Controindicazioni per il viaggio: possibile indigestione di storie

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Foto: S. Verza ®

All’ombra dei vicoli della vecchia Bari, ordino una focaccia e continuo con foga a parlare di quanto sarà bello prendere un traghetto in notturna e attraversare l’Adriatico. La cameriera torna con la mia focaccia fumante e “non volevo origliare, ma dove andate in traghetto?”. “Andiamo in Albania!”.

“Che bello! Io sono montenegrina”. “Ah, e di dove?” “Di Bar”. 

Alle 6 del mattino, il ponte 8 del traghetto si risveglia: Edrin, uno scalpitante durazzese sulla sessantina che vive a Taranto, sta avvolgendo tutte le tende, lasciando spazio a grandi finestre che incorniciano il porto di Durazzo. Il traghetto è pieno di albanesi che tornano a casa per le vacanze. “Siamo arrivati! Guardate, guardate che bellezza!”.

Me l’avevano detto: Durazzo è il posto ideale per un fotoreportage sull’abusivismo edilizio. L’antica Epidamno, sorta nel settimo secolo a. C., chiede al visitatore di armarsi di pazienza e cercare i gioielli di storia che si nascondono tra i palazzi di quella che oggigiorno è la seconda città più grande dell’Albania. Tra questi, il più grande anfiteatro romano dei Balcani, nel cuore della città, sul quale aggettano case dalle altezze più svariate, quasi a fare a gara per vedere lo spettacolo da vicino.

Ci ristoriamo con un ottimo caffè espresso (per la cronaca: nei Balcani l’espresso è fatto a regola d’arte): ordina per noi il signor Jetan, che parla bene l’italiano, ha vissuto tanti anni a Brescia. “Mio figlio si è stabilito in Svizzera, e mia figlia a Milano”, ci spiega, mentre convince l’oste a lasciarci mangiare i börek comprati dalla signora accanto, perchè da qui in poi le caffetterie fanno solo caffè. Ci puoi trovare delle bibite, se vuoi, e fumare una sigaretta.

E’ facile abituarsi al fatto che in Albania quasi tutti parlano o capiscono l’italiano. Moltissimi hanno parenti in Italia, o ci hanno vissuto. Inoltre, per anni qui è arrivata la Rai: negli anni ‘80, al tempo del regime di Enver Hoxha, qualcuno rischiava il carcere per guardare il Festival di Sanremo.

I mercati di Durazzo ci catapultano già in una dimensione fatta di profumi e gestualità che si ritrovano solo viaggiando verso Est: le paprike fanno da padrone, e i telefonini di quarta mano pure.

Troviamo finalmente un furgòn che ci porta a Shkodër, sulle sponde dell’omonimo lago, il lago di Scutari. Qualcuno si arma di sgabellino di plastica, per non sprecare lo spazio nella corsia centrale, e il mezzo si mette in moto sulle note di una canzone albanese che non sa scegliere tra il ritmo dell’reggaton, le melodie turche a base di clarinetto e un incedere delle parole che suggerisce l’hip-hop. 

A Scutari ci accoglie Alma, una signora dalla folta chioma rossa che gestisce il Mi casa es tu casa, un anacronistico ostello per fricchettoni internazionali nel cuore della città, che per il resto sembra essere sconosciuta alle grandi folle del turismo di ferragosto. Il suo compagno era torinese, un attivista a cui si deve la bandiera NO TAV alla reception.

Scutari si trova tra i fiumi Drin, Buna e Kir, circondata da montagne che preludono alle maestose Alpi Albanesi. Il lago si trova però a pochi chilometri dall’Adriatico, e così la vegetazione è mediterranea, punteggiata di melograni selvatici e arbusti bassi.

Il lago di Scutari si estende tra Albania e Montenegro con un’estensione di quasi 400 km². Dal centro città, è possibile costeggiarlo fino a raggiungere quasi il confine, percorrendo in bici il largo marciapiede che lo costeggia fino a Zogaj, piccolo paese di pescatori, passando per Shiroke, un villaggio che sembra comporsi solo di qualche piccolo ristorante che si affaccia sulle sue acque placide.

Arriviamo a Shiroke per la prima volta in tarda serata, indirizzati da una famiglia albano-casertana incontrata in cima alla fortezza di Rozafa, il castello che sovrasta Scutari. “Gli zingari di Shiroke cucinano il miglior pesce della zona: ma sono zingari buoni eh, non come gli zingari italiani…”, ci dicono mentre usciamo dalla maestosa porta d’ingresso della fortezza.

