento del Sahara, a bordo di fatiscenti camion che trasportano anime e animali e qualsiasi altra cosa…

Nel deserto, se succede di avere problemi, questi non si risolvono se non “perdendo” per strada la vittima… e chi non si perde nel deserto può raggiungere la Libia, dove viene messo per mesi in un “campo profughi” (molto simile ai lager nazisti o anche ai nostri CPT o CIE, a prescindere dalla loro etichetta che fa tanto ISTAT) in attesa di espulsione o di imbarco su qualche gommone che for­se arriverà a percorrere le venti miglia che separano la costa libica dal fronte dei mezzi europei di “Frontex”…

I “fortunati” arrivano sulle coste libiche, o a Ceuta, o a Lesbo… poi devono fare il viaggio in mare, ormai ridotto a 20 miglia. I più giovani vengono costretti a salire sui gommoni o sulle barche e chi si rifiuta viene ucciso o picchiato a san­gue per dare l’esempio agli altri. Le donne vengono sistemate sulla chiglia (dove rimarranno ustionate dalla benzina e dall’acqua marina), gli uomini sui bordi. I gommoni sono leggerissimi e monotubolari: se si bucano vanno a fon­do. Quando vengono “pescati” il rischio è grande perché il gommone si può ri­baltare e nessuno sa nuotare, tutti vogliono essere salvati e quindi si portano sullo stesso lato provocandone il capovolgimento.

Prima di parlare contro queste persone, dovremmo sapere per esempio chi li va a prendere; chi e come li porta; dovremmo anche sapere che, se li respin­giamo, vanno incontro a morte pressoché sicura, visto che le “mafie del traffico di esseri umani” non possono consentire che questi tornino al villaggio a denunciare trattamenti, torture, violenze e sfruttamento, e chi cerca di tornare viene eliminato. Il viaggio deve continuare… per finire dove? In un CPT, CIE o come vogliamo chiamare i nostri “lager” in cui la legge prevede una sosta di tre mesi che dura anche fino a due anni?

Notizia della scorsa settimana: il ministro degli esteri Alfano ha fatto un accor­do con Libia, Tunisia e Niger per finanziare lo stop alle persone in quei paesi, attraverso un Fondo per l’Africa (ironia o sarcasmo di chi gli ha dato que­sto nome) che sostenga le polizie nelle operazioni di “respingimento” in loco, quindi dove noi non vediamo e non “sentiamo”…

L’ipocrisia italiana ed occidentale ha forse superato anche l’ultimo limite di guardia.

Paolo Merlo

Nato a Roma, ma spezzino di adozione, cresciuto in giro per l’Italia, informatico della prima ora nelle maggiori aziende multinazionali (Olivetti, HP, Canon) e poi imprendito­re e manager. Da oltre 10 anni “volontario a tempo pieno” lavora con diverse associa­zioni per la creazione di “computer rooms” e la formazione degli insegnanti nelle scuo­le superiori in Africa: Sud Sudan, Uganda, Centro Africa, Burkina Faso, Congo RDC e altrove ancora… Collabora come freelance a RadioIncontri InBlu e con diverse testate on-line.

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