Colombia: voglia di giustizia o di impunità?

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L’era delle autobombe, dei rapimenti, dei massacri di contadini e civili potrebbe essere confinata nel passato e quello appena trascorso è stato, forse, l’ultimo Natale di guerra per la Colombia. Il conflitto interno con le Fuerzas armadas revolucionarias de Colombia (FARC), lungo 51 anni, costato oltre 220.000 vittime, tra i 45.000 e i 106.000 desaparecidos e capace di generare sei milioni di sfollati interni, sembra finalmente vedere la fine. Dopo oltre tre anni di trattative in corso all’Avana, il 23 marzo 2016, infatti, verrà messa la firma sull’accordo di pace tra il Governo colombiano guidato da Juan Manuel Santos e il principale gruppo guerrigliero colombiano rappresentato dal comandante politico e militare Rodrigo Londoño Echeverri. Il 15 dicembre scorso, le due parti hanno concluso il quinto punto dell’agenda negoziale, quello più delicato e al momento controverso: la giustizia post-conflitto, ovvero le pene previste per i responsabili di crimini di guerra, nelle intenzioni non solo dei politici e dei guerriglieri, ma anche di militari ed esponenti delle numerose formazioni armate d’ogni orientamento ideologico e criminale, nate nel caos di questa vera e propria guerra civile. 

Trovare un minimo comune denominatore tra le giuste rivendicazioni delle vittime e la legittima necessità di coinvolgere gli ex carnefici nel processo di pace, non è stato facile. Su tale scoglio, il negoziato è rimasto incagliato per un anno e mezzo e il risultato, nonostante sia stato accompagnato da una delegazione di vittime e parenti delle persone uccise nel conflitto, non sembra essere all’altezza delle aspettative. Sotto accusa la creazione di un Tribunale Speciale per la Pace basato sui principi di “verità” e di “responsabilità”. A quanto pare l’organismo, presieduto da magistrati scelti in modo indipendente, giudicherà solo coloro i quali sono coinvolti direttamente all’interno del conflitto, come lo Stato, i guerriglieri ed altri “settori della società”, ma senza che vi sia alcun riferimento specifico ai paramilitari e ai loro finanziatori. “A migliaia di vittime verrà negato il diritto alla giustiziaha tuonato José Miguel Vivanco, direttore della divisione delle Americhe di Human Rights Watch (HRW).

L’ong che ha analizzato le 63 pagine relative al quinto punto dell’agenda negoziale, non ha esitato a definirlo un “patto per l’impunità” che prevede "l’amnistia per i reati politici". “Non crediamo che si possa fondare una riconciliazione o un processo di pace sulla base dell'ingiustizia. E ciò che questo accordo nasconde è questo, l’ingiustizia”, ha fatto sapere Vivanco. Nel Rapporto che HRW ha reso pubblico il 21 dicembre scorso si pone l’accento sulle pene stabilite in alternativa al carcere e sulla possibilità che gli imputati possano esercitare ancora incarichi politici. “Nessuna persona che sconti una pena dopo essere stata condannata per un crimine di guerra, di lesa umanità o una grave violazione dei diritti umani dovrebbe potersi proporre per un incarico pubblico né occuparlo mentre sta scontando la pena”, ha spiegato Vivanco. Come se non bastasse HRW ha sottolineato che “Nessun tribunale internazionale ha mai permesso ai condannati per crimini di guerra di evitare la prigione” e per ora il negoziato prevede dai 5 agli 8 anni di restrizione della libertà in condizioni speciali per coloro che si costituiscono, in condizioni ordinarie per coloro che tarderanno nel farlo. Fino a 20 anni di carcere, invece, per quelli che risultano colpevoli pur negandolo.

Per HRW l'accordo è per ora “un groviglio di ambiguità, omissioni e scappatoie”, che comunque vada dovrà essere ratificato o da una costituente o più probabilmente da un referendum, per far mettere la parola fine sulla guerra da tutti i colombiani. Il tempo per migliorare l’accordo c’è, ma ci sarà anche la volontà? In caso contrario, l’organizzazione per i diritti umani è pronta allo “scontro davanti agli organismi internazionali”. Infatti, se per il presidente Santos “mai, prima di oggi, si era stati così vicini alla pace”, non è possibile ignorare che al momento la riconciliazione sembra basata, per il direttore di HRW Vivanco su “un cumulo di vacue promesse”. Una perplessità che ha denunciato anche Jineth Bedoya, la giornalista e attivista colombiana sequestrata e violentata nel 2000 da un gruppo di paramilitari ricordando che come società civileSupportiamo il processo, ma non rinunciamo alla giustizia e alla riparazione”. 

L’impressione è che se con questo accordo non arriverà anche una degna riconciliazione la pace rimarrà in pericolo. Del resto per anni la guerra, oltre che un business, è stata un’arma politica importante per tanti in Colombia. L’opposizione al negoziato e ad un eventuale accordo è tuttora il cavallo di battaglia dell’ex presidente Álvaro Uribe che non perde occasione per dire che “Non capitoleremo di fronte alle Farc”. Un messaggio potente per l’opinione pubblica e per le parti in causa, ferite dalla violenza, ma chiamate a deporre le armi. Una questione solo “tecnica” si dice. Per questo, fonti del Governo sostengono che l’attesa firma, sospesa tra giustizia ed impunità, potrebbe arrivare già prima di marzo.

Alessandro Graziadei

Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

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