Boom Economy: banche, armi e paesi in conflitto

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Foto di copertina: La guerra fa alzare il PIL

Quasi 6 miliardi di euro. A tanto ammontano le autorizzazioni all’esportazione di armamenti italiani rilasciate dai nostri governi verso i paesi in conflitto nel periodo dal 2001 al 2011. Di questi, circa 5 miliardi hanno già realizzato il corrispettivo regolamento bancario. È la “boom economy”, l’economia non solo del nuovo miracolo economico rappresentato dall’esportazione di armi made in Italy, ma del loro utilizzo esplosivo nelle zone di maggior tensione del pianeta.

Lo rivela un meticoloso studio dal titolo provocatorio: “Boom Economy: banche, armi e paesi in conflitto” (qui in .pdf e scaricabile gratuitamente da qui e in iTunes e issuu e disponibile gratuitamente anche in inglese che è stato presentato venerdì 17 maggio a Firenze nell’ambito di Terra Futura, la fiera-convegno delle buone pratiche giunta alla decima edizione. La ricerca, realizzata grazie al sostegno di FISAC-CGIL TOSCANA, è stata condotta dai ricercatori e collaboratori dell’Osservatorio sul Commercio delle Armi (Os.C.Ar.) di IRES TOSCANA (Chiara Bonaiuti, Giorgio Beretta e Franco Bortolotti) col contributo degli analisti di Merian Research (Mauro Meggiolaro e Francesco Zoppeddu).

Nelle ambiguità prosperano gli affari

Un commercio tutto legale – non si tratta qui di traffici illeciti – perché espressamente autorizzato dai vari governi che si sono succeduti alla guida del nostro paese. Ma pur sempre di armi che, nonostante la legge 185 del 1990 preveda espressamente il divieto di esportazione “verso i Paesi in stato di conflitto armato”, sono state consegnate alle Forze armate proprio di queste nazioni. «Il problema – spiegano i ricercatori di IRES Toscana – sta nella definizione di “paese in conflitto armato”. Da anni nessun paese dichiara più guerra e le stesse Nazioni Unite, condizionate dai veti incrociati dei cinque Stati membri del Consiglio di Sicurezza, solo raramente riescono a condannare formalmente i numerosi atti bellici compiuti dai paesi membri o a decretare forme di embargo verso le nazioni belligeranti». Così, nell’ambiguità della comunità internazionale e nelle pieghe della normativa nazionale, l’industria militare trova spazi per incrementare i propri fatturati. Un recente documento del Comitato economico e sociale dell’Unione Europea (qui in .pdf) evidenzia infatti che «le industrie della difesa europee dispongono di un notevole margine di manovra sui mercati d’esportazione. Ciò è in parte dovuto alla privatizzazione e in parte all’incoraggiamento dei governi: la crisi economica sta trasformando alcuni ministeri della Difesa in promotori esplicitamente riconosciuti delle esportazioni militari».

Ma quali sono i “paesi in conflitto armato” e, soprattutto, quante e quali armi italiane vi sono state inviate e quali istituti di credito hanno concesso i loro servizi per le maggiori operazioni in questo lucroso, e ovviamente poco pubblicizzato, business?

Paesi in conflitto: la definizione

Sebbene la definizione di conflitto armato sia ampiamente discussa tra gli studiosi – spiega Chiara Bonaiuti, ricercatrice di IRES Toscana – nella nostra indagine abbiamo adottato quella del più autorevole istituto di ricerca internazionale in questa materia. Secondo il Dipartimento di ricerche sui conflitti dell’Università di Uppsala, “un conflitto armato è una contesa che concerne il governo e/o il controllo del territorio, in cui l'uso di forze armate tra due fazioni, delle quali almeno una è il governo di uno stato, si risolve in almeno 25 morti imputabili alla battaglia”. Una definizione tecnica, ma che permette di elencare con precisione i paesi coinvolti e il periodo in cui è in atto un conflitto armato» – nota Bonaiuti.

