Beatrice Fihn: «Cambiare la forma mentis delle persone»

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Papa Francesco e i Premi Nobel della pace in Vaticano - Foto: Cittanuova.it

Le armi nucleari sono diminuite in numero. Si è passati dalle 70 mila testate alle attuali 15 mila, quasi tutte suddivise tra Stati Uniti e Russia. Quanto basta per poter provocare più di una apocalisse nucleare. Assistiamo a continue minacce dirette tra Stati Uniti e Corea del Nord e la corsa agli armamenti nucleari costituisce un business che non conosce recessione. Solo gli Stati Uniti nei prossimi 30 anni investiranno fino a mille miliardi di euro per riammodernare un arsenale obsoleto.

«Con le armi nucleari ‒ spiega Francesco Vignarca, coordinatore nazionale di Rete Disarmo ‒ abbiamo perso un’occasione perché 20‒30 anni fa, alla fine della guerra fredda si pensava che, ormai, sarebbero diventati dei vecchi arnesi. Purtroppo ce le siamo tenute, non siamo riusciti a eliminarle totalmente e oggi la minaccia delle armi nucleari è più alta che mai. Si sta pensando, per esempio, a far diventare le armi nucleari più piccole e se le riduciamo in potenza si rischia l’uso e una escalation devastante».

L’Italia non ha aderito al “Trattato sul bando delle armi nucleari” firmato il 7 luglio scorso da 122 Paesi alla Conferenza dell’Onu e, forse, pochi sanno che insieme ad altri Paesi europei come Germania, Belgio, Olanda, Turchia, ospita sul proprio territorio nazionale, ad Aviano e Ghedi‒Torre, diverse decine di testate nucleari. «Sono del tipo B61 ‒ specifica Maurizio Simoncelli, vice presidente di Archivio Disarmo ‒ e presto verranno potenziate nel nuovo modello B61‒12 che suscita nuovi timori a Mosca».

L'11 novembre si è concluso in Vaticano il Simposio internazionale dal titolo “Prospettive per un mondo libero dalle armi e per un disarmo integrale” con 350 partecipanti da tutto il mondo, tra cui 11 premi Nobel per la pace, in cui papa Francesco, intervenendo venerdì 10 novembre, ha ribadito che «è da condannare con fermezza la minaccia del loro uso, nonché il loro stesso possesso, proprio perché la loro esistenza è funzionale a una logica di paura che non riguarda solo le parti in conflitto, ma l’intero genere umano. (…) Le armi di distruzione di massa, in particolare quelle atomiche, altro non generano che un ingannevole senso di sicurezza e non possono costituire la base della pacifica convivenza fra i membri della famiglia umana, che deve invece ispirarsi ad un’etica di solidarietà».

Incontriamo la svedese Beatrice Fihn, premio Nobel della pace 2017, direttore esecutivo dell’International campaign to abolish nuclear weapons (Ican), presso la sede di Archivio Disarmo a Roma. «Questa conferenza ‒ commenta ‒ è stata una iniziativa importantissima e il ruolo del Vaticano in questo processo è fondamentale. Il mondo guarda alla Chiesa cattolica, alle comunità religiose che hanno un ruolo influente da svolgere nel cambiare la forma mentis delle persone. Sono per noi un vero alleato in questa lotta e posso dire che questa conferenza sia stata un’ottima opportunità per la Chiesa e per tante altre comunità nel mondo per ricordare che questa è una lotta che dobbiamo affrontare seriamente».

Accanto a lei Jody Williams, premio Nobel della pace nel 1997 per la campagna anti‒mine. Da 47 anni è un’attivista in molteplici campagne in tutto il mondo. «Stavolta credo ‒ spiega ‒ che qualcosa di importante è stato fatto ed è particolarmente interessante il fatto che tutto stia accadendo ora in un momento in cui gli Usa e la Corea del Nord minacciano una guerra nucleare nel mondo. Il papa ‒ questa è la mia opinione personale ‒ è da considerare un militante, un attivista, per così dire, ed è importante che abbia preso questa iniziativa».

Il nodo è anche culturale, serve un’educazione diffusa alla mondialità, alla non violenza, al bene comune perché ‒ come sottolineato da papa Francesco ‒ «occorre rigettare la cultura dello scarto e avere cura delle persone e dei popoli che soffrono le più dolorose disuguaglianze, attraverso un’opera che sappia privilegiare con pazienza i processi solidali rispetto all’egoismo degli interessi contingenti. Si tratta al tempo stesso di integrare la dimensione individuale e quella sociale mediante il dispiegamento del principio di sussidiarietà, favorendo l’apporto di tutti come singoli e come gruppi. Bisogna infine promuovere l’umano nella sua unità inscindibile di anima e corpo, di contemplazione e di azione».

Da Cittanuova.it

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