Chi scenderà dall’Arca di Noè nel 2016?

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Ogni giorno la distruzione degli habitat, l’inquinamento, i cambiamenti climatici (e la lista è lunga...) mettono in pericolo non solo la specie umana, ma anche migliaia di animali che rischiano seriamente l’estinzione. Lo denuncia l’International Union for Conservation of Nature (IUCN), che ogni anno diffonde una Lista Rossa delle specie a rischio estinzione che ad oggi include 79.837 specie (anche vegetali), delle quali 23.250 minacciate di estinzione

Tra queste sicuramente l’animale simbolo anche di questo 2016, capace di coniugare tragicamente la relazione tra cambiamento climatico e specie a rischio è l’orso polare. I risultati delle indagini dell’IUCN mostrano, infatti, “che vi è un’alta probabilità che la popolazione mondiale di orso polare diminuirà di oltre il 30% nel corso dei prossimi 35 - 40 anni”. “L’ultima Lista Rossa ci fornisce la prova che il cambiamento climatico continuerà a minacciare seriamente la sopravvivenza dell'orso polare”, ha detto presentando la ricerca lo scorso 19 novembre Inger Andersen, Direttore Generale di IUCN. Ma “Gli impatti dei cambiamenti climatici vanno ben al di là di questa specie iconica, e rappresentano una minaccia che il nostro pianeta non ha mai affrontato prima”. Inutile dire che gli orsi polari sono importanti per la sussistenza delle popolazioni indigene e, come predatori, sono essenziali per mantenere l’equilibrio dell’ecosistema nella regione artica.

Non va meglio a chi sta in mare anziché sui ghiacci. L’ultima valutazione dell’IUCN ha individuato 1.400 pesci “in serio pericolo a causa dell’eccessivo sfruttamento”. La perdita di queste specie potrebbe rappresentare una seria minaccia per la sicurezza alimentare e il sostentamento di più di 340 milioni di persone. Così, con la popolazione umana destinata a raddoppiare nei prossimi 20 - 25 anni, se questi dati non saranno utilizzati per orientare in modo più sostenibile la gestione della pesca, con l’individuazione di siti prioritari per l’azione di conservazione, all’estinzione di alcuni pesci seguirà con buona probabilità anche la fame di molte popolazioni. 

In linea con i dati IUCN, anche la Expedición Internacional Vaquita Marina 2015, elaborata dal National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA) degli Stati Uniti, non ha portato buone notizie in particolare per il cetaceo più piccolo del mondo: la focena messicana. Le vaquitas (Phocoena sinus), che vivono solo in una piccola area dell’Alto Golfo de California, sono in pericolo di estinzione e “I dati più recenti del monitoraggio acustico indicano una forte diminuzione dei numeri delle vaquitas”. Per questo il NOAA ha chiesto al governo del Messico di “Prendere iniziative senza precedenti e salvare questa specie dall’estinzione”, che è principalmente dovuta alle morti accidentali nelle reti da pesca. Secondo i biologi del NOAA il rapido declino delle vaquitas è, in particolare, colpa della pesca al Totoaba le cui vesciche sono vendute in Cina, anche se la sua pesca ed il commercio sono vietati dal 1993. Ma, come per la maggior  parte dei reati che riguardano la fauna selvatica, anche in Messico le punizioni per la pesca illegale sono quasi inesistenti e chi viene sorpreso con del Totoaba potrebbe dover affrontare solo una multa di  500 dollari e nessuna pena detentiva. Il rischio, quindi, vale sempre, visto che le vesciche natatorie del pesce vengono vendute a prezzi altissimi. Nell’aprile 2015 il presidente messicano Enrique Peña Nieto aveva annunciato il divieto totale di pesca per 2 anni nell’areale delle vaquitas, troppo poco per salvare le focene secondo i ricercatori.  Per Lorenzo Rojas-Bracho, a capo del team del Sermanat dell’Expedición Internacional Vaquita Marina 2015, “Deve essere promulgato un divieto permanente di pesca ed è necessario un finanziamento per sviluppare tecniche di pesca alternative”. Del resto questi piccoli cetacei “Necessitano di circa 6 anni per raggiungere l’età riproduttiva e la ricerca indica che partoriscono solo ogni due anni, anziché annualmente come le altre specie di focene. Ci vorrebbero 40 anni per recuperare quello che abbiamo perso negli ultimi cinque anni” e " le vaqujitas potrebbero essere scomparse entro i prossimi 12 o 24 mesi".

Ma dopo i ghiacci e i mari non potevano mancare le montagne. Secondo un rapporto pubblicato il 4 gennaio dal Centro di ricerca della fauna e delle zone umide dell’Accademia forestale dello Xinjiang “Numerose specie di animali selvatici sono minacciate di estinzione nella regione autonoma uigura dello Xinjiang” in Cina. La problematica regione autonoma dello  Xinjiang, dove gli indipendentisti uiguri musulmani danno grossi grattacapi al governo di Pechino, ha una ricca biodiversità, con 731 specie di vertebrati noti, il 10% di tutta la Cina. I separatisti uiguri accusano i cinesi di etnia han di aver distrutto il loro patrimonio ambientale con la loro aggressiva colonizzazione e con l’imposizione di un modello economico basato sulla predazione delle loro risorse minerarie, energetiche e naturali.

La Lista Rossa dei vertebrati dello Xinjiang rivela che oggi “16 specie della regione sono vicine all’estinzione o gravemente minacciate”. La lista, che è stata realizzata seguendo i criteri dell’IUCN, evidenzia che alcune specie selvatiche, come il gigantesco e regale argali del Gobi, ricercato come trofeo dai cacciatori cinesi ed occidentali per le sue grandi corna e già classificato come protetto nel 2004, ora è a rischio critico di estinzione. Anche i mustang e le antilopi saiga sono già scomparsi da questa immensa regione desertica cinese, mentre le cicogne bianche e i Bieloribitza (Stenodus leucichthys), un grosso pesce di acqua dolce, sono minacciati di estinzione a livello regionale. Il 2016 quindi, non solo dovrà fare i conti con il cambiamento climatico, ma anche con la lenta scomparsa di una parte della biodiversità animale del pianeta.

Alessandro Graziadei

Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

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