Nella ricerca, improntata al massimo rigore, l’analisi è stata circoscritta solo ai “conflitti armati intensi”, ovvero a quelli che hanno comportato costi superiori alle 1.000 vittime in almeno un anno dall’inizio del conflitto, escludendo quindi i conflitti minori.

In base a questa definizione, l’Uppsala Conflict Data Program (UCDP) riporta che nel decennio dal 2001 al 2010 si sono verificati nel mondo 29 conflitti armati intensi che hanno coinvolto 28 paesi. In ottemperanza alle legge italiana (n. 185/1990) non è stata rilasciata alcuna autorizzazione all’esportazione di armamenti verso 10 di questi Stati (Angola, Burundi, Repubblica Democratica del Congo, Congo, Liberia, Ruanda, Sudan, Uganda, Myanmar e Azerbaijan).

Ma, nel medesimo periodo dal 2001 al 2010, sono state rilasciate autorizzazioni all’esportazione di sistemi militari italiani a 19 governi di Paesi in stato di “conflitto armato intenso” oppure in “stato di guerra”. Si tratta di Algeria, Colombia, Perù, Afghanistan, India, Pakistan, Filippine, Sri Lanka, Russia, Iraq, Israele, Turchia, Stati Uniti, Libia, Siria, Egitto, Bahrain, Tunisia e Yemen. In alcuni casi, come quello che riguarda gli Stati Uniti (conflitto verso Iraq e Al Qaeda), si è trattato di operazioni che possono rientrare all’interno dell’eccezione prevista dall’art.1.6.a della legge; ma in altri casi si prefigura una violazione della normativa.

Tante armi ai paesi in conflitto

In particolare – spiegano i ricercatori di Ires Toscana – spiccano le autorizzazioni verso la Turchia (quasi 1,9 miliardi di euro) che rappresentano quasi un terzo di tutte le operazioni autorizzate agli istituti di credito verso paesi che nel periodo dal 2001 al 2011 risultano in qualche anno in conflitto. Seguono quelle verso l’India (oltre 1 miliardo di euro), gli Stati Uniti (circa 927 milioni di euro), l’Algeria (772 milioni di euro) e il Pakistan (675 milioni di euro). Di minor entità, ma pur sempre consistenti, risultano invece le autorizzazioni rilasciate per esportazioni verso i governi dei paesi che nel 2011 sono stati coinvolti nelle sollevazioni popolari della cosiddetta “primavera araba” tra cui la Libia (oltre 258 milioni di euro), l’Egitto (182 milioni) e il Marocco (170 milioni): si tratta di autorizzazioni emesse in gran parte prima del 2011, ma che in diversi casi sono continuate anche nell’anno delle rivolte popolari. Al di sotto dei 100 milioni di euro figurano le autorizzazioni verso l’Iraq (84 milioni), il Perù (53 milioni), la Colombia (31 milioni) e il Bahrain (circa 11 milioni) mentre sono al sotto i 10 milioni di euro quelle verso Israele (7,9 milioni), Russia (3,9 milioni), Siria (3,5 milioni), Tunisia (2,7 milioni) e Filippine (2,6 milioni).

Armi e banche: un legame indissolubile? Non proprio

Tra le operazioni bancarie per forniture militari alla TURCHIA primeggia quella assunta dalla Banca Nazionale del Lavoro (BNL) per conto dell’Agusta per la vendita al Ministero della Difesa turco di 53 elicotteri A129 tipo Mangusta del valore complessivo oltre 1 miliardo di euro. Della BNL – che aveva già assunto in precedenza diverse operazioni di minor entità per forniture di armamenti alla Turchia – va segnalata anche un’autorizzazione del 2002 della Oto Melara per sei complessi navali da 76/62SR, due complessi navali da 76/62C e due complessi binato navale da 40/70 compatto con ricambi e assistenza tecnica del valore di 11,8 milioni di euro di cui ne sono stati autorizzati in una tranche iniziare oltre 10,6 milioni di euro.

Le autorizzazioni di maggior rilievo all’INDIA sono state rilasciate nell’ultimo quinquennio riguardo al quale è impossibile conoscere dalle Relazioni del governo i dettagli delle singole operazioni autorizzate agli istituti di credito. E’ però possibile ricostruirne due svolte da Citibank entrambe per Fincantieri con contraente la Marina indiana: la prima riguarda la fornitura nel 2008 di una nave classe Etna del valore di oltre 138,5 milioni di euro e la seconda nell’anno successivo per 10.000 parti di ricambio per la stessa nave per 20,8 milioni di euro. Sempre per la Marina indiana erano state svolte nel 2005 tre operazioni bancarie di una certa rilevanza: la prima, assunta da Société Générale per conto della Whitehead Alenia Sistemi Subacquei (WASS) per un’esportazione di sistemi di contromisure antisiluro C303 del valore di circa 47,3 milioni di euro; le altre due, entrambe per conto di Fincantieri dal Banco Bilbao Vizcaya Argentaria riguardano progetti e documentazione per navi portaeromobili e 60 mesi assistenza tecnica del valore rispettivamente di 20,4 milioni e di 6 milioni di euro.

Anche nel caso del PAKISTAN, le autorizzazioni più rilevanti sono state rilasciate nell’ultimo quinquennio. La principale operazione è stata assunta con ogni probabilità da Société Générale: si tratta dei servizi per la fornitura di 10 sistemi missilistici da contraerea tipo Spada 2000 Plus dotati di 200 missili Aspide 2C e attrezzature da parte di MBDA Italia, una controllata di Finmeccanica, del valore complessivo di 415 milioni di euro.

In forte crescita, soprattutto nell’ultimo triennio, le autorizzazioni bancarie per forniture militari italiane all’ALGERIA: La principale riguarda l’autorizzazione rilasciata nel 2011 per la fornitura alla Marina militare algerina di una “nave d’assalto anfibio” prodotta dalla Orizzonte Sistemi Navali, la joint-venture tra Fincantieri e Selex Sistemi Integrati: si tratta di un contratto del valore di 416,2 milioni di euro che, dato l’ammontare, può essere stato assunto solo da due istituti bancari: BNP Paribas o Deutsche Bank. Anche altre due rilevanti operazioni autorizzate nel 2010, entrambe svolte per conto della Agusta, possono essere state assunte solo da alcune banche estere: la prima, che riguarda la fornitura al Ministero della Difesa algerino di 14 elicotteri A139 per impiego militare dotati sistemi IFF Selex M424 e di supporti per mitragliatrici cal. 7.62 del valore di oltre 167,3 milioni di euro, può essere stata rilevata solo da BNP Paribas, Deutsche Bank o da Natixis; la seconda, che riguarda la commessa da parte della Gendarmerie Nazionale di dieci elicotteri AW109 per un importo di oltre 99,9 milioni di euro, può essere attribuita anche ad altre banche estere ma, in considerazione degli “importi accessori autorizzati” nell’anno successivo, appare attribuibile solo ad una delle tre banche sopramenzionate.

«Come si nota - spiega Giorgio Beretta, collaboratore della ricerca - le maggiori operazioni, a parte quella assunta dalla BNL con contraente la Turchia, riguardano in gran parte banche estere. I principali gruppi bancari italiani, su pressione delle campagne della società civile, hanno emesso delle direttive per regolamentare questo settore. Alcuni hanno deciso di sospendere definitivamente tutte le operazioni di servizi all’export di armi (tra questi IntesaSanpaolo, Monte Paschi Siena, Banca Popolare di Milano, Banco Popolare, Credito Valtellinese), mentre altri hanno delimitato le proprie operazioni sulla base di criteri in riferimento ai Paesi destinatari e/o alle tipologie di sistemi d’arma (UniCredit, UBI Banca, Banca Popolare dell’Emilia Romagna, BNL, Cariparma).

Un business sempre meno trasparente

Ma il business delle armi sta diventando sempre meno trasparente. «Ricostruire nel dettaglio tutte le operazioni di esportazione – spiega ancora Giorgio Beretta – è sempre stato un impegno faticoso di incrocio tra numerose tabelle. Ma è diventato praticamente impossibile a partire dal 2007: il governo Berlusconi, infatti, ha sottratto dalla sezione della Relazione del 2008 curata dal Dipartimento del Tesoro, il “Riepilogo in dettaglio suddiviso per Istituti di Credito”, presente nelle Relazioni governative fin dai governi Andreotti degli anni novanta. Un elenco indispensabile per conoscere i dettagli delle singole operazioni autorizzate agli istituti di credito, tra cui i compensi di intermediazione. Questa modifica della Relazione governativa non è stata mai spiegata al Parlamento e non va certo nella direzione della trasparenza: nonostante le reiterate richieste da parte delle associazioni e soprattutto della Campagna di pressione alle “banche armate” – che fin dal 2000 sta monitorando il comportamento delle banche in questo settore – anche nell’ultima Relazione redatta dal governo Monti quell’elenco risulta mancante. E’ quindi assolutamente necessario che il Parlamento, che è deputato a vigilare in questa materia, richieda al Governo di ripristinare l’elenco di dettaglio delle operazioni bancarie» – conclude Beretta.

«E non è una questione di poco conto – aggiunge Chiara Bonaiuti. Solo grazie a quell’elenco, infatti, è possibile ricostruire nel dettaglio l’intera filiera delle operazioni di esportazione: cioè, a quale azienda è stata autorizzata l’esportazione di quale sistema d’arma, per quale quantità e valore e attraverso l’intermediazione di quale Istituto di credito. La trasparenza è un elemento di fondamentale importanza anche per le stesse banche italiane che in questi anni hanno promulgato dei codici di autoregolamentazione che spesso escludono la fornitura di servizi alle ditte per esportazioni di armi a paesi in conflitto, a governi autoritari che violano i diritti umani e a nazioni altamente indebitate che spendono ingenti risorse per acquistare armamenti».

La trasparenza è quindi un prerequisito indispensabile per qualsiasi impegno sia da attori politici che economici e finanziari, uno strumento di verifica e un elemento costitutivo della responsabilità sociale di impresa. Al contempo costituisce una garanzia in più contro i fenomeni di corruzione e conseguente spreco di risorse che purtroppo non sono infrequenti, come testimoniano i casi dell'esportazione dei 12 elicotteri Agusta al’India. “È quindi necessario – sottolinea Franco Bortolotti di IRES Toscana – ripristinare la trasparenza e, al contempo agire sempre di più a livello europeo al fine di promuovere, con supporto di reti transnazionali di organizzazioni della società civile, di risparmiatori e di lavoratori, le migliori pratiche nel controllo degli armamenti e nella prevenzione dei conflitti.

«Con questa ricerca – conclude Anna Maria Romano di FISAC Toscana – abbiamo voluto dare spazio, risorse economiche e spinta politica a questioni che muovono grossi affari ma che sono poco conosciute. Siamo infatti convinti che solo da un’informazione consapevole possono nascere investimenti e scelte sostenibili sia da parte dei risparmiatori che delle imprese e delle stesse banche. Spetta alla società civile, e quindi a noi tutti, far sentire la nostra voce per chiedere che le decisioni in campo economico e finanziario diventino sempre più rispettose dei diritti umani, del lavoro e dell’ambiente così da essere effettivamente capaci di creare quella ricchezza sociale che non è misurabile in termini di denaro, profitto e rendimento, ma consiste nella capacità di creare e custodire un bene comune fondamentale per tutti: la pace». [GB]

Il volume è disponibile gratuitamente in formato digitale:

- In formato in .pdf anche da qui 

- in inglese: scaricabile da qui (in pdf e ipad)

- Sulla piattaforma Apple store iTunes

- Sulla piattaforma issuu

Per contattare i ricercatori:

- Chiara Bonaiuti (Direttrice della ricerca): Email: chiara.bonaiuti@irestoscana.it; 
- Giorgio Beretta (Collaboratore della ricerca): Email: berettagiorgio@gmail.com.

Per approfondire si veda anche il volume:

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