Bloccato l’oleodotto: quando a vincere sono i Sioux

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Era dal 1876, alla vigilia della battaglia di Little Bighorn, che non si assisteva ad un così folto raduno di nativi nordamericani. I Sioux Lakota, alleati con i popoli Cheyenne e Arapaho, registrarono allora una schiacciante vittoria contro il 7° cavalleria dell’esercito degli Stati Uniti d’America, comandato dal Generale Custer. La battaglia è entrata a far parte dell’immaginario collettivo, così come alcuni tra i leggendari comandanti nativi: Sitting Bull-Toro Seduto e Crazy Horse-Cavallo Pazzo. Quasi due secoli dopo, a Standing Rock, nel North Dakota, in quella che è una delle più importanti riserve “indiane” degli Stati Uniti, i nativi americani hanno vinto di nuovo. Questa volta non si è trattato di una battaglia tradizionale, con armi e cavalli, ma la vittoria non è stata meno importante.

La ragione del contendere era il Dakota Access Pipeline, oleodotto lungo quasi duemila chilometri che avrebbe dovuto passare al di sotto del fiume Missouri e del lago artificiale Oahe, principali riserve idriche per i nativi, comportando importanti rischi di infiltrazioni e inquinamento delle falde acquifere. Il popolo Sioux chiedeva che l’oleodotto venisse fatto passare lontano dalle terre che circondano la riserva, considerate sacre. La resistenza del popolo Sioux è durata quasi sette mesi sino alla vittoria, annunciata il 4 dicembre: l’oleodotto è bloccato e verrà fatto passare altrove.

Il Sacred Stone Camp (l’accampamento della pietra sacra) ha visto la luce il 1 aprile 2016, quando un piccolo gruppo di giovani appartenenti alla tribù ha cominciato una veglia di preghiera in difesa del territorio. Con il passare delle settimane, mentre i primi segni della costruzione dell’oleodotto iniziavano a farsi visibili, la resistenza a Standing Rock ha iniziato ad aumentare. I primi ad arrivare sono stati altri appartenenti al popolo Sioux. L’accampamento è stato battezzato Oceti Sakowin, ossia Consiglio dei Sette Fuochi, il nome originario ed appropriato del popolo Sioux, la cui Grande Nazione originaria era costituita da Sette Consigli-Fuochi. L’Oceti Sakowin Camp è divenuto quindi, nelle parole dei partecipanti, il punto di raccolta dei “Protettori dell’Acqua”, con lo scopo di proteggere pacificamente la Madre Terra dall’invasione dell’oleodotto Dakota Access.​ L’accampamento ha visto via via crescere la partecipazione, da parte di persone native e non, giornalisti, attivisti ambientali e per i diritti civili, personaggi famosi, tutti decisi a fermare la grande opera. Sono giunte anche tribù native tradizionalmente in conflitto con i Sioux e persino duemila veterani di guerra si sono uniti alla protesta. All’inizio di settembre quasi 5000 persone erano ospitate nell’accampamento e, con l’attivarsi di varie azioni di protesta pacifica, è partita la repressione da parte delle guardie private del sito dell’oleodotto prima, e dei militari stanziati dal governatore dello stato del North Dakota poi. I manifestanti sono stati attaccati più volte con proiettili di gomma, gas lacrimogeni, idranti (tanto più gravi considerate le temperature polari), cani da attacco, arresti di massa, tentativi violenti di sgombero, intesi a scoraggiare le iniziative di protesta e l’esistenza stessa dell’accampamento. Queste tecniche repressive non sono servite però a fermare la resistenza, che si è continuamente riorganizzata con nuove azioni e tattiche volte a fermare l’azione delle scavatrici.

Alla fine hanno vinto loro, nativi e non, i difensori dell’acqua giunti da ogni parte degli Stati Uniti e oltre. Il governo degli Stati Uniti ha ordinato la sospensione della costruzione dell’oleodotto, affermando la necessità di ulteriori analisi e confronti riguardo al progetto, d’accordo con il Corpo degli Ingegneri dell’Esercito (praticamente il genio militare, incaricato di gestire la costruzione dell’opera e le relazioni con l’impresa costruttrice). In realtà la decisione potrebbe essere ribaltata quando il presidente eletto Trump entrerà in carica. Il portavoce Jason Miller ha infatti affermato che Trump si dichiara a favore del progetto, ma che ancora non ha preso una decisione riguardo al suo completamento.
Intanto però all’Oceti Sakowin Camp si è scatenato l’entusiasmo. 

Intanto però all’Oceti Sakowin Camp si è scatenato l’entusiasmo. Dopo i festeggiamenti seguiti all’annuncio della notizia, alcuni fra i veterani di guerra accorsi a Standing Rock a supporto dei nativi si sono inginocchiati di fronte ai Sioux e hanno loro chiesto perdono per tutte le atrocità inflitte dall’esercito statunitense ai nativi nel corso dei secoli. Il capo Sioux Leksi Leonard Crow Dog ha dunque accettato le scuse per conto di tutte le tribù Sioux ed ha chiesto scusa a sua volta per le morti inflitte all’esercito USA, a quel settimo cavalleria della famigerata battaglia di Little Bighorn, per una volta sconfitto. Ed è qui che i conti con la storia si chiudono simbolicamente, le scuse per un genocidio di fronte alle scuse per poche centinaia di morti in battaglia che acquistano la stessa dignità, grazie all’attivarsi della solidarietà tra esseri umani. Per dirla con le parole di uno dei partecipanti all’accampamento: “la mia motivazione principale per dare supporto a Standing Rock è quella di stare a fianco a coloro che si oppongono al fascismo delle multinazionali e alle loro violazioni dei diritti umani. Ho sempre sentito un forte rimorso per le atrocità che gli indigeni hanno dovuto subire. Sono conscio che non possiamo rimuovere le ingiustizie passate, ma sono anche sicuro che se affrontiamo le ingiustizie subite dai nostri fratelli e sorelle nativi, possiamo almeno cominciare il processo di guarigione”.

Michela Giovannini

Dottoressa di ricerca in sviluppo locale, è appassionata di America Latina, popoli indigeni, autogestione, lotte e resistenze politiche e sociali. Ha trascorso periodi di studio e ricerca sul campo in vari paesi. Messico e Cile sono i principali contesti in cui si sono svolte le sue ricerche, dedicate principalmente a varie tipologie di organizzazioni dell'economia sociale e solidale.

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