Ci vorrebbe uno sguardo cosmopolita

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Molto spesso opinionisti e professori universitari che scrivono sui giornali cercano di impartire lezioni di realismo a quanti, secondo la loro visione, sarebbero invece viziati di estremismo o di atteggiamenti ideologici. Il tema dei migranti è una questione su cui la posizione “realista”crede di avere gioco facile.

Dopo aver preso blandamente le distanze dalle inquietanti tendenze autoritarie che si stanno concretizzando qua e là in Europa, ecco l’attacco diretto a quanti immaginano un futuro diverso. Il bersaglio è sempre quello: sono i “buonisti”, i “cosmopoliti”, quelli che sono in sintonia con Papa Francesco,che difendono le ONG; quelli a cui non importa il sacrosanto “interesse nazionale”, che magari sognano addirittura un mondonon appeso a un “equilibrio di potenza” sempre a rischio. Ovviamente, per rimarcare la propria differenza di stile, il proprio signorile distacco, bisogna fare una caricatura di questa impostazione, dipingendo chiunque si senta un “cittadino del mondo” come un idealista che non sa come funzioni la democrazia, come un intellettuale elitario lontanissimo dal popolo…

Sul giornale italiano più diffuso ( e su molti altri quotidiani), leggiamo sovente queste lezioncine. È incredibile poi come studiosi di storia contemporanea dimenticano che i più acerrimi nemici dei cosmopoliti furono dittatori sanguinari, come Hitler o Stalin. Bisognerebbe almeno utilizzare altri termini! Invece niente. Occorre adagiarsi sull’esistente – concludono questi professoroni – avendo uno sguardo apparentemente freddo, distaccato, cattedratico,ma che forse cela l’interesse dei più forti. Così Macron viene applaudito perché ha fatto “l’interesse della Francia”. Staremo a vedere se poi sarà proprio così.

L’assioma di questo realismo è fuorviante. Troppo facile. Alla lunga perdente. I tempi invece ci chiamano ad avere uno “sguardo cosmopolita” come si intitolava un libro del sociologo tedesco Urlich Beck, a cui si rimanda per una confutazione decisiva di un certo tipo di realismo.

Un discorso simile si potrebbe fare in piccolo anche a livello locale, guardando a un piccolo territorio, ma particolare e significativo come è il Trentino Alto Adige. I cosmopoliti potrebbero essere quelli che, prima di sentirsi cittadini di Garniga o di Falzes (due paesini rispettivamente del Trentino e dell’Alto Adige) si sentono appartenenti alla stessa Regione.

Continuando con il parallelismo con il discorso precedente, il “legittimo interesse nazionale” sarebbe in Alto Adige la separazione tra i gruppi etnici oppure in Trentino le giuste rivendicazioni delle periferie (anche di avere punti nascita poco sicuri). In questo caso però il presunto realismo ci sta portando in un vicolo cieco. Neppure il Sud Tirolo, che magari sogna ancora l’autodeterminazione, può resistere sullo scacchiere globale. Non serve però guardare troppo lontano. Basta osservare quello che accade (ed è accaduto) al confine del Brennero: la gestione dei richiedenti asilo fatica ad essere gestita in maniera completamente autonoma.

Un’analisi attenta della realtà ci porta invece a conclusioni molto diverse. Il Trentino Alto Adige potrebbe diventare il simbolo di (reale) integrazione interna ed esterna. Luogo di pacifica convivenza e, insieme, terra capace di dimostrare a Sud e a Nord che i migranti non devono far paura. Occorrono scelte originali e coraggiose. A fronte di una politica afasica, che rincorre l’emergenza, non sarebbe questa l’ora di dimostrare che a livello locale si possono trovare soluzioni innovative. 

La risposta dei “realisti” sarebbe che la politica deve tener conto degli umori dei cittadini. Quindi sarebbe utile seguire il fulgido esempio dell’ ”America first” di Trump: abbiamo visto dove va a finire la “hard Brexit” della May oppure il nazionalismo clericale e autarchico che si sta imponendo in Polonia. Ogni tanto sentiamo anche da noi riecheggiare il motto “prima gli italiani”. Attenzione perché questo sottende il principio per cui vince il più forte.

La relazione con gli altri è faticosa, può provocare ferite, conflitti; addirittura si può giungere alla distruzione reciproca. Ma può anche essere l’unica via per costruire qualcosa di duraturo. Oggi i diversi sono i migranti, che un giorno forse diventeranno “nuovi italiani”. Ma possono essere anche i disabili, i fedeli di altre religioni, persino gli anziani che non devono rimanere parte viva della comunità. Di questo la politica dovrebbe discutere.

Articolo apparso parzialmente sul quotidiano “Trentino”

Piergiorgio Cattani

Nato a Trento il 24 maggio 1976, dove risiede tuttora. Laureato in Lettere Moderne (1999) e poi in Filosofia e linguaggi della modernità (2005) presso l’Università degli studi di Trento, lavora come giornalista e libero professionista. Scrive su quotidiani e riviste locali e nazionali. Fa parte della Fondazione Fontana Onlus dal 2010. Dal 2013 è direttore del portale Unimondo. È attivo nel mondo del volontariato e della cultura come presidente dell’ “Associazione Oscar Romero”. Ha scritto numerosi saggi su tematiche filosofiche, religiose, etiche e politiche ed è autore di libri inerenti ai suoi campi di interesse. 

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