Come sono prodotti i nostri vestiti

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Foto: Pressenza.com

Il più giovane di loro ha 15 anni, e lavora più di dodici ore al giorno per guadagnare ancora meno degli altri. Tutto il giorno stira vestiti, prima che questi vengano spediti nel Regno Unito, per poi essere distribuiti nelle grandi catene di distribuzione commerciale.

Comincia così il servizio d’inchiesta di Darragh MacIntyre, reporter della BBC che rende pubblico come vengono sfruttati i rifugiati di guerra siriani insieme ai loro bambini. Costretti a lavorare duramente in cambio di pochissimi spiccioli, per alcuni dei migliori marchi di moda del Regno Unito, senza rispetto alcuno per i loro diritti. E’ questa l’ultima frontiera del business Made in Occidente, sfruttare donne e bambini, rifugiati di guerra, in fabbriche che producono vestiti per marchi famosi, come ad esempio Mango, Zara, Marks and Spencer, Asos ecc..

È questa la dura realtà di centinaia di siriani, prima costretti ad abbandonare il loro paese per scappare dalla disperazione e dalla guerra e che adesso risiedono in Turchia in condizioni precarie e di assoluto sfruttamento.
Così, se un giorno ci si trovasse bene ad indossare un capo di uno dei tanti marchi al mondo che fanno soldi sfruttando la disperazione della gente, ad esempio coi rifugiati siriani o coi bambini in Bangladesh, magari si possa fermarsi, pensare solo per un attimo al costo smisurato in termini di sofferenza umana, pagata sempre da altri, per far arrivare questo articolo sul nostro mercato.

Ovviamente, tutti i marchi accusati nel servizio negano ogni forma di responsabilità, si sbracciano a spiegare che avrebbero monitorato accuratamente le loro catene di produzione e i loro fornitori, eppure su quei prodotti pagati a suon di lacrime, sudore e sangue, campeggia bello chiaro il loro logo. Si nega, anche di fonte all’evidenza, pure quando la fonte giornalistica citata che ha investigato, mostra chiaramente le immagini rubate dalle telecamere nascoste, riporta conversazioni e testimonianze di decine di lavoratori siriani, che tuttora vengono usati illegalmente in fabbriche tessili. Tra loro ci sono anche dei minorenni, che vengono pagati meno di un dollaro l’ora, attraverso un intermediario clandestino, ripreso anch’egli per strada mentre mercanteggia per il lavoro di queste persone. Uno di loro con coraggio racconta persino dei maltrattamenti subiti, arrivando a dire che “se succede qualcosa a un siriano, magari si fa male lavorando, lo buttano via, come uno scarto di un tessuto”.

Eppure molte organizzazioni per i diritti umani continuano a denunciare quotidianamente e da tempo che questo tipo sfruttamento lavorativo è in costante aumento, specie dopo l’arrivo di milioni di rifugiati siriani e di altri paesi in guerra. E’ una sorta di atroce e cinico plusvalore aggiunto che si nasconde opportunisticamente dietro i più famosi marchi di moda. Intanto i governi che finanziano le guerre continuano a chiudere entrambi gli occhi da tutte le parti, permettendo questo e ben altro. Molti vestiti che noi compriamo oggi vengono realizzati in Turchia, perché è vicina all’Europa ed è abituata a trattare con gli ordini dell’ultimo minuto. Questo consente ai rivenditori di non tenere di fatto il magazzino, permettendo loro sempre più guadagni in nuovi e scintillanti negozi del centro città, oppure in outlet che sorgono rapidamente in limitrofe aree periferiche urbane.

L’inchiesta giornalistica mostra anche come i minori siriani rifugiati siano stati impiegati nella produzione di jeans per marchi come Mango e Zara, fa vedere ragazzini che senza nemmeno una maschera spruzzano pericolose sostanze chimiche, tossiche e nocive, per sbiancare i jeans. Il marchio inglese M & S dopo l’inchiesta ha dichiarato: “Tutti i nostri fornitori sono contrattualmente tenuti a rispettare i nostri standards e i nostri principi etici generali”, che a loro dire comprendono anche un trattamento “etico e rispettoso” dei lavoratori, aggiungendo a voce alta. “Non tolleriamo tali violazioni di questi principi e faremo tutto il possibile per assicurare che questo non accada di nuovo.” Peccato sia difficile credergli, specie perché sorge una domanda: senza questa inchiesta giornalistica, quanto sarebbero andati ancora avanti permettendo la produzione dei loro capi a quelle condizioni di sfruttamento?

L’inchiesta di denuncia giornalistica della BBC è stata condotta in un’area d’Istanbul molto inquinata, con tante lavanderie industriali.In una di esse insieme ai rifugiati siriani sono stati trovati sul posto di lavoro persino bambini turchi di età inferiore ai 10 anni. Questo purtroppo è un racconto incompleto, è solo un piccolo pezzetto della storia, quella che corre per il mondo e unisce in tanti puntini sfruttamento selvaggio, disperazione, imbarbarimento e impoverimento con guerre e distruzione, che come effetto collaterale producono appunto tutto questo. Tutto permesso in nome della “legge di mercato” e ormai proprio più niente in favore dei diritti della gente.

Da Pressenza.com

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