Azerbaijan e diritti umani: se anche l’Italia si autocensura

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Un giacimento petrolifero in Azerbaijan - Foto:  En.wikipedia.org

Parlare dei diritti umani in Azerbaijan è difficile non solo in Azerbaijan, ma anche qui in Italia. Lo dimostra la tensione che si è respirata durante la conferenza organizzata da Amnesty International presso la sede della Fnsi a Roma lo scorso 25 febbraio, dal titolo “Azerbaijan: la repressione invisibile”, in cui si è dovuti ricorrere all’intervento della polizia per porre fine alle azioni di disturbo da parte di un gruppo di giovani azeri. La loro protesta, in questo caso, ha riguardato la scelta della data: il 25 febbraio, infatti, corrisponde all’anniversario del massacro di Khojaly, avvenuto nel 1992, in cui centinaia di civili azeri furono uccisi dall’esercito armeno durante la guerra nel Nagorno Karabakh. La nota sul massacro, inviata dall’ambasciata azera insieme a diverse lettere sia ad Amnesty sia alla Fnsi, è stata letta durante l’incontro – a dimostrazione