Cina, leader globale possibile

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Foto: Remocontro.it

Concentrati come sono sulle follie che Donald Trump ci propina con ritmo incalzante, osservatori e analisti dedicano minore attenzione alle conseguenze che tali follie comportano per il prestigio internazionale degli Stati Uniti. Prestigio che – giova rammentarlo – già non era molto alto durante l’era Obama. Ma il primo presidente afroamericano una sua linea in materia di politica estera l’aveva, sia pure incerta e ondeggiante. Dopo l’avvento del tycoon, tuttavia, non solo i nemici, ma anche i tradizionali alleati s’interrogano circa la credibilità Usa, ed è ormai chiaro a tutti che abbiamo a che fare con un personaggio inaffidabile al massimo grado. Sposta portaerei con un tweet, salvo poi accorgersi che i militari non gli obbediscono. Danza con i dignitari sauditi dopo averli accusati, in campagna elettorale, di ogni nefandezza possibile e immaginabile. Incoraggia la messa al bando del Qatar e subito dopo si smentisce clamorosamente. Accusa l’Iran di essere il vero protettore del terrorismo islamico, e in men che non dica è l’Isis stesso a smentirlo attaccando proprio a Teheran.

Gli alleati europei sono in piena fibrillazione, con Angela Merkel che invita la UE a diventare padrona del proprio destino e con Jean-Claude Juncker che la segue a ruota, riprendendo il vecchio discorso dell’autonomia difensiva europea. Come se fosse facile, dopo decenni in cui l’Europa si è concentrata interamente sull’economia, delegando in toto agli Stati Uniti ogni aspetto riguardante le proprie capacità militari. Il problema, comunque, è cercare di capire gli scenari futuri quando l’unica superpotenza globale sopravvissuta alla fine della Guerra Fredda è avviluppata in conflitti interni che non trovano analogie in passato, nemmeno ai tempi dell’impeachment di Richard Nixon. E mette conto notare che Trump è in rotta non soltanto con Fbi e servizi segreti, ma pure con gli ambienti militari, nei cui ranghi i dubbi sull’affidabilità del presidente stanno crescendo in modo esponenziale. Per non parlare dell’imbarazzo all’interno del Partito Repubblicano, dove lo speaker della Camera, Paul Ryan, lo ha definito un “pivellino” in materia di politica estera (altro fatto senza precedenti).

Ciò che importa capire, a questo punto, è se sul palcoscenico internazionale vi siano altri attori che possono assumere un ruolo di guida globale, ed è necessario ammettere che per ora non se ne vedono. L’Europa, nonostante i segni di resipiscenza mostrati da Merkel e Juncker, è molto debole e non si vede come possa recuperare influenza in tempi ragionevolmente brevi. La Russia, pur essendo senza dubbio una grande potenza militare, resta fragile dal punto di vista economico e finanziario. I tempi d’oro della defunta Unione Sovietica sono insomma assai lontani. Resta dunque soltanto la Cina. Il gigante asiatico manifesta ormai la volontà di offrirsi nelle vesti di leader globale. Possiede una grande economia, una discreta – ma non enorme – potenza militare e, elemento da non trascurare, una storia millenaria in cui ha spesso giocato un ruolo di primo piano negli affari internazionali. Nel XX secolo è risorta dopo un lungo periodo di decadenza e sembra pronta e riproporsi quale esempio da seguire. Il problema è, almeno per ora, che la sua influenza è grandissima in Asia e molto meno nel resto del mondo.

E’ importante notare che la crisi dell’Occidente offre a Pechino il destro per dimostrare che il modello liberaldemocratico è inefficiente. I cinesi non mancano di rilevare il caos generato negli Usa e in Europa dalle frequenti consultazioni elettorali, replicando ai critici che il loro – basato sul partito unico e su elezioni sostanzialmente formali – assicura invece stabilità politica e crescita economica. Il ragionamento viene impiegato anche contro i dissidenti di Hong Kong e le loro richieste di adottare il sistema occidentale. Nel frattempo Xi Jinping sta procedendo a tappe forzate verso un culto della personalità con lui stesso quale leader assoluto al pari di Mao e di Deng Xiaoping. In assenza di gravi crisi economiche la manovra può riuscirgli poiché, in fondo, i comunisti cinesi hanno avuto la brillante idea di mantenere il marxismo-leninismo quale intelaiatura ufficiale, rendendo tuttavia un omaggio non solo formale alla ben più antica dottrina confuciana che antepone Stato e collettività all’individuo (l’antitesi esatta, insomma, della liberaldemocrazia).

Tuttavia la Cina è leader globale ancora in potenza. Il mondo occidentale, da un lato, vede con una certa preoccupazione la sua ascesa mentre, dall’altro, non sembra capace di trovare rapidi antidoti al suo declino. In questo senso Donald Trump è solo uno dei fattori di crisi, poiché altrettanto importanti sono le continue convulsioni elettorali e populiste della vecchia Europa.

Michele Marsonet da Remocontro.it

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