Corsica lontana da Parigi, ma non è Catalogna

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Foto: Remocontro.it 

No Catalogna francese

«Questa non è la Catalogna». In Corsica tanti ripetevano la stessa frase un po’ per scaramanzia, un po’ per non dare ai partiti ‘nazionali’ francesi il vantaggio della paura. ‘Non Catalunia’, per ora. Perché nell’isola non si è mai rinunciato all’idea della indipendenza, che resta il sogno proibito della terra che nel 1755, dopo una lunga lotta contro Genova, riuscì a proclamare la repubblica per essere invasa e poi definitivamente conquistata dalla Francia giusto in tempo perché Napoleone degli italianissimi Buonaparte nascesse francese e diventasse Bonaparte.

Nell’isola più vicina all’Italia che alla Francia, il primo turno elettorale è stato stravinto dalla lista di coalizione “Pe’ a Corsica” (basta dire in genovese ‘per la Corsica’), il partito di Gilles Simeoni e Guy Talamoni, autonomista e indipendentista che da anni già governano l’isola. Nulla a che vedere però con la Catalogna. Una coalizione, che di fatto ha messo fine alle aspirazioni separatiste e alle azioni armate del Fronte nazionale di liberazione corso. Separatismo clandestino e un progetto di conquista di autonomie e di uno statuto speciale corso.

Nazionalisti corsi

I nazionalisti corsi stravincenti sui nazionalisti francesi. Finisce eliminata la lista Front National, l’estrema destra rappresentata nell’isola da Charles Giacomi, che ottiene poco più del 3,1%. Andrà al ballottaggio una destra tutta locale, non riconosciuta a livello nazionale dai Republicains, seconda con poco meno del 15%. Soltanto quarta la lista di Jean-Charles Orsucci, vicina ai macroniani de La République en Marche, con un risultato di poco inferiore alla seconda lista di destra. Disaffezione elettorale in Corsica come in Sicilia, con meno della metà degli elettori a votare.

Vittoria del nazionalismo corso più sensato che lascia la separazione dalla Francia l’ipotesi ultima. L’ obiettivo è strappare a Parigi «uno statuto autonomo entro i prossimi tre anni, per poterlo mettere in pratica in dieci» e poi lasciare l’ultima parola ai cittadini, che a quel punto decideranno «se conviene andare ancora più avanti nel processo della devolution». La Corsica non è la Catalogna e vuole imparare dai recenti errori di Barcellona. Dopo una storia di lotta armata e sangue alle spalle, sull’isola oggi si marcia piano ma in molti sperano di andare lontano. Con Parigi se conviene.

Da Remocontro.it

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