C’era una volta la cicogna migrante…

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Foto: © Jasper Doest 

C’era una volta la cicogna che in primavera “portava” i bambini e in inverno migrava più a Sud. Nel nostro immaginario collettivo, infatti, questo elegante volatile che passeggia nei canneti e nidifica sui camini in primavera, in inverno dall’Olanda, dalla Germania e da altri Paesi nordeuropei migra fino alla penisola iberica, per poi attraversare lo Stretto di Gibilterra, sorvolare il Sahara e raggiugere le aree di svernamento in Africa occidentale. Al suo ritorno in Europa la si immagina simbolicamente portare, con la primavera, anche “i bambini” avvolti in un fagotto tenuto stretto nel becco, quelli concepiti in piena estate, durante le giornate più lunghe e più calde, che abitualmente sono in numero maggiore rispetto ad altri periodi dell'anno. Ecco, dimenticatevi questa poetica immagine della cicogna migrante, annunciatrice del primo caldo e simbolo di fertilità, perché oggi si ciba di spazzatura nelle discariche di Spagna e Portogallo e molte volte in Africa non ci arriva nemmeno.

A testimoniare le nuove abitudini di questi animali è stato il fotografo naturalista olandese Jasper Doest che delle cicogne bianche è stato da anni stregato, fino a seguirle lungo la rotta migratoria invernale, che le porta alle porte dell’Europa. Quando Doest è arrivato in Spagna quest’anno ha potuto osservare uno dei più grandi stormi mai fotografati nella sua lunga carriera. Seguendole ha scoperto che erano state attratte da una montagna di carne marcia in un mare di plastica. Le candide cicogne si erano fermate, appunto, in una discarica di rifiuti e non per una sosta lungo il loro viaggio verso l’Africa, ma per restarci e passarci l’inverno. Doest da buon naturalista ha adeguato le sue aspettative e si è accovacciato nella spazzatura per documentare una storia diversa, più sporca e più drammatica di quella che avrebbe voluto raccontare, ma che sembra non essere un’eccezione. 

Uno studio realizzato in Portogallo ha rivelato che, allettate dal cibo facilmente disponibile, oltre 10.000 cicogne passano l’inverno nel Paese, invece che migrare più a sud. Analogamente Ursula Höfle, ricercatrice dell’Università di Castilla-La Mancha, ci ha ricordato che “Le discariche di rifiuti tentano le cicogne con cumuli di teste di pollo e pezzi di salsiccia scaduta. Ho trovato personalmente i loro nidi rivestiti con pannolini e disseminati di giocattoli tra cui, una volta, un Mr. Potato Head”. Sempre più cicogne rinunciano così a migrare per “svernare in discarica”, ma corrono grossi pericoli: rischiano, infatti, "di venire contaminate da metalli pesanti o di restare soffocate dalla plasticai”, tanto che per i ricercatori una dieta a base di “cibo spazzatura può accorciare la loro lunga vita anche di una decina di anni”. Eppure il team di ricercatori della Höfle che ha radio controllato un gruppo di 10 cicogne ha fatto sapere che le due che sono migrate in Africa non hanno avuto una sorte migliore, anzi, sono morte: “una nel deserto e l’altra su una strada”.

Come ha sottolineato la divulgatrice scientifica e naturalista Kim Todd sullo Smithsonian Magazine “Le discariche rappresentano un dilemma culturale e naturale. Offendono il senso di ciò che è naturale e interrompono gli antichi modelli migratori. Eppure la perdita di prati e di terreni paludosi fertili ha causato cali drammatici della popolazione di cicogna bianca nell’Europa occidentale già a partire dalla metà del XX secolo”. Per la Todd: “È triste pensare al simbolo della nuova vita che si scava una casa nei rifiuti umani. Ma, alla fine, a quanto pare, le discariche hanno aiutato il sostentamento di alcuni stormi di cicogne”. Per secoli perseguitata dall’uomo, nonostante il ruolo “positivo” occupato nella tradizione popolare, la Cicogna bianca ha sofferto in modo particolare la contrazione degli habitat europei e, più in generale, l’impoverimento delle aree di alimentazione dal punto di vista della quantità e della qualità delle prede. A giocare a sfavore della specie sono state anche le condizioni riscontrate nei siti di svernamento africani, dove periodi di siccità sempre più frequenti e l’avanzare del deserto hanno notevolmente ridotto l’areale idoneo alla specie e causato un’elevata mortalità di uccelli durante lo svernamento in Africa, con ovvie ricadute sulla popolazione europea. Ci si trova così davanti ad un vero e proprio rompicapo ecologico del XXI secolo, perché se da un lato le discariche rischiano di accorciare la vita alle cicogne dall’altro sembrano aver aiutato e reso meno lunga e difficile la migrazione.

Ma anche questa opportunità offerta involontariamente alle cicogne, per quanto di scarto, potrebbe presto finire. Secondo le direttive dell’Unione europea, infatti, le grandi discariche della penisola iberica dovranno presto chiudere e i rifiuti organici dovranno essere trasformati in compost. A queste condizioni le cicogne non potranno più contare su un rifornimento di  rifiuti che non è cessato nemmeno con la crisi economica che ha colpito duramente Spagna e Portogallo. Così, in questo inverno del 2016, la cicogna che “porta i bambini” in primavera e migra più a sud resta una bella fiaba, che fa i conti con una realtà biologica e naturale sempre più complessa e disordinata, per via della nostra impronta ecologica, spesso tutt’altro che sostenibile.

Alessandro Graziadei

Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

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