Breve storia di chi ha perso il voto negli USA

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Alcune leggi approvate subito dopo la Guerra Civile americana potrebbero aver avuto un esito determinante sui risultati delle elezioni presidenziali del 2016. Si tratta di leggi che privano del diritto di voto i detenuti e, in alcuni casi, anche gli ex detenuti che hanno finito di scontare la loro condanna. Un gruppo di ricerca di avvocati e accademici ha messo in fila i dati disponibili e ha scoperto che queste leggi riguardano oltre sei milioni di cittadini americani.

Al centro di ricerca con cui collaboro da qualche anno ci occupiamo di studiare, tra altre cose, come cambia l’estensione del suffragio elettorale tra paesi e sistemi politici diversi. In pratica, confrontiamo centinaia di elezioni in tutto il mondo per capire chi ha diritto a votare e chi no. È un tema importante, perché a seconda di dove viene tracciata la linea tra questi due gruppi si favorisce un candidato anziché un altro.

L’ultimo caso in cui le decisioni relative al suffragio potrebbero aver avuto un esito determinante su una competizione elettorale è quello delle presidenziali americane del 2016. Come è noto, Donald Trump ha vinto le elezioni con circa 63 milioni di voti. Numerosi studiosi e giornalisti, dopo le elezioni, si sono chiesti chi avesse votato per Trump. La domanda cui pochi si sono preoccupati di rispondere, invece, è: cosa hanno fatto gli altri 262 milioni di cittadini americani l’8 novembre del 2016? D’accordo: alcuni hanno votato per Hillary Clinton e per i candidati indipendenti, mentre altri si sono astenuti per scelta o per disinteresse. Questa risposta, tuttavia, non rende conto di quei cittadini che non sono andati a votare perché non potevano farlo. Si tratta di una porzione della popolazione molto ampia, la cui storia merita di essere raccontata.

Prima di farlo, però, devo chiarire che non parlerò dei molti cittadini americani che non hanno esercitato il proprio diritto di voto per via della complessità delle procedure per farlo – le cosiddette voter ID practices. In effetti, ancora oggi una combinazione di leggi statali rende particolarmente difficile registrarsi al voto per chi non possiede patente, carta di identità o passaporto. Se è questo argomento che vi sta a cuore, il Washington Post ha compilato una mappa con tutte le complicazioni di questo tipo previste per le elezioni del 2016, dimostrando che i gruppi maggiormente penalizzati sono gli afro-americani, gli anziani, gli studenti e le persone con disabilità. Questi però sono casi in cui il diritto di voto non è andato perduto, ma è stato reso più difficile da esercitare.

Qui invece vorrei parlare di quei cittadini americani che il diritto di voto lo hanno perduto tour court. Si tratta dei detenuti e, in alcuni casi, anche degli ex detenuti che hanno finito di scontare la loro condanna. In quasi tutti gli stati americani le persone con una condanna penale sono colpite dalle norme di felony disenfranchisement, cioè leggi che tolgono loro il diritto di voto. Gli unici stati non interessati sono il Maine e il Vermont; ma sono eccezioni. Il centro di ricerca The Sentencing Project ha messo in fila i dati disponibili per le elezioni del 2016 e ha scoperto che le leggi di felony disenfranchisement riguardano oltre sei milioni di persone. Esclusi, estromessi, interdetti. In sei stati, in particolare, oltre il sette per cento dei cittadini non ha il diritto di voto: Alabama, Florida, Kentucky, Mississippi, Tennessee e Virginia. In Florida, uno degli swing states dove lo scarto tra Clinton e Trump ha finito per essere attorno al punto percentuale, oltre un elettore su cinque è interdetto come conseguenza di leggi particolarmente severe. Qui infatti, come pure in Kentucky e in Iowa, i condannati perdono il diritto di voto a vita.

Queste pratiche di felony disenfranchisement hanno origine tra il 1865 e il 1870, quando il Congresso americano ratificò tre emendamenti che misero fuori legge la schiavitù, stabilirono il diritto di cittadinanza americana per nascita e conferirono il diritto di voto a tutti i cittadini. Questi emendamenti permisero agli afroamericani di partecipare alla vita politica locale, statale e federale. I democratici del sud trovarono questo cambiamento inaccettabile e si ingegnarono per togliere loro il diritto di voto. I documenti disponibili mostrano, ad esempio, che la leadership del Partito Democratico in Mississippi approvò l’interdizione al voto per reati come furto con scasso, violenza sulla moglie e incendio doloso, ma non per rapina o omicidio. L’autore dell’analoga legge in Alabama “aveva stimato che il reato di violenza sulla moglie sarebbe bastato a interdire il sessanta per cento dei negri”. Queste leggi hanno causato conseguenze paradossali, per cui in alcuni stati americani il diritto di voto è revocato a chi commette un furto, ma non a chi viene condannato per omicidio.

Le leggi in vigore perpetuano questa eredità razzista. Infatti, il felony disenfranchisement colpisce soprattutto gli afroamericani, che ne sono colpiti in proporzione di uno ogni tredici, un tasso di oltre quattro volte superiore a quello dei non afro-americani. Nel complesso, oltre il sette per cento della popolazione afroamericana adulta è esclusa dal diritto di voto. Non si può che speculare su quanti di loro, se avessero potuto farlo, avrebbero votato nelle presidenziali del 2016 e per chi; ma è chiaro che, in stati come la Florida e il Michigan, questi elettori avrebbero potuto cambiare l’esito delle elezioni.

Questa storia non riguarda solo l’impatto di queste leggi sulle ultime elezioni americane. In tutto il mondo, anche in Italia, esistono norme che comportano la perdita del diritto di voto in presenza di condanne penali. Si tratta di una questione delicata, che va al cuore di come concepiamo il rapporto tra cittadinanza e democrazia. Dal punto di vista della teoria politica, il problema di queste forme di esclusione ha a che fare con l’idea del suffragio: è questo un privilegio che può essere revocato o si tratta invece di un diritto inalienabile di cittadinanza? L’idea antica secondo la quale determinati cittadini non sono moralmente degni di votare e di partecipare al processo di elaborazione delle leggi è problematica e meriterebbe forse maggiore attenzione nei dibattiti elettorali.

Lorenzo Piccoli

Sono Lorenzo e scrivo per il portale Unimondo.org dal 2012, più o meno da quando mi sono trasferito a Firenze per iniziare un dottorato di ricerca pagato dal Ministero degli Esteri Italiano presso l'Istituto Universitario Europeo. Sono approdato in Toscana dopo esser cresciuto tra Trento e altre città molto pittoresche: studiando ho trascorso un semestre al Trinity College di Dublino in Irlanda, un altro semestre alla University di Victoria in Canada, e poi lavorando ho vissuto per un anno a Bruxelles in Belgio e per qualche mese a Edimburgo in Scozia. Per il mio dottorato mi occupo di cittadinanza e nazionalismo. Provo a trattare gli stessi temi quando scrivo per Unimondo.  

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