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Calcio, tv, soldi, politica: Berlusconi? No, l’emiro del Qatar

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Quando un’emittente cambia la geopolitica – Foto: fotogetty

“Doha non è altro che una piccola donna con tacchi alti”, questa l’immagine che ha utilizzato un diplomatico saudita in uno dei vari summit arabi sulla Siria per descrivere le ambizioni della capitale del Qatar, diventato in questi anni l’”emirato di Al Jazeera”.

L’emittente satellitare all news, completamente finanziata dallo stato qatariota, ha svolto un ruolo decisamente politico e a volte addirittura di guida delle rivoluzioni del Maghreb, soprattutto di quella egiziana. A detta di molti osservatori però Al Jazeera non è un attore neutrale ma si muove secondo l’agenda e l’ideologia del Qatar: un pan arabismo dalle moderate istanze democratiche, un’ansia di grandezza e di sfarzo da mostrare a tutto il mondo, una visione religiosa dalle tendenze tradizionaliste capace di sposarsi con una politica capace di stare al centro della globalizzazione più sfrenata. Una politica davvero spregiudicata. A Doha si incontrano americani e talebani per ritrovare una soluzione per l’Afganistan, si discute se inviare truppe in Siria, si strizza l’occhio all’Occidente.

Come scrive il sito Lettera43, l’emiro Hamid bin Kalifa Al Thani, al potere dal 1995, assomiglia a un principe rinascimentale che desidera a tutti i costi abbellire il suo regno e farlo apparire grande. Mentre nel cinquecento italiano si chiamavano i pittori a corte e si costruivano magnifici palazzi, l’emiro fa tutto questo (l’ultimo acquisto è una tela di Cézanne) e in più edifica grattacieli su isole artificiali, ospita incontri delle istituzioni finanziarie globali, si aggiudica l’organizzazione dei mondiali di calcio del 2022 e punta addirittura sulle Olimpiadi, si muove nel complesso scacchiere mediorientale come il capo di una grande potenza. Stravaganze da “1000 e una notte”? Sembra proprio di no, se pensiamo che l’emiro dispone di una straordinaria bocca di fuoco, più forte di molti eserciti, appunto l’emittente Al Jazeera.

Scrive Federico Tagliaferri sull’ultimo numero di Missione Oggi: “la posizione [di Al Jazeera] non è stata certo equilibrata: da un lato il sostegno pieno alle rivolte in Tunisia, Egitto, Libia, Yemen, dall’altro una copertura limitata degli avvenimenti nel Bahrein, dove pure molte persone hanno sacrificato la loro vita nel tentativo di avviare un processo democratico che ponesse fine alla pressione della minoranza sunnita sulla maggioranza sciita. Ma il Bahrein confina con il Qatar, l’influenza regionale dell’Arabia Saudita è forte e vi sono controversie di confine irrisolte… Anche il caso della Siria è emblematico: il Qatar ha uno stretto legame con il regime siriano, e la copertura della rivolta è stata scarsa fino a quando l’emittente ha cominciato ad essere sommersa da filmati di scontri, uccisioni, massacri. A questo punto Al Jazeera ha cambiato registro, mostrando, una volta di più, il potere dirompente del citizen journalism”.

Una analisi simile è svolta dall’articolo citato di lettera43 che così descrive l’azione del network panarabo: “Cosa vada o meno mostrato, d’altra parte, sono gli stessi sceicchi a deciderlo: Al Jazeera, megafono internazionale del mondo arabo, ha sede nel Paese ed è stata finanziata con 137 milioni di dollari da bin Kalifa. Nei mesi scorsi l’emittente ha soffiato in modo deciso sulle rivolte della Primavera democratica (incluse quelle in Bahrein che lo sceicco ha contribuito a reprimere al fianco dell’Arabia Saudita), ma nessuno ha ancora capito con quale finalità.

Il puro spirito di informazione non è credibilissimo: i cablogrammi di Wikileaks rivelarono che il direttore, Wadah Khanfar, era stato scelto nel 2003 per le sue simpatie filo americane. Nel settembre del 2011, però, senza motivazione apparente, è stato sostituito da un giorno all’altro.

Più facile è credere che il 60enne emiro Hamid bin Kalifa cerchi di sparigliare le carte per dare alla regione un nuovo ordine geopolitico in nome della stabilità e della (propria) prosperità”.

Riguardo al caso siriano (che vede da qualche settimana il Qatar in una posizione intransigente e interventista) viene data invece questa lettura: “L’opposizione al siriano Assad, alawita (cioè sciita) e laico, così come a Gheddafi, può quindi essere letta come il tentativo di esportare il sunnismo wahabita di casa a Doha nel resto della regione. Senza però incappare negli eccessi segregazionisti di stampo saudita, condannati da molti in Occidente. E senza troppa paura di irritare il vicino Iran: le basi americane sul territorio garantiscono sufficiente protezione”.

E ancora diversa è l’interpretazione di Eleonora Lopez: “La rivoluzione di Al Jazeera – che ha spianato la strada alla prolificazione di media arabi, con un’impronta più liberal e format coniati da matrici occidentali – ha portato il Qatar fuori dai suoi limitati confini e, allo stesso tempo, ha permesso l’ingresso nell’emirato di spettatori non più regionali, bensì globali. L’investimento di Al Thani all’inizio era stato oggetto di scherno da parte degli altri tycoon mediorientali. Questi ultimi però si sono dovuti ricredere in fretta, più o meno nell’arco di tempo di uno “scomodo” servizio dell’emittente. Il canale qatarino è divenuto un occhio su un mondo prima poco conosciuto, quello arabo, di cui sono messi in luce pregi e difetti, con una riverenza paterna – a volte al limite della cecità – nei confronti della terra natia.

Emblematico è il caso libico, in cui Al Jazeera ha esercitato un ruolo di primo piano trasmettendo immagini delle rivolte che hanno contribuito a dare l’impressione di “urgenza ed ineluttabilità”, preludio dell’azione militare sotto l’egida dell’ONU. Inoltre, tecnici ed esperti dell’emittente sono sbarcati a Tripoli per supportare i giornalisti locali nell’arduo compito di organizzare media “liberi ed indipendenti”. Ecco come si sviluppano le fila dell’azione targata Al Jazeera che in Libia è stata affiancata anche dall’invio massiccio di armi e di forze a sostegno dei ribelli”.

Ma il Qatar punta sempre più in alto, alle Olimpiadi. Si dice che le risorse non manchino neppure per quell’azione lobbistica necessaria per convincere i delegati internazionali che devono decidere la sede dei giochi del 2020. Saggiamente l’Italia si è da questa corsa che ha pochissimo di sportivo e molto di economico e di politico. Già il pallone di calcio è rotolato nelle mani dell’emiro (e i diritti televisivi dei campionati mondiali 2022 ovviamente sono stati comprati da Al Jazeera): i cinque cerchi sarebbero il coronamento di una irresistibile ascesa e un segno che i tempi stanno davvero cambiando.

Piergiorgio Cattani

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