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Crimini di Oluja, test per la giustizia croata

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La sentenza di assoluzione emessa dal Tribunale dell’Aja con cui i due generali croati Ante Gotovina e Mladen Markač, sono stati dichiarati non colpevoli dei crimini avvenuti durante l’operazione militare Oluja (Tempesta) nel 1995, quando l’esercito croato si riappropriò dei territori della maggior parte della cosiddetta Repubblica serba di Krajina (creata dai ribelli serbi di Croazia all’inizio della guerra nel 1991), ha sollevato la domanda su chi sia effettivamente colpevole di quei crimini.

Quante sono le vittime e chi sono i colpevoli?

I dati sul numero dei civili uccisi durante e dopo l’operazione Oluja si differenziano fortemente a seconda delle fonti. Mentre il Comitato di Helsinki per i diritti umani in Croazia riporta il numero di 667 vittime civili, l’organizzazione non governativa serba Veritas raddoppia questo numero affermando che i civili uccisi con Oluja sono 1.934, delle quali 1.196 civili. Il Tribunale dell’Aja, durante le indagini e il processo, ha riportato invece il numero di circa 170 persone uccise. Nonostante le statistiche siano molto differenti tra loro, è indiscutibile che nessuna di loro sia trascurabile e che i colpevoli di questi crimini non devono restare impuniti.

Un invito a trovare i colpevoli della morte di così tante persone è stato fatto anche dal presidente croato Ivo Josipović e dal premier Zoran Milanović, proprio nel giorno in cui il Tribunale dell’Aja ha scagionato i due generali. Alcuni giorni dopo la magistratura di stato ha reso noto che le indagini su quei crimini avranno priorità assoluta. E non si sono limitati alle sole parole: in meno di due settimane dalla assoluzione di Gotovina e Markač, al cimitero di Šibenik, non lontano da Knin (la “capitale” dell’allora Repubblica serba di Krajina), sono stati esumati i resti di 31 persone uccise durante l’operazione Oluja.

All’inizio del novembre di quest’anno in Croazia vi erano 99 processi di primo grado già avvaiti in merito a crimini di guerra, in essi figuravano 519 accusati. Si tratta di dati collettivi, pertanto non si sa quanti tra gli accusati sono croati e quanti serbi, ossia non si sa quanti di quei 99 casi giudicano crimini commessi da croati e quanti commessi invece da serbi.

Disparità nei processi per crimini di guerra

Le organizzazioni della società civile che si occupano di monitoraggio dei processi per crimini di guerra, come il centro Documenta, hanno spesso denunciato che i tribunali croati non adottano gli stessi criteri quando giudicano per crimini di guerra i croati e i serbi. Un esempio recente, sollevato da più organizzazioni della società civile, è relativo alle sentenze emesse all’inizio di ottobre dal Tribunale di Zagabria nel processo per le torture subite da 34 civili e militari serbi prigionieri, dalla fine del 1991 alla metà del 1992, a Kerestinec, periferia di Zagabria, nell’ex base missilistica dell’esercito popolare jugoslavo (JNA).

Benché secondo le leggi croate la pena per crimini di guerra sia compresa tra i cinque e i venti anni di reclusione, il tribunale di Zagabria ha condannato i cinque accusati ad una pena molto al di sotto di quella minima: il primo accusato, ex comandante della prigione di Kerestinec, è stato condannato a tre anni e mezzo di prigione; al suo subalterno, membro della polizia militare, due anni, mentre ai restanti tre poliziotti sott'accusa un anno a testa di reclusione.

Nonostante questo il tribunale ha dimostrato che Kerestinec è stato un luogo di tortura in cui i prigionieri di guerra e i civili venivano picchiati, violentati, torturati con l’elettroshock e costretti al sesso orale. “Non ci sono dubbi sul fatto che i prigionieri di guerra a Kerestinec siano stati oggetto di abusi sessuali in più occasioni”, ha precisato il giudice leggendo la sentenza, riportando solo alcuni degli orrori a cui le vittime sono state sottoposte. Il giudice ha precisato ad esempio che due prigionieri sono stati costretti a boxare tra di loro e le guardie carcerarie hanno preso a bastonate uno dei due, quello su cui avevano scommesso avrebbe vinto.

Se il tribunale ha creduto ai testimoni, alle vittime delle violenze e se ha incontrovertibilmente dimostrato che tutti gli accusati sono colpevoli, la domanda logica è: perché le pene sono non solo basse ma addirittura più basse della pena minima previste?

Ai serbi pene più alte

Per un caso molto simile a quello di Kerestinec, a Vukovar, nel 2005, sono stati condannati i membri della paramilizia serba che nel carcere di Borovo avevano imprigionato i soldati croati. Ai sei serbi colpevoli di violenze sui croati è stata comminata una pena complessiva di 49 anni di prigione. Il primo accusato, comandante del carcere, è stato condannato ad una pena di 14 anni, mentre la pena più bassa, sei anni di prigione, è stata comminata ad una delle guardie carcerarie.

Le sentenze emesse dal tribunale di Zagabria, come nel caso delle violenze sui civili e sui prigionieri di guerra a Kerestinec, confermano il giustificato scetticismo nella effettiva prontezza della magistratura croata nel fare i conti con i responsabili dei crimini compiuti nell’operazione Oluja. Quella sentenza, infatti - come molte altre in precedenza quando si tratta di processi per crimini di guerra - dimostra una netta disparità nelle condanne inflitte. Quando per crimini di guerra vengono giudicati i croati, le pene sono incomparabilmente più basse di quelle emesse, per un crimine della stessa entità, contro i serbi.

La Croazia, come paese che si appresta, il 1° luglio del prossimo anno, a diventare il 28° membro dell’Unione europea, non può più permettersi di lasciar correre una tale prassi.

Drago Hedl da Balcanicaucaso.org

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