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Bossi ed Università. Sapere, saper essere, saper fare

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Laurea honoris causa a Umberto Bossi? - Foto: ©Il Fatto Quotidiano

Bossi ce l’ha con i professori che siedono al governo. A dire il vero non è una novità. Ho studiato assieme all’Università di Padova. Oddio; non fraintendetemi, vi prego. Eravamo entrambi iscritti a Padova. Lui a Giurisprudenza ed io a Scienze Politiche. Non credo abbia dato alcun esame. L’assistere ai suoi esami era possibile e quando il leader della Lega Nord ne tentava uno il Bò (ove insegnò addirittura Galileo Galilei) era stracolmo. All’esame di diritto bisognava presentarsi, allora, in giacca e cravatta e non in canottiera. I suoi tentativi finivano sempre con la consegna del libretto accompagnato dalle classiche parole da parte del docente: “si accomodi”. L’Umberto rispondeva senza tante riverenze: “terun”. La claque faceva il resto.

Naturalmente l’ex ministro ha sempre sconfessato di essersi mai iscritto. Avrebbe preferito “economia e commercio” ma non finisce qui. Egli proveniva da Medicina. A suo dire era ad un passo dalla laurea cosa che, peraltro, festeggiò più e più volte. Nel suo CV c’è un 36/60 all’ istituto Einstein di Milano ed una licenza media conseguita alla scuola Radio Elettra. Insomma, l’animale politico non è mai stato un Giacomo Leopardi. Non ha mai amato i professori. Né ieri e né oggi. E non ha tutti i torti! Mi spiego.

M’interesso di cooperazione internazionale da anni. Incontro quasi ogni giorno almeno un neolaureato con voti altissimi. Per l’Università è eccellente ma il mercato non sa che farsene. Intravvedo diversi fattori.

Primo. Lo scollamento incredibile tra formazione ed occupazione. Quando il Ministero Affari Esteri ha deciso di ridurre drasticamente la risorse per la cooperazione internazionale sono sorti corsi di laurea e master (macchine per far denari) in tutta Italia. A decine. Da allora si sfornano disoccupati e frustrati. A centinaia.

Secondo. Pochi di questi giovani hanno fatto tirocinio presso un’organizzazione di cooperazione internazionale che venga poi riconosciuto a fini formativi. I più volonterosi hanno fatto volontariato ma non sanno cosa sia la scrittura di un progetto o come si stila un budget.

Terzo. Sanno esporre in modo brillante una tesi ma faticano a “stare in piazza”; ad incontrar gente come se la cooperazione non fosse soprattutto relazione. Molti di loro faticano a farsi carico di un problema sino in fondo ed alla sua definitiva soluzione. Cosa che in un’azienda profit è pane quotidiano.

Quarto. Non fanno lavori bassi: volantinaggio, raccolta fondi, imbustare lettere, fotocopie. No. Questo è lavoro di segreteria. Non mi spetta. E via di questo passo...In tutti i sensi. Le organizzazioni non sanno che farsene, soprattutto in tempi di crisi, di intellettuali puri. O che si presumono tali.

No. Non è colpa solo dei giovani. Ma di un sistema universitario italiano poco meritocratico, riservato ad una élite talvolta ignorante ed incapace d’interloquire e valorizzare i giovani. Un’élite fatta di titoli vuoti che manco si sogna d’invitare qualcuno della società civile dentro le fortezze del sapere.

Faccio un esempio ancor più pratico. Quando, quindici anni fa, stavo in segreteria all’Unip - Università della pace di Rovereto organizzai, assieme a molti appassionati amici, dei corsi sull’economia mondo. Ci ispiravamo anche all’economia civile napoletana del Settecento, che vede le relazioni economiche come rapporti di mutua assistenza e reciprocità e in un’equa distribuzione delle ricchezze il punto più alto dell’ “incivilimento” di una società. In contrapposizione, dunque, alla tradizione anglosassone inaugurata da Smith, per la quale la grande capacità innovatrice del mercato risiede nel fatto che esso sia luogo di interazione non basata sull’amicizia, ma sul vantaggio individuale, e che il bene pubblico non sia che la somma degli interessi individuali mediati da quella mano invisibile che è il sistema dei prezzi.

Un’ottica di communitas, la prima, una di immunitas, la seconda, ossia di singoli individui liberati dai vincoli di dipendenza che li legano gli uni agli altri. Erano gli anni ove il commercio equo e solidale stava prendendo il volo, ove le banche etiche in Italia e nel mondo stavano decollando con i propri prodotti affatto speculativi, il consumo critico faceva adepti. Si denunciò la finanziarizzazione dell’economia, la speculazione transnazionale e venivano fatte delle proposte concrete come la cancellazione del debito estero (poi avvenuta in parte), la microfinanza o la tobin tax. Provammo più e più volte ad interagire con l’Olimpo degli Dei dell’Università di Trento per cercare di colmare il divario tra teoria e prassi; tra il sapere ed il saper essere e saper fare, tra aula e strada con pochi segnali. Nulla più.

Mi stupì, invece, l’arrivo in sordina di molti studenti di economia che assistevano alle lezioni e ci chiedevano se potevano far le tesi con i nostri prof: Tonino Perna, Aldo Bonomi, Enzo Tiezzi, Stefano Zamagni, Leonardo Becchetti, Luigino Bruni. Insomma, se l’ecclesia degli ermellini con le sue liturgie, a parte qualche lodevole eccezione, non ci considerava quella dei laureandi si. Eccome. Stretta era la relazione con le associazioni di studenti di allora.

Ora con un po’ di stupore ed amarezza ci accorgiamo che le tesi dell’ immunitas hanno fatto flop. In risposta il G20 di Cannes ha istituito una Commissione per una tobin tax. Insomma, non voglio certo dare ragione all’ex Ministro che stava più nel mercato (tra la gente) che nelle cupe aule universitarie a studiar “mercato” ma il mondo è cambiato ma l’università no.

Fabio Pipinato

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