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Colombia: la vita lungo il fiume a Llorò

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Il fiume Llorò - Foto: Vitatrentina

Le signore più anziane girano con l’ombrello sempre appresso: quando non piove si riparano dal sole tropicale, che qui picchia forte. Siamo a Lloró, quasi un gioco di parole dal verbo llorar, che in spagnolo significa piangere. Così si chiama uno dei municipi più poveri del dipartimento del Chocó, a sua volta uno dei più poveri della Colombia.

Ed in effetti il nome sembra calzante, visto che qui, nella giungla, il cielo di lacrime ne versa eccome. Piove tutti in giorni, almeno un pò. La zona più umida del mondo, dicono le statistiche.

Se si dovesse descrivere la regione in una parola, si direbbe acqua. Quella dal cielo, come detto e quella dei numerosissimi fiumi che un pò dappertutto scorrono. Cinque quelli principali, più un numero imprecisato di affluenti. Tutti assieme scandiscono la vita quotidiana delle comunità presenti, raggiungibili proprio solo via fiume. Determinano l’economia dei residenti, la sopravvivenza stessa.

Oltre al pueblo di Lloró, ci sono altre 47 comunità. Terre di negros e indios. I primi arrivarono qui con le catene, quando i conquistadores della corona spagnola li introdussero come schiavi dall’Africa. I secondi, meno resistenti ai lavori forzati, si ritirarono in altre zone più interne. Oggi questa divisione permane ancora e risalendo il fiume i gruppi afro e quelli indigeni si spartiscono le terre in villaggi separati. Ad accomunarli, la povertà e la vita lungo il fiume.

Attraverso canoe scolpite nel legno trasportano le uniche cose che la giungla può loro regalare: frutta e legname. Dopo ore di discesa lungo il fiume, questi vengono venduti a prezzi irrisori sulle rive di Lloró e da qui caricati su grossi camion. Il tempo di arrivare a Bogotá o Medellin e la merce vale già cinque volte tanto. Ancora una volta le tasche più piene sono di chi non s’è spezzato la schiena.

Quando sono gli uomini a scendere in canoa per vendere la merce, la metà dei pochi guadagni fatti viene subito spesa in alcolici. Accadde spesso che prima di risalire il fiume per tornare a casa, occorra aspettare qualche giorno, perché le condizioni meteo non consentono di ripartire subito. E così l’unico passatempo rimane la bottiglia. Per questo, molte volte sono le donne e i bambini che si occupano di scendere a Lloró per vendere.

Una volta a casa, la vita dei villaggi, siano essi afro o indigeni, prosegue come sempre. Naturalmente, non ci sono né luce né acqua . Per quest’ultima viene utilizzata quella piovana, che per fortuna non manca, raccolta in grosse cisterne. Per lavarsi ed espletare i bisogni, per tutti c’è il fiume.

Nella quasi totalità dei villaggi, pieni di bambini, é stata costruita una capanna in legno o bambù (ma in qualcuno si è costruito in cemento) che funge da scuola. In molti casi, però, a mancare é il maestro. Il Ministero li nomina ma nessuno vuole venire fin qui. E così sono in tanti a crescere senza saper leggere e scrivere. Allo stesso tempo, non esistono cliniche, ospedali o centri di salute. Si partorisce (e qui lo fanno spesso)come una volta; le condizioni igienico-sanitarie sono critiche. Alcuni programmi appoggiati da ong locali o straniere, stanno provando ad organizzare piccoli corsi di pronto soccorso ed educazione sanitaria, regalando dei kit di prima necessità medica. Ma senza saper leggere, é difficile poter usare le medicine giuste.

In caso di bisogno, non resta che venire a Llorò, dove esiste una piccola clinica. Di nuovo con fatica, di nuovo lungo il fiume.

Andrea Dalla Palma

(inviato di Unimondo)

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