Rozafa è circondata da una leggenda, narrata anche nelle pagine de Il ponte sulla Drina, di Ivo Andrić. Si narra che il castello fu costruito da tre fratelli: ogni notte, però, ciò che costruivano durante il giorno crollava misteriosamente. Un vecchio saggio spiegò loro che era necessario un sacrificio: una delle loro mogli doveva essere murata viva tra i pilastri del castello. Decisero che la scelta sarebbe caduta sulla prima di queste a portare loro il pranzo l’indomani. Ma solo il più giovane dei fratelli non avvertì la moglie: fu così lei, Rozafa, a doversi sacrificare. Chiese però che venissero lasciate scoperte una gamba, una mammella, una mano e un occhio, per cullare, allattare, accarezzare e vedere il figlio.

Il giorno dopo, armati di bici e asciugamani, raggiungiamo Zogaj. Ci hanno detto di cercare “Bilal”. Eppure, la strada si ferma davanti ad una piccola moschea, e le uniche due attività della cittadina hanno nomi diversi. Ma ecco che una coppia di spagnoli spunta da una stradina sterrata: “Si, si! Dovete scendere di qui per andare da Bilal!”. Bilal non è dunque un ristorante, ma un uomo dall’età indefinibile, con il volto rugoso e bruciato dal sole e occhi gentili. Ogni sera, per chi lo chiede, cucina il pescato del giorno servendolo ai piccoli tavoli sotto il pergolato. A parte lui e qualche amico, gli unici altri abitanti di questa piccola casa sono i due spagnoli, che hanno piantato una tenda nel giardino, e un gatto bianco e nero che sembra cavarsela bene tra i pescatori che tornano dopo la giornata di lavoro. Pescano la carpa (krap), la specialità locale, che viene servita con ricchi sughi dai sapori mediterranei a base di cipolla e sugo di pomodoro. 

Scutari ospita il bellissimo museo fotografico Marubi, fondato da Pietro Marubi nel 1865. Mazziniano perseguitato in Italia, Marubi trovò rifugio a Scutari, che era un fervente centro culturale dal respiro internazionale. Il museo ripercorre più di 100 anni di storia Albanese, e si compone di magnifici ritratti, scatti a folle spettacolari e un percorso temporaneo sulle prime forme di manipolazione fotografica a scopo politico.

Dopo essere riusciti a bere per due sere di fila la deliziosa grappa fatta in casa da una signora di Shiroke, ci piacerebbe visitare le aspre montagne albanesi, che in tanti descrivono come luoghi senza tempo ricchi di formaggio impareggiabile, ma non siamo automuniti e nessuno sembra voler noleggiare un mezzo. “L’assicurazione non copre sulle montagne”, ci spiegano. Così, dopo aver chiesto in vari chioschi e a numerosi passanti, intuiamo l’orario di partenza dell’autobus che ci porterà il giorno dopo a Kotor, Cattaro, in Montenegro

La prima sensazione sulle Bocche di Cattaro è che l’Albania del Nord sarebbe forse stata più adatta alle nostre tasche e in tono con i nostri zaini. Kotor è letteralmente invasa da turisti che, avendo letto la guida, sapevano di trovare di fronte a sé una delle più belle fortezze sull’Adriatico lasciate dalla Repubblica di Venezia. Molti di loro sapevano anche che Kotor è il set di Game of Trones, una delle serie più seguite dagli appassionati di fantasy di tutto il mondo.

Kotor ricorda davvero Venezia, con i suoi vicoli stretti che si aprono d’improvviso alle piazze, una grande densità di chiese e una bellezza che sembra aver risentito poco del passare dei secoli. Le porte della città hanno sbocco diretto sul mare, anche se quello che confluisce nel più grande fiordo naturale d’Europa, racchiuso tra alte montagne, non sembrerebbe poi mare se non si rivelasse salato.

Kotor somiglia a Venezia anche perchè è più bella di notte: quando i negozi di souvenir chiudono, e l’unico posto dove bere qualcosa fino a tarda notte rimane una kafana nascosta, un piccolo locale dove ascoltare e ballare musica tradizionale che tutti conoscono a memoria, fumando attorno a piccoli tavoli che vengono gelosamente custoditi dagli avventori.

Il giorno dopo un autobus che costeggia per 40 km la baia ci porta fino a Hergec Novi, l’ultima cittadina sulle Bocche di Cattaro prima che queste si aprano sul Mediterraneo. Mentre leggiamo su uno scoglio che guarda dritto all’apertura delle Bocche, molte barche a vela sfrecciano davanti a noi, in questo punto finalmente ricco di vento, unico scorcio tra le montagne. Guardando la Fortezza Spagnola alle nostre spalle, penso alle migliaia di navi avvistate da lassù, nel corso dei secoli ricchi di eventi che hanno scandito il microcosmo della baia. “In Italiano, questa è Castelnuovo” ci spiega Boris, che lavora al bar della stazione “perchè è stata fondata più tardi rispetto alle altre città”: Boris parla italiano, perchè ha giocato a pallanuoto a Trieste per qualche anno. La pallanuoto è lo sport più popolare in questa zona: non è raro vedere la sagoma di porte bianche che galleggiano sull’acqua, incastonate in scorci insoliti per un campo di gioco.

Sarà proprio Boris ad indicarci la prossima destinazione: Trebijne. “E’ davvero bella”, garantisce, “Ci hanno anche girato l’ultimo film di Moana Pozzi” ci dice, in un lapsus che confonde la nota attrice con Monica Bellucci, che ha recitato qui in The Milky Way, di Kusturica.

Trebijne, in effetti, è una cittadina davvero graziosa nella Republika Srpska, la Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina. Tanto graziosa quanto è tragica la sua storia: nella Republika Srpska vivono soprattutto serbi, dopo la pulizia etnica avvenuta nei primi anni ‘90. Il numero di bosniaci, croati e serbo-croati diminuì drasticamente, e dieci moschee della città, che ha origini ottomane, vennero rase al suolo.

Il ponte di Arslanagic è uno dei lasciti più belli della dominazione ottomana: lo attraversiamo passeggiando verso il borgo, dove è in corso un mercato di piazza. Qui facciamo una scorta di kaymak, formaggio di capra, mirtilli, rakija di prugna, pesca e uva e ajvar.

Con gli zaini e la pancia piena, è tempo per un nuovo autobus. Destinazione Sarajevo.

A Sarajevo in questi giorni c’è il Film Festival. “Per questo c’è acqua dal rubinetto dopo mezzanotte” mi spiega Hadidza, mia ex compagna di studi. “Altrimenti, quasi tutta la città è sempre a secco di notte, per via dei danni all’acquedotto cittadino. Chiudono l’accesso all’acqua per recuperare quella che va perduta durante il giorno”.

Hadidza ci porta a ballare techno “nell’ultimo posto in cui la fanno”, consegnandoci così direttamente al pomeriggio successivo. L’ultima mattinata del nostro viaggio, la saltiamo a piè pari. Trascorriamo il pomeriggio passeggiando per Baščaršija, il quartiere vecchio di Sarajevo: ricorda la vecchia Istanbul, con il suo Grand Bazar, le case basse di legno, e piccole strade piene di antiquari che si inerpicano sulla collina. Fuori di qui, però, la città porta ancora addosso i segni dell’assedio che è durato dal 1992 al 1995, il più lungo per una città nella storia dei conflitti moderni, e che ha causato la morte di oltre 11.000 persone.

Torniamo alla stanza che ci ospita attraversando il Ponte Latino, un ponte ottomano carico di storia: qui è stato ucciso l’arciduca Francesco Ferdinando nel 1914, dando il La all’infuriare della prima guerra mondiale.

Salutiamo Sarajevo alle prime luci dell’alba, mentre qualcun altro torna a casa barcollando, con la sensazione di aver solo iniziato la scoperta di questo microcosmo, i Balcani

Sofia Verza

Laureata in Giurisprudenza presso l'Università di Trento, ha studiato ad Istanbul presso le Università Bilgi e Yeditepe, specializzandosi nel campo del diritto penale e dell'informazione. Ad Istanbul, ha lavorato per la fondazione IKV (Economic Development Foundation), ricercando nel campo della libertà di espressione. E' stata vice presidente dell'associazione MAIA Onlus di Trento, occupandosi di sensibilizzazione sulla questione israelo-palestinese e cooperazione culturale in Cisgiordania. Scrive per il Global Freedom of Expression Centre della Columbia University e collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso

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