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Esposizione di bombe prodotte dalla Simmel Difesa di Colleferro
Domani la 'Campagna italiana contro le mine' presenterà in una conferenza stampa a Roma un disegno di Legge sulle “Misure per contrastare il finanziamento delle imprese produttrici di mine antipersona e di munizioni a grappolo” (testo in .pdf) . Il DdL, che viene proposto dalla senatrice Silvana Amati (PD), ma vede la firma della sen. Barbara Contini (PdL) oltre ad un drappello di senatori del PD, rappresenta un’importante iniziativa legislativa promossa dalla 'Campagna italiana contro le mine' e dalla ‘Fondazione Culturale Responsabilità Etica’ ed è sostenuto dalla Rete Italiana per il Disarmo.
Ne parliamo con Giorgio Beretta, caporedattore di Unimondo e esperto del settore che recentemente ha svolto una dettagliata indagine sulle operazioni d'appoggio all'export di armamenti italiani svolte dalle banche nell’ultimo decennio.
Giorgio, perché c’è bisogno di regolamentare questo settore?
Per un fatto di coerenza e di garanzia per tutti. L’Italia, che ha ratificato il Trattato di Ottawa che mette al bando le mine antipersona e – nonostante i soliti ritardi burocratici – si accinge a ratificare la “Convenzione Onu sulle munizioni cluster” farebbe bene ad assicurarsi non solo che le industrie che operano sul territorio nazionale non fabbrichino questi maledetti ordigni, ma che anche le banche italiane siano garantite in ogni modo dal finanziare operazioni con ditte che li fabbricano.
Ti riferisci a qualche caso in particolare?
Si, ad esempio a quello – che tra l’altro è riportato nella presentazione del disegno di legge – che ha riguardato il gruppo Intesa Sanpaolo che si è ritrovato a rinnovare insieme ad altre 31 banche un credito rotativo alla Lockheed Martin, azienda che fa di tutto dagli aerei civili alle bombe cluster. L'ha segnalato il rapporto "Worldwide investments in cluster munitions: a shared responsability" pubblicato dalle olandesi IKV Pax Christi e di Netwerk Vlaanderen (la rete della società civile olandese) con la consulenza della società di ricerche Profundo.
Niente che riguardi ditte italiane?
Si, casi meno conosciuti ma molto più rilevanti per noi. Prendiamo ad esempio una ditta, la Simmel Difesa di Colleferro in provincia di Roma. Il suo catalogo - come ha documentato un'inchiesta di Rainews24 - fino a qualche anno fa pubblicizzava sistemi di “munizioni a grappolo”: quando gli è stato fatto notare dalle Campagne e si è sollevata l'attenzione della stampa, cosa ha fatto? Ha fatto sparire il catalogo dall'accesso pubblico e ha messo una nota sul proprio sito affermando la conformità dell'azienda alle normative nazionali ed internazionali per la produzione di munizionamento. Ma ciò non significa, dato che le “cluster” non sono ancora messe al bando, che l’azienda non le possa fabbricare. Intendo dire, non sono in catalogo e l'azienda dichiara di "non produrle", ma di "avere la capacità di farlo". E da un dettagliato documento di Human Rigths Watch (in .pdf), l'Italia risulta tra i paesi che hanno prodotto munizioni cluster e "possono averne stoccate un'ampia quantità".
E le banche cosa c’entrano in tutto questo?
C’entrano anche se, è vero, le banche non sono certo esperte di sistemi d’arma. Prendiamo ad esempio due casi che riguardano proprio Simmel Difesa. Si sa per certo che la ditta si è servita di due banche italiane per incassare i pagamenti per le sue esportazioni di armi. Una è la Banca Popolare dell’Etruria e Lazio (Banca Etruria) sulla quale sono stati domiciliati nel 2005 i pagamenti oltre che per 12mila bombe da mortaio calibro 81 mm. illuminante del valore di 5,6 milioni di euro esportate al Regno Unito anche per almeno tre operazioni con l'India. La prima del valore di 1,97 milioni di dollari per 10mila “spolette di prossimità FB40” - la cui funzione è di accrescere la letalità del proiettile eliminando possibili contromisure; l’altra del valore di 350mila dollari per 10mila chili di polvere di lancio per colpo calibro 40/70 mm. e l’ultima del valore di 305mila dollari per 500 colpi completi e bossoli per calibro 40/70 mm.
E l'altra banca?
E' il Banco di Sardegna che fa parte del Gruppo BPER (Banca Popolare dell’Emilia Romagna) per un'esportazione nel 2006 al Cile di sistemi di "colpo completo cal. 76/62 PFF IM84 con spoletta" del valore di 2,8 milioni di euro. Si tratta di una faccenda di non poco conto...
Per via del sistema d'arma?
Non solo, ma anche per via delle implicazioni per i correntisti e le Ong che si affidano al Gruppo BPER. La Banca Popolare dell’Emilia Romagna, ad esempio, sostiene Emergency, l’associazione umanitaria fondata nel 1994 da Gino Strada per portare aiuto alle vittime civili delle guerre, che con il Gruppo BPER ha sviluppato importanti progetti commerciali tra cui le carte di credito solidali Emergency Card e Bpercard Emergency, ampiamente pubblicizzate sul sito di Emergency. Che Banca Popolare dell’Emilia Romagna appoggi il commercio di armi non è cosa che può essere sfuggita all'associazione di Gino Strada visto che dal 2000 la Campagna di pressione alle "banche armate" diffonde la lista delle banche che offrono servizi alle ditte produttrici di armi per l'esportazione delle medesime. E, bada bene, nonostante le operazioni del Gruppo BPER in questo particolare commercio siano andate crescendo dal 2006 al 2008, la BPER – a differenza di quasi tutti gli altri principali gruppi bancari italiani – non ha mai reso pubblica alcuna policy di autoregolamentazione del settore.
Ma si potrebbe sapere con certezza se qualche banca ha offerto servizi per l'esportazione di certe munizioni della Simmel Difesa?
Fino a qualche anno fa si. Per intervento del Governo Berlusconi – e credo con l’approvazione dei più alti vertici del Governo – da tre anni è stato fatto sparire dalla Relazione delle Presidenza del Consiglio sulle esportazioni di armi italiane l’elenco di dettaglio delle singole operazioni autorizzate alle banche dal quale si poteva sapere con quali paesi e per quali importi avevano svolto ogni singola transazione di incassi per conto delle ditte italiane esportatrici di armi. Un elenco, giusto per capirci, che c’era fin dai tempi delle prime Relazioni governative sull’esportazione di armi presentate al Parlamento a firma dell’allora Presidente del Consiglio, Giulio Andreotti. E che da quando è in carica il Governo Berlusconi è stato sottratto dalla Relazione: una situazione denunciata ripetutamente dalla Campagna di pressione alle banche armate anche con lettere ufficiali spedite e ricevute dai vertici del Governo che però non hanno mai dato risposta.
Insomma, c'è bisogno di una nuova legge anche per fare chiarezza...
Esattamente. Se l'Italia vuole essere davvero coerente mentre appone la firma al Trattato dell'Onu che mette al bando le cluster bombs deve - come propone il Disegno di Legge - impedire il finanziamento e il sostegno alle imprese produttrici di mine antipersona, di munizioni e submunizioni a grappolo (cluster) soprattutto da parte delle banche, delle società di intermediazione mobiliare (SIM), delle società di gestione del risparmio, delle società di investimento a capitale variabile (SICAV) e di ogni altra realtà finanziaria. E, ovvio, deve dotarle di una lista precisa di queste ditte.
Intervista a cura di Andrea Dalla Palma






