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Bangkok: torna la calma, ma per le classi più povere rimangono i problemi

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Per le strade di Bangkok - Foto: Andrea Bernardi

Dopo due mesi di lotta, a Bangkok è tornata la calma. Ma le divisioni sociali, nel Paese, rimangono. Marcate come sempre.

La crisi politica che la Thailandia si è trovata ad affrontare ha radici profonde. I violenti scontri dei giorni scorsi hanno riportato a galla tutti i rancori di una classe disagiata, spesso utilizzata dai politici per i propri scopi. E forse, molto, sta nel boom che dagli anni ’80 ha trascinato il Paese fino a farlo diventare la seconda economia del Sud-Est asiatico.

Un boom, però, che non ha portato benessere a tutti. Neppure in proporzione. Mentre la scintillante e moderna Bangkok si è sviluppata velocemente, la parte rurale del Paese è rimasta la stessa. A Nord e Nord Est, in particolare, non hanno avuto la possibilità di poter migliorare la propria qualità della vita e il Paese si è diviso più che mai tra una classe ricca e certe volte spregiudicata e una povera.

La maggior parte di coloro che oramai il mondo conosce come camice rosse, non erano altro che la parte più povera del Paese, arrivati dalle regioni agricole del Nord e Nord-Est. Dal 12 marzo hanno resistito, in nome dell’ex presidente Taksin Shinawatra, rovesciato da un colpo di stato nel 2006 e oggi in esilio per sfuggire ad una condanna per corruzione.

È lui, prima di tutti, che ha capito l’enorme potenzialità elettorale della classe disagiata. È riuscito a farsi amare offrendo assistenza sanitari a basso costo, assistenza finanziaria. In cambio del sostegno politico. Per questi due mesi è rimasto in contatto con i manifestanti attraverso messaggi audio e video ed è stato accusato dall’attuale premier Abhisit Vejjajiva di populismo e di manipolare gli scontri per un suo unico beneficio.

Parlare di vittoria, come il Governo sta facendo in queste ore, è forse troppo azzardato. Aver liberato il quartiere finanziario di Rachaprasong, dove i “rossi” si erano accampati, non significa che una altra rivolta come quella appena conclusa non si possa riaccendere da un momento all’altro. Soprattutto quando nella gente cova il malumore, sapendo che tanto, in ogni caso, non c’è niente da perdere.

Quelli che hanno resistito fino alla fine appartengono ad una classe bassa della società thailandese. Sono coloro tagliati fuori da tutto e che in questi due mesi hanno deciso di farsi sentire. Per troppo tempo hanno assistito alla spartizione di poltrone tra politici e ad uno sviluppo economico che non li ha toccati, covando un sentimento di disagio poi divenuto esplosivo.

Il Central World in fiamme e quasi completamente distrutto, simbolo della Bangkok moderna e dello shopping per le classi medio-alte, riassume il disagio di questa gente. Quelle migliaia di persone che per quasi due mesi hanno dormito li sotto, quasi sicuramente lo vedevano per la prima volta. Chi ha appiccato le fiamme, è probabile ci sia entrato solo in quell’occasione.

Il premier Abhisit Vejjajiva, salito dall’opposizione al governo dopo che nel dicembre 2008 la Corte Costituzionale aveva costretto il premier Samchai alle dimissioni per frode elettorale, ha annunciato che intende sostenere un processo per arrivare alla riconciliazione nazionale. I rossi chiedevano le sue dimessioni e le elezioni. Proprio quelle a cui Vejjajiva non ha neppure accennato.

Il Re, in carica dal 1946 e che nei suoi oltre 60 anni di corona ha resistito 18 golpe militari, non ha aperto bocca per placare gli animi. Forse, vista la sua figura divina e carismatica sui thailandesi, poteva riuscirci. Ma è in condizioni precarie di salute in ospedale e il figlio successore non ha lo stesso carisma del padre sulla gente. C’è la sensazione che la classe più povera, adesso, sia diventato un popolo arrabbiato. Pronto a combattere.

Andrea Bernardi (Inviato di Unimondo a Bangkok)

 

I PRECEDENTI ARTICOLI DI ANDREA BERNARDI DA BANGKOK:

Andrea Bernardi per il Corriere online:

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