Benessere Equo e Sostenibile: se la ripresa non è per tutti

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Foto: Vita.it

E’ possibile misurare il grado del progresso civile di una società? Sì, se si prendono in considerazione i fattori giusti e se si va oltre al benessere inteso come mero accesso ai beni materiali. Ne sono convinti gli autori del Bes, il rapporto sul Benessere Equo e Sostenibile, iniziativa nata nel 2010 ad opera del Cnel, il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro, e dell’Istat. E’ di pochi giorni fa, infatti, l’uscita dell’edizione 2015 dello studio, che dipinge un quadro in chiaro scuro sulla situazione del nostro paese, in cui i segnali di ripresa e di miglioramento ci sono, come non accadeva ormai da diversi anni. Purtroppo, però, non per tutti e allo stesso modo.

Ma come funziona il Bes? Prendendo in considerazione elementi chiave come il benessere economico insieme alla sostenibilità dello sviluppo e all’equità nella distribuzione, il Bes si propone di misurare la “qualità della vita” della società italiana, individuando i fattori che hanno un impatto diretto sul cittadino e su ciò che lo circonda, e lo fa attraverso 12 domini: Salute, Istruzione e formazione, Lavoro e conciliazione dei tempi di vita, Benessere economico, Relazioni sociali, Politica e istituzioni, Sicurezza, Benessere soggettivo, Paesaggio e patrimonio culturale, Ambiente, Ricerca e innovazione, Qualità dei servizi, articolati in 130 indicatori.

Quest’ultimo report in particolare fa riferimento ai dati del 2014, e mostra, come già anticipato, un generale miglioramento della situazione economica degli italiani – tanto da renderli più ottimisti anche verso il futuro. Peccato, però, che le classi più deboli della popolazione siano rimaste escluse da qualsiasi vantaggio e avanzamento. "Dopo la grande tempesta del 2013 e le criticità presenti dal 2008, il 2014 è un anno di transizione – commenta Linda Laura Sabbadini, direttore centrale dell'Istat – però tra Nord e Sud c’è una situazione speculare, in particolare rispetto a lavoro e sicurezza”. Insomma, dal Bes 2015 sono soprattutto le disuguaglianze e le contrapposizioni ad emergere: quelle tra Nord e Sud, tra ricchi e poveri, tra uomini e donne, tra anziani e giovani.

Analizzando le tavole del rapporto, si nota dunque un aumento dello 0,7% della spesa per i consumi, che prosegue anche nel 2015, e a cui si aggiunge un leggero aumento del reddito totale disponibile. Questo sarebbe in sé un ottimo segnale di ripartenza, se non fosse controbilanciato dalle notizie sul fronte della distribuzione: il reddito medio disponibile pro capite, infatti, si configura decisamente più basso al Sud, rispetto al Nord e al Centro Italia, e soprattutto per la fascia più povera della popolazione non si registra alcun miglioramento. “Il 15% della popolazione di 16 anni o più non può permettersi di sostituire abiti consumati con abiti nuovi” si legge nel Bes, percentuale che nel Mezzogiorno sale al 20,6%. Ancora, un quinto non può svolgere attività di svago fuori casa per ragioni economiche, e un terzo non può permettersi di sostituire mobili danneggiati. Queste sono solo alcune delle situazioni limitanti segnalate dal rapporto, mentre la Sicilia, la Campania, la Calabria e la Puglia sono indicate come le regioni più penalizzate per l'indice di disagio e quello di disuguaglianza.

Tornando ai dati positivi, si segnala per la prima volta una ripresa del tasso di occupazione, ma anche qui a stemperare gli entusiasmi ci sono diversi fattori: oltre a trattarsi della crescita più bassa tra i paesi dell’Unione Europea, è un dato che vede una quota dei lavoratori part-time involontari doppia rispetto al resto d’Europa. I più penalizzati all’interno del mercato del lavoro sono come al solito i giovani: pur restando stabile al 26% la quota dei Neet (ossia quei giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano, non lavorano, né seguono corsi di formazione o aggiornamento professionale), i ragazzi continuano ad essere fortemente esclusi a fronte della continua crescita del tasso di occupazione degli ultracinquantacinquenni. Anche i dati sul divario di genere, tra i più alti d'Europa, non sono incoraggianti: in Italia lavora infatti il 69,7% degli uomini, contro il 50,3% delle donne. “Per colmarlo – afferma l’Istat – dovrebbero lavorare almeno 3 milioni e mezzo di donne in più”.

Alcuni dati positivi si segnalano infine sul fronte della ricerca, con un leggero incremento della quota di Pil ad essa destinata (1,31% nel 2013 a fronte di 1,27% nel 2012, quota che ci lascia comunque molto indietro rispetto alla media Ue). Mentre sul fronte ambientale, si registra un aumento delle aree verdi nel territorio e delle energie rinnovabili, così come una riduzione dell’inquinamento e dei combustibili fossili. Male invece la gestione dei rifiuti, di cui un terzo del totale è smaltito in discarica, così come quella dell’acqua, che registra ancora troppa dispersione. Infine, da segnalare sempre in positivo è la ripresa dell’indicatore soggettivo, con cui si intendono le aspirazioni e le aspettative delle singole persone.

Più ottimismo, insomma, a fronte di miglioramenti timidi e di forti criticità su cui ora la politica avrebbe tutti gli strumenti conoscitivi per poter intervenire. Perché il punto del Bes, secondo gli autori, è proprio questo: con i suoi dati – raccolti anche grazie alla partecipazione dei cittadini, degli esperti e della società civile – esso può diventare uno strumento importante al servizio delle istituzioni, orientando la spesa pubblica in senso più efficace e rispondente ai diritti e agli effettivi bisogni sociali della popolazione.

Il dibattito non è certo nuovo. A partire dal Paradosso di Easterlin, che spiega in pratica come la felicità delle persone dipenda in realtà molto poco dalle variazioni di reddito e di ricchezza, sono ormai diversi anni che il Pil come misurazione unica del benessere di un paese si trova al centro di critiche e ripensamenti a causa dei suoi limiti. Ad esempio, chi lavora di più, guadagnerà e spenderà di più, facendo salire i consumi e il Pil. Ma che ne sarà del reale benessere di questa persona? Avrà ancora tempo per i cosiddetti "beni relazionali”? E come la mettiamo con l’inquinamento ambientale che spesso segue a una crescita? Le variabili non monetizzate, come il capitale sociale, le attività di volontariato, la sostenibilità ambientale, e anche i beni relazionali, diventano così fattori altrettanto fondamentali per determinare la qualità della vita di una persona, così come di una nazione intera. Anche in Italia, nonostante la pratica dimostri spesso il contrario, qualcuno sta iniziando a capirlo, e alla Camera è stata già presentata una proposta di legge per introdurre finalmente anche gli indicatori di benessere nell’elaborazione, nell’adozione e nella valutazione delle politiche pubbliche. 

Anna Toro

Laureata in filosofia e giornalista professionista dal 2008, divide attualmente le sue attività giornalistiche tra Unimondo (con cui collabora dal 2012) e la redazione di Osservatorio Iraq, dove si occupa di Afghanistan, Golfo, musica e Med Generation. In passato ha lavorato per diverse testate locali nella sua Sardegna, occupandosi di cronaca, con una pausa di un anno a Londra dove ha conseguito un diploma postlaurea, sempre in giornalismo. Nel 2010 si trasferisce definitivamente a Roma, città che adora, pur col suo caos e le sue contraddizioni. Proprio dalla Capitale trae la maggior parte degli spunti per i suoi articoli su Unimondo, principalmente su tematiche sociali, ambientali e di genere. 

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