Catalogna. Il silenzio dell’Ue. E le colpe di Rajoy

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Il presidente del governo spagnolo Mariano Rajoy - Foto: Eunews.it

La Costituzione spagnola non permette un referendum sull’indipendenza. Ok, è così, lo ha stabilito anche la Corte costituzionale e non ci sono opinioni che tengano ora. Nulla però può impedire di capire cosa pensano i cittadini. Non può una legge, pur se di così alto rango, dire “no, in questo modo non potete esprimervi, fare con altri sistemi”. Il problema è che certe domande, con altri sistemi difficilmente possono avere risposta.

Mentre Bruxelles tace, impedita a prendere iniziative dalla linea del non entrare nelle questioni interne degli Stati membri, in Spagna si è arrivati ad una situazione di evidente rottura civile. Secondo alcuni catalani “siamo ad un punto di non ritorno”. In gran parte è colpa del Partito popolare, che rappresenta pochi elettori in Catalogna, dove è una piccola e marginale forza politica, come lo è anche il Psoe, anche se le loro posizioni sono rappresentate da partiti “fratelli” locali. Il Pp che da sempre si batte in maniera determinata anche contro un forte statuto di autonomia, tanto da operarsi per far saltare (nel 2012, davanti alla Corte costituzionale) anche buona parte degli accordi raggiunti nel 2006, e approvati dai catalani, quando presidente del governo era Zapatero e dando quindi il via ad una crescita del movimento indipendentista prima davvero poco rappresentativo. Da allora ad oggi si è passati dal 15 al 48 per cento.

Non è con “la legge e l’ordine” che si risolvono questioni di questa portata. Ma certamente vanno risolte nella legalità. E la legalità è nelle mani di chi governa il popolo spagnolo tutto e di chi ne governa, già con una forte autonomia, la frazione catalana. In Gran Bretagna discutendo, mediando, probabilmente forzando un po’ le regole, si è arrivati ad una soluzione pacifica. In Scozia si è svolto un referendum, gli indipendentisti lo hanno perso, e la questione si sarebbe chiusa, se non ci fosse stata la Brexit. Ma questa è un’altra storia.

Certo, se in Catalogna si fosse tenuto solo pochi anni fa un referendum di questo tipo avrebbe dato la vittoria agli unionisti, oggi il risultato è più incerto. Stando alle elezioni del 2015 gli indipendentisti non dovrebbero farcela a vincere. Ma se ora fossero di più? Se il tempo, e le azioni, del governo di Madrid avessero convinto una fetta di cittadini a preferire l’indipendenza? Se gli indipendentisti dovessero vincere le prossime elezioni regionali, come si porrebbe il governo centrale? Potrebbe continuare a dire che la questione riguarda tutto il popolo spagnolo e non solo i catalani?

Le secessioni in Europa sono un fatto superato dalla storia, sono espressione di nazionalismo, spesso di egoismo, di interessi economici particolari. Possiamo essere contrari quanto vogliamo, e con mille, sane ragioni. Ma in Catalogna le strade si riempiono quando si parla di indipendenza, alle elezioni locali i partiti che la sostengono sfiorano il 50 per cento (e non è detto che chi non li vota non sia a favore). E il comportamento del governo centrale non sta facendo altro che alimentare questo sentimento.

Una via d’uscita va trovata prima che arrivi la violenza. Le pulsioni del popolo catalano non possono essere soppresse dalla Guardia Civil, perché allora diventerà facile parlare di “occupazione” spagnola della Catalogna, e le evoluzioni possono essere terribili. Qualche tardivo gesto dal governo di Madrid (insieme al Partito socialista) per l’apertura di un dialogo sull’autonomia è arrivato in queste ore, va inquadrato meglio, il premier Rajoy deve esporsi in prima persona per tentare di salvare il salvabile, per evitare che il suo popolo si spezzi in due, ed aprirsi ad una larga autonomia, pronto anche a cambiare la Costituzione se necessario.

Si deve insomma invertire il processo avviato dopo la bocciatura di importanti parti dell’accordo Zapatero e togliere agli indipendentisti qualche ragione per la quale vogliono abbandonare il regno. E anche l’Unione europea, la Commissione europea più precisamente, dovrebbe aprire una riflessione: ci si può tener fuori dalla questione in nome della non interferenza quando ci sono crisi potenzialmente così pericolose?

Lorenzo Robustelli da Eunews.it

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