Bigenitorialità di legge e di fatto. Intervista a Marino Maglietta

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Luci e ombre sull’affidamento condiviso – Foto: loschermo.it

“Io e mia moglie ci siamo separati nel 2005 quando nostro figlio Leonardo aveva 3 anni e mezzo. Potevo stare con lui solo due pomeriggi a settimana e a weekend alterni. Le attese sotto casa erano strazianti, quando influenzato dalla madre, allora particolarmente apprensiva, mi considerava un papà cattivo e non voleva vedermi. Era un dispiacere enorme vedere mio figlio così distante e teso. Dopo aver appreso che in Parlamento era depositata la proposta per introdurre anche in Italia quella che è oggi la legge 54 sull’affidamento condiviso ed aver conosciuto di persona il suo ideatore, Marino Maglietta, ho deciso di chiedere al giudice la revisione dei patti di separazione. È stata un’odissea dolorosa durata due anni, in cui sono stati indispensabili il conforto e la consulenza dell’associazione Crescere Insieme. Ho ottenuto l’affidamento condiviso, mio figlio vive con me due giorni fissi a settimana e da venerdì a lunedì, a settimane alterne. Da quel momento i rapporti con mia moglie si sono distesi e col dialogo siamo riusciti a creare il clima ideale per crescere nostro figlio. Leonardo è un altro bambino, molto sereno”.

Sono le parole di Marco Spizzone, uno dei primi padri ad aver ottenuto un affidamento condiviso vero, così come previsto dalla legge 54 del 2006, in cui si stabilisce che entrambi i coniugi partecipino con pari impegno alla crescita dei figli. Di fatto però nei tribunali continua a essere applicata la formula classica dell’affidamento esclusivo. Ciò vuol dire che ai bambini continua a essere imposto di vivere con uno dei due genitori, nella maggior parte dei casi la madre, e limitare il rapporto con l’altro genitore, quello che ogni mese firma l’assegno di mantenimento, alle visite programmate del weekend. Tutto ciò in barba alla volontà del legislatore di garantire il principio della bigenitorialità.

Con un’intervista a Marino Maglietta, docente universitario, ideatore della legge del 2006 ed estensore di un nuovo disegno di legge (957), adottato questa estate dalla Commissione Giustizia del Senato come base della discussione in Parlamento, cerchiamo di ripercorrere la storia di questa innovazione legislativa, tracciare i punti salienti della sua riforma e capire come possa finalmente diventare una reale conquista sociale a beneficio della generazione di domani.

Lei ha concepito la struttura portante della prima legge sull'affidamento condiviso in Italia, la 54/2006. Quando e come nasce questo suo progetto?

Nasce nel 1993, per avere constatato che le regole di allora trasformavano la separazione della coppia in separazione dei figli da uno dei genitori. Nel gennaio del 1994 la proposta era già in Parlamento ma, a dimostrazione delle fortissime resistenze incontrate, sono poi occorsi dodici anni per farla approvare.

Può riassumere l’iter che ha portato all'introduzione della legge, sottolineando da quali forze politiche e della società civile ha ricevuto sostegno nel portare avanti il suo progetto, chi l'ha osteggiato e in che misura la legge rispecchia la volontà popolare?

Il progetto è andato avanti sulla base di una forte spinta popolare. I sondaggi ne dimostrarono il gradimento per oltre l’80 percento, ugualmente uomini e donne, di qualsiasi orientamento politico. A ciò si contrappose la forte ostilità del sistema legale e del veterofemminismo. I partiti, pur avendo tutti all’interno esponenti sia favorevoli che contrari, si sono fatti rappresentare chi solo dai primi (il centrodestra) e chi solo dai secondi (la parte prevalente della sinistra). Solo i cattolici sono stati tutti e sempre a favore.

Quali forze politiche e della società civile si oppongono oggi a tale legge e con quali argomentazioni?

Le stesse di prima. Gli slogan sono sempre gli stessi: i figli non sono pacchi postali, hanno diritto a un indirizzo educativo unico e a riferimenti costanti. Ovvero a un affidamento sostanzialmente esclusivo, come prima, anche se camuffato nel nome.

Cosa risponde lei a queste argomentazioni?

Che si ignora totalmente il concetto di “male minore”. La tesi è astratta e velleitaria. Se i genitori vivono in due case diverse e hanno stili di vita differenti, rispettare la stabilità logistica e l’uniformità di gestione significa necessariamente perderne uno, distruggendo quella affettiva. Ai figli conviene? E poi chi ha detto che la possibilità di confrontare visioni diverse della vita sia un male? Vogliamo figli indottrinati e acritici?

Quali sono le conquiste che secondo lei le famiglie separate e soprattutto i figli hanno raggiunto con questa legge?

È un primo passo nella direzione giusta e dà un corretto segnale culturale, per cui sono molte le famiglie separate che da sole hanno dato una fedele lettura al messaggio e si sono costruite sistemi equilibrati, ideali per i figli. Ma sono guai per chi deve passare per il sistema legale, totalmente sordo e arretrato, che favorisce la discriminazione – e quindi la litigiosità – e soprattutto i cattivi genitori, i padri che si defilano e le madri possessive e vendicative, a danno dei buoni. È una responsabilità gravissima.

I genitori che affrontano una separazione vengono adeguatamente informati sul diritto dei propri figli di essere affidati ad entrambi i genitori e adeguatamente sostenuti nella comprensione e nella scelta consensuale di questa formula, da esprimere al giudice?

Assolutamente, no. Chi lo è lo è per vie proprie, ma il sistema legale opera all’opposto, rimarcando l’indispensabilità del “genitore prevalente” e della “domiciliazione privilegiata”.

Un'indagine svolta nei tribunali ordinari nel 2011 rivela che la legge 54/2006 non riceve piena attuazione. In un’audizione al Senato l’associazione Crescere Insieme, di cui lei è il fondatore, denuncia che “la volontà del legislatore è stata disinvoltamente ignorata dalla maggior parte degli operatori del diritto di famiglia e in particolare dalla giurisprudenza”. Potrebbe spiegare in che modo le sentenze si discostano dalla legge, perché ciò avviene e quali modifiche sono necessarie per garantire una piena attuazione dell’affidamento condiviso?

Il giudice quasi sempre nomina un “genitore collocatario” e non attribuisce all’altro alcun compito di cura, ma solo l’obbligo di pagare un assegno per il mantenimento dei figli. Soldi, e non partecipazione diretta. Queste sono due sfacciate violazioni del concetto di bigenitorialità sancito dalla legge, secondo la quale gli affidatari sono due, e hanno pari dignità e impegno. Perché avviene questo? Alla magistratura è gradito un proprio potere discrezionale illimitato, che consente scelte sbilanciate e imprevedibili; all’avvocatura non dispiace la conseguente mancanza per i cittadini di certezza del diritto che aumenta il contenzioso. La legge si proponeva l’opposto: garantire ai figli una presenza equilibrata dei genitori e il diritto a ricevere le cure di entrambi attraverso l’assunzione diretta di capitoli di spesa (mantenimento diretto). E questo va realizzato con l’attuale disegno di legge.

Quali innovazioni proposte dal ddl 957 lei ritiene più importanti per migliorare l’attuale normativa e il benessere dei figli di genitori separati?

Il doppio domicilio, pur lasciando intatte le regole amministrative sulla residenza, che quindi rimarrebbe una sola, sottolineerebbe efficacemente ai figli il diritto di sentirsi “a casa” di entrambi i genitori. Il mantenimento diretto garantirebbe loro la presenza concreta e le cure di entrambi i genitori, al posto dell’assegno che sanziona l’emarginazione e il disimpegno di uno dei due. Infine, la mediazione familiare deve essere promossa mediante l’obbligo di un’informazione adeguata e preventiva, prima di andare in tribunale. Ci sono però alcune insidie nascoste per esempio in emendamenti che prevedono la legittimazione del mantenimento mediante assegno e del genitore collocatario, che, quanto meno, oggi costituiscono violazioni della legge in vigore.

Quali sono i modelli di riferimento in Europa per una piena attuazione dell’affidamento condiviso?

Pressoché tutti i paesi di Europa sono più avanti di noi (in particolare i paesi scandinavi e il Regno Unito), ma a me piace ricordare paesi ex comunisti, come la Repubblica ceca, dove da sempre è in vigore l’affidamento paritetico: i figli si fanno in due e non appartengono a nessuno, dunque è logico che dopo la separazione sia compito di entrambi allevarli, assicurando oltretutto pari opportunità alle donne in ogni ambito sociale. Questa è una vera e corretta dottrina di sinistra.

Daniela Bandelli

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