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Corruzione e industria militare: una proposta per il presidente Monti

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Il mondo secondo il Corruption Perceptions Index

Oggi, Giornata internazionale contro la corruzione, sentiremo il ritornello che – secondo l’indice di Transparency Internationall’Italia è pressappoco al livello del Ghana: vero (si veda la tabella in .pdf). Ma quello è l’indice della “percezione” della corruzione (il Corruption Perceptions Index): cosa, ovviamente, da non sottovalutare visto che tale percezione dipende in buona parte dall’esperienza diretta dei cittadini riguardo al settore pubblico e della politica nel proprio paese, oltre che – naturalmente – dall’enfasi che i mass-media, e specialmente la televisione, riservano al fenomeno.

L’attuale classe politica italiana, anche solo a livello di “percezione”, non pare navigare in buone acque: anzi se nel 1996, all’indomani di tangentopoli, l’Italia sostava al 34mo posto (cfr. tabella in .pdf) e nel 2007 (cioè nel bel mezzo dell’ultimo governo Prodi) si manteneva al 41mo posto (dopo il Botswana però), negli ultimi tre anni è sprofondata dal 63mo posto del 2009 al 69mo del 2011.

E non si cerchi di schivare il problema bollando chi ha svolto l’indagine (Transparency International) come la “solita Ong ostile all’Italia e condizionata dal mass-media”. Ai pochi che si dilettano di tabelle e di cifre consiglio di leggere attentamente la stringa che riguarda l’Italia nella tabella di Transparency International (in .pdf). Vedranno che nelle penultime due colonne sono riportati gli indici di un ente che è l’esatto opposto di un movimento no-global: il World Economic Forum (sì, quello di Davos) la cui Executive Opinion Survey al riguardo stima l’Italia con un punteggio di 3.6 ben lontano dai 6.3 della Francia, degli 8.1 della Germania e degli 8.2 del Regno Unito per non parlare degli stratosferici (per noi) 9.5 della Danimarca. Il World Economic Forum ha di recente messo in campo una Partnering Against Corruption Initiative” (PACI) allo scopo di “progettare e attuare politiche e sistemi efficaci per prevenire, individuare e combattere la corruzione”: c’è da augurarsi che qualcuno, anche alla Bocconi, se ne stia interessando.

C’è però un settore della corruzione di cui spesso molti cianciano, ma sul quale invece i sedicenti esperti che pontificano nelle trasmissioni televisive e sentenziano dai loro blog, singolarmente puntualmente tacciono: quello della corruzione nell’industria militare.

Una parte del fenomeno è sotto inchiesta in Italia e riguarda – come tutti sappiamo – la principale industria nazionale del settore: Finmeccanica. E’ la ditta in cui – secondo l’accusa – le tangenti diventavano “zucchine” e il cui ex presidente Pierfrancessco Guarguaglini, indagato per frode fiscale, nei giorni scorsi ha ricevuto con il placet del Ministero delle Finanze (principale azionista dell’azienda) una liquidazione di almeno 4 milioni di euro.

Finmeccanica non è solo una delle maggiori imprese italiane, ma la principale azienda italiana nel settore dell’industria degli armamenti: l’ottava al mondo e la terza in Europa con vendite di armamenti che – secondo l’istituto di ricerca svedese SIPRI – nel 2009 hanno superato i 13 miliardi di dollari. Un’industria, a suo dire, assolutamente attenta ai valori della responsabilità e della sostenibilità tanto che lo scorso maggio ha presentato in pompa magna presso il Museo dell’Ara Pacis di Roma, il suo primo “Bilancio di Sostenibilità”, relativo all’esercizio 2010. Sarebbe adesso facile ironizzare sulle parole pronunciate da Guarguaglini in quell’occasione (“… non significa che prima non fossimo sostenibili, ma piuttosto che oggi siamo capaci di rendere meglio conto di ciò che facciamo quotidianamente” – sic!): ci eravamo permessi, in tempi non (troppo) sospetti, di avanzare qualche domanda sul precedente “Rapporto di sostenibilità”: domande riprese poi dal direttore di Unimondo e inviate all’azienda (che non ha mai risposto).

Eppure, nonostante i sedicenti esperti italiani di faccende militari siano silenti e le stesse ditte che la praticano preferiscano celarsi dietro il paravento del “Dow Jones Sustainability Indexes” (che accredita per l’Italia due ditte di rilucente sostenibilità come Finmeccanica e FIAT) la corruzione pervade il settore dell’industria militare. Il fenomeno non è di poco conto considerato che il SIPRI, l’autorevole istituto indipendente di ricerca che da 45 anni si occupa di questioni militari, ha dedicato quest’anno il primo capitolo del suo Yearbook 2011 proprio alla corruzione. Con un titolo alquanto esplicito: Corruption and the arms trade: sins of commission (Corruzione nel commercio degli armamenti: peccati di commissione).

Il capitolo si apre con una frase da leggere con attenzione: “Gli studi suggeriscono che la corruzione collegata al commercio di armi ammonta a circa il 40% della corruzione totale nelle transazioni globali. Essa impone un pesante pedaggio a venditori e acquirenti, minando le istituzioni democratiche, che implicano responsabilità, e sviando preziose risorse che potrebbero essere investite per soddisfare bisogni sociali urgenti”.

Il SIPRI spiega quindi come vi siano delle “caratteristiche sistemiche” nel commercio delle armi che favoriscono la corruzione e ne cita due particolarmente importanti. Innanzitutto, “lo stretto e imprescindibile legame con le questioni di sicurezza nazionale sottrae molte compravendite al controllo”; in secondo luogo, “l’ambito della sicurezza nazionale favorisce l’emergere di cricche di mediatori, commercianti e funzionari autorizzati”. Questi “stretti rapporti – sottolinea il SIPRI – rendono meno netti i confini tra stato e industria, favorendo atteggiamenti che relegano le norme legali in secondo piano”.

L’istituto di ricerca cita tra i casi quello del Sudafrica, ma riporta un caso – noto in Italia forse solo ai lettori di Unimondo (si veda qui) visto che la gran parte dei media nazionali pare ne sia all’oscuro: è noto come l’affaire “Al Yamamah” ovvero “la colomba” che ha riguardato l’inchiesta intrapresa dal Serious Fraud Office nei confronti della BAE Systems, la principale ditta britannica del settore militare, per fondi neri e tangenti verso dignitari di primo piano della famiglia reale saudita. Inchiesta – quando si dice la collusione tra politica e industria – messa a tacere con l’intervento dell’allora premier Tony Blair adducendo motivi di “sicurezza nazionale”: di fatto, l’Arabia Saudita aveva minacciato di non procedere con l’ordinativo per 72 caccia Eurofighter. Al caso il quotidiano The Guardian ha dedicato un intero dossier (The BAE Files) e continua a documentarne gli sviluppi sul suo sito: in Italia pochi ne han parlato nonostante quella commessa per gli Eurofighter “El Salaam” ("la pace") toccasse direttamente Alenia Aeronautica (gruppo Finmeccanica).

Non è certamente l’unico caso di “fondi neri” per commesse militari. Tra quelli noti – anche perché a rischio di insolvenza visto l’andamento dell’economia della Grecia – vi è quello che riguarda il nome di un colosso dell’industria tedesca noto anche in Italia: ThyssenKrupp Marine. Riguarda la commessa definita “Progetto Archimede” per quattro sottomarini Type-214 sulla quale è in corso un’indagine della magistratura ellenica per corruzione nei confronti di politici – tra cui l’ex ministro della Difesa, Akis Tsochatzopoulos – oltre funzionari e militari greci. Da notare che il parlamento greco, ha votato in modo bi-partisan a favore dell’inchiesta verso l’ex ministro della Difesa e che la stampa tedesca non sta certo nascondendo il caso.

Passando alla Francia va ricordato, tra l’altro, il contenzioso giudiziario con richiesta di risarcimento danni presentato nel 2001 dalla Marina taiwanese che ha accusato la ditta francese Thomson-CSF (ora Thales) di corruzione per tangenti distribuite a ufficiali taiwanesi nel corso della firma del contratto per le sei fregate Kang Ding. Il processo si è concluso nel luglio del 2011 con la sentenza in appello del Tribunale di Parigi che, confermando la decisione del maggio 2010 della Corte di Arbitrato Internazionale della Camera di Commercio, ha comminato alla ditta francese Thales un risarcimento di 875 milioni dollari al Ministero della Difesa di Taiwan. Da non dimenticare, infine, che anche l’India ha in sospeso dal 2009 la prosecuzione di un importante contratto con la Francia per la fornitura di sei nuovi sottomarini Scorpene per questioni collegate a faccende di corruzione e casi simili, se non più gravi, sono stati riportati anche in Malaysia e in Pakistan grazie all’azione dell’Ong per la tutela dei diritti umani Suaram.

La necessità di contrastare la crescente "competitività globale" viene però addotta dall’industria militare come ragione sufficiente per reclamare minori restrizioni normative particolarmente riguardo a quelle legislazioni che – grazie all’impegno delle associazioni della società civile attente agli effetti sociali e sui diritti umani delle forniture militari – regolamentano in modo sufficientemente rigoroso e trasparente le esportazioni di armamenti: al riguardo la reiterata azione di lobbying dell’AIAD, la potente Federazione italiana delle industrie dell’aerospazio e della difesa per poter allentare i vincoli della legge 185/90 è quasi disarmante.

Un modo per contrastare la corruzione c’è, ci ricorda Transparency International. Ed è quello di favorire i controlli da parte di più enti e, ovviamente, la trasparenza. Che significa, favorire l’accesso alle informazioni da parte della società civile.

Sarà solo un caso, ma il primo intervento non “normativo” ma “fattivo” dell’ultimo governo Berlusconi è stato invece quello di far sparire dalla Relazione annuale della Presidenza del Consiglio il lungo elenco di dettaglio delle operazioni autorizzate alle banche relative alle esportazioni di armamenti svolte dalle ditte loro clienti. Un elenco presente nella Relazione fin dai tempi dei governi Andreotti.

Nei giorni scorsi il Segretario Generale della Farnesina, Giampiero Massolo, il Ministro della Funzione pubblica, Filippo Patroni Griffi nel dibattito organizzato alla Farnesina proprio in vista della Giornata mondiale contro la corruzione si sono trovati d’accordo nell’affermare che la corruzione “aggrava i costi in modo intollerabile impedendo l’efficienza dei servizi al cittadino” e che “bisogna diffondere una nuova idea di trasparenza totale per il controllo sociale”.

Concordo. E propongo al riguardo una semplice riforma a costo-zero: che il Ministero dell’Economia e delle Finanze (dipartimento del Tesoro) renda pubblici online (senza stamparli su carta) gli elenchi degli ultimi tre anni di “Riepilogo in dettaglio suddiviso per Istituti di Credito” delle operazioni autorizzate alla banche riguardo all’esportazione di armamenti italiani. Il ministro in carica è il presidente del Consiglio, Mario Monti. Che ci ha assicurato che non teme “i poteri forti”. Ce lo auguriamo vivamente.

Giorgio Beretta
giorgio.beretta@unimondo.org

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