Corea del Nord: lo “Stato nucleare”

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Kim Yong-un - Foto: Asiancorrespondent.com

Il test del 21 marzo, fallito, e il test del 20 marzo su un nuovo tipo di motore ad alta spinta per alimentare missili balistici, riuscito, hanno fatto seguito a quello del 6 marzo, quando alle 7.36, ora locale, la Repubblica Popolare Democratica di Corea (Rpdc) ha lanciato quattro missili balistici (armi che potenzialmente possono trasportare testate nucleari), tre dei quali sono finiti nelle acque territoriali del Giappone. Il sito di Tongchang-ri, che ospita il principale poligono missilistico nordcoreano, appena un mese fa aveva fatto da palcoscenico ad un altro test missilistico che aveva spinto il Consiglio sicurezza dell’ONU ad adottare nuove sanzioni contro Pyongyang. Se aggiungiamo a questi ultimi "esercizi balistici" che negli ultimi 10 anni sono ormai cinque i test nucleari condotti dalla Corea del Nord, anche se la chiusura totale del regime dell’eccentrico Kim Yong-un rende praticamente impossibile ottenere informazioni certe sul programma atomico di Pyongyang, la potenziale minaccia mondiale attraverso armi nucleari coreane sembra più che realistica e va ad aggiungersi alla lunga lista di atrocità e bizzarrie che Kim impone al suo popolo.

Dopo quelli del 2006, 2009, 2012 e di inizio 2016, il 9 settembre scorso, per ricordare il 68° anniversario dalla fondazione nazionale da parte di Kim Il-sung, Pyongyang aveva realizzato un nuovo test nucleare, rialzando la tensione con Washington e Seul. L’ennesima violazione della risoluzione Onu contro la proliferazione nucleare per la Corea del Nord rappresentava il tentativo di “rafforzarci come nazione nucleare per difendere la nostra autentica pace, la nostra dignità e il diritto alla vita”.  In questa occasione Pyongyang aveva chiesto attraverso la Korean central news agency (Kcna), agenzia ufficiale della dittatura nordcoreana, che gli Stati Uniti riconoscano la Corea del Nord come “Stato nucleare” visto che fino ad ora l’amministrazione americana “ha tentato di negare la posizione strategica della Repubblica popolare democratica di Corea come Paese legittimamente dotato di arma atomica” e aveva definito il test “una risposta necessaria alla minaccia nucleare americana e alle sanzioni imposte al Paese”.

L’agenzia cinese Xinhua ha scritto che “È possibile che il lancio di missili del 6 marzo sia stato deciso come rappresaglia alle manovre annuali che conducono tradizionalmente le forze americane e sudcoreane nella regione”. Una tesi confermata direttamente da Pyongyang che aveva preventivamente avvertito Washington e Seoul che avrebbe risposto “senza pietà” alle loro esercitazioni militari congiunte: “Qualora gli imperialisti americani e le forze fantoccio sudcoreane facessero fuoco anche su una singola conchiglia nelle acque in cui si esercita la sovranità della nostra Repubblica, la KPA [Esercito popolare della corea del nord, ndr] risponderà alle azioni militari - ha scritto sempre la Kcna - Il KPA saprà sventare senza pietà il ricatto della guerra nucleare degli aggressori con la sua preziosa spada nucleare della giustizia”. Per fortuna, per il momento, l’operazione “Foal Eagle”, cioè le esercitazioni militari congiunte tra Corea del sud e Stati Uniti d’America, che dovrebbero terminare entro la fine di aprile e che mobilitano la portaerei nucleare americana Carl Vinson e i caccia fantasma F-22, non hanno ancora toccato nessuna conchiglia nord coreana!

Questo pericoloso “gioco nucleare” tra Corea del Nord e Stati Uniti è diventato così critico che anche il Governo cinese, un tradizionale alleato dei nordcoreani (anche se sempre con maggiori riserve), ha deciso di intervenire per cercare una soluzione diplomatica attraverso il suo ministro degli Esteri, Wang Yi, che ha proposto “la sospensione delle attività nucleari nordcoreane parallelamente alla sospensione delle esercitazioni militari su larga scala di Stati Uniti e Corea del Sud”. A quanto pare però la Cina sembra l’unica seriamente preoccupata. Al momento i test missilistici del regime nazional-stalinista nordcoreano fanno il gioco della svolta militarista del governo di centro-destra giapponese: il primo ministro Shinzo Abe non ha perso l’occasione per sottolineare che “Gli ultimi lanci di missili balistici sono chiaramente una nuova minaccia da parte della Corea del nord che va contrastata”. Nel contempo le iniziative balistiche di Pyongyang hanno favorito un’accelerazione del più volte annunciato programma di difesa antimissilistico THAAD (Terminal High Altitude Area Defense system) dispiegato in Corea del Sud dagli Stati Uniti e che probabilmente diventerà operativo nel giro di un paio di mesi.

I più attenti analisti della situazione geopolitica e militare asiatica sostengono che proprio questa sia la partita più importante, visto che l’intervento della Cina nel litigio tra Stati Uniti e Corea del Nord nasce dalla netta opposizione del governo cinese al dispiegamento del sistema THAAD, che Pechino ha definito come “un’aperta e pericolosa mossa fatta dagli Stati Uniti nell’ambito di una grande strategia che prevede di istituire difese simili in tutta l’Asia e che ha l’obiettivo di garantire agli americani una superiorità strategica che potrebbe danneggiare notevolmente la Cina”. Una problema non di poco conto, se consideriamo che a tenere in mano la questione nucleare in questa parte del mondo ci sono in questo momento da una parte il paranoico Kim Yong-un e dall’altra il megalomane Donald Trump, che in Asia si trova a gestire la prima prova di forza militare della sua nuova amministrazione a stelle e strisce. Non sembra quindi un caso se solo due settimane fa l’America di Donald Trump si è detta pronta a bombardare la Corea del Nord che Kim Jong-un sta dotando della bomba atomica. “Voglio essere chiaro” ha detto il segretario di Stato americano Rex Tillerson: “La politica della pazienza strategica è finita, servono più sanzioni" e se Pyongyang diventa una minaccia “al livello che noi riteniamo richieda un’azione, l’opzione militare è sul tavolo”. La risposta coreana della scorsa settimana non è stata certo distensiva: "Non ci fate paura". Un'escalations da scongiurare al più presto per la Conferenza ONU che dal 27 marzo a New York si sta battendo per il bando delle armi nucleari e l’eliminazione delle circa 16.000 testate nucleari che ancora minacciano la vita sul pianeta Terra. 

Alessandro Graziadei

Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

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