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Crisi economica: cos'è un raffreddore a confronto della nostra polmonite cronica?

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Accoglienza in Equador - Foto noiragazzidelmondo

Sono stato recentemente in Italia. Assieme all’allegria che ho provato nel tornare a vedere parenti, amici e collaboratori, ho sentito anche la preoccupazione di molte persone per la gravità della crisi economica che si è abbattuta sul mondo intero.

Ci sono in Italia persone che hanno perso il lavoro, famiglie che non riescono ad arrivare a fine mese o non ce la fanno a pagare il mutuo della casa, consumi che diminuiscono, imprese che chiudono perché non vendono i loro prodotti, banche che restringono il credito ai clienti…

Tutta la società italiana sente questi problemi come se tutti ne fossero toccati e questo sarebbe positivo se in realtà coloro che stanno ancora bene, perché non hanno perso né il lavoro, né la pensione, né l’attività economica che svolgono, fossero capaci di essere solidali con coloro che stanno male e se spingessero il governo a mettere a fuoco e a risolvere le difficoltà di quel settore della popolazione che davvero non ce la fa. Quando si dice che tutti stano male, si finisce per non far niente neppure per coloro che soffrono davvero.

Bisogna relativizzare la crisi quando si osserva che gli aerei sono sempre pieni, le discoteche non chiudono, lo stato non smette di prestare alla popolazione servizi scolastici, sanitari e pensionistici, le feste popolari si continuano a fare, agli statali non manca lo stipendio, le strade sono sempre più piene di macchine, ecc.

Se è diminuito un po’ il consumo, questo potrebbe essere anche un bene, perché il troppo consumo diventa un consumismo che non rende felici le persone e crea squilibri e disastri atmosferici ed economici sempre più evidenti.

Ma allora, come si fa a conciliare la piena occupazione con la diminuzione dei consumi?

Uno dei compiti più importanti, a livello politico, filosofico ed etico, è quello di ripensare il lavoro umano, centrato non sulla produzione, ma anche sulla dignità della persona. L’automazione dei processi lavorativi a volte è necessaria per continuare ad essere competitivi, ma altre volte serve solo ad aumentare i guadagni di chi è già sufficientemente ricco. In molti posti di lavoro potrebbero esserci meno macchine e più persone, senza mettere in crisi la produttività e la sostenibilità delle imprese.

Bisogna poi tornare al concetto che il guadagno si costruisce con il lavoro e non con la speculazione.

Se questo si vuole e si può fare nel Nord del mondo, aumenta la speranza per noi che viviamo nel Sud.

Anche in Ecuador sentiamo la crisi: sono diminuite le rimesse degli emigranti, si fa più fatica a vendere ciò che produciamo (banane, caffè, cacao, fiori, gamberetti, ecc), perché sono beni non indispensabili per la vita umana, il prezzo del petrolio è sceso e così il nostro governo non ha più fondi sufficienti per portare avanti i programmi sociali di cui la popolazione ha bisogno, è aumentata la disoccupazione.

Ho parlato della crisi mondiale con i “campesinos” e indigeni con cui lavoro. Quasi si sono messi a ridere e mi hanno detto: “Cosa sarà un raffreddore in più per chi come noi ha la polmonite cronica?”

Però questo raffreddore in più, per chi sta già vivendo con meno di un dollaro al giorno (il 30% della popolazione ecuadoriana), causa nuove sofferenze, sopportate sempre con tanta forza e speranza di migliorare.

Qui la crisi vuol dire ritirare i figli da scuola, non avere soldi per curarsi quando si sta male, non ricevere l’acqua o la luce in casa perché non si è potuto pagare la bolletta mensile, mangiare di meno quando già c’era un deficit di proteine e vitamine, non riuscire a terminare la casetta che si è cominciato a costruire.

La natura dei nostri problemi e della nostra crisi sono sostanzialmente diverse da ciò che si vive nel Nord. Qui è la vita delle persone a correre qualche rischio in più di quelli che normalmente si affrontano.

Bepi Tonello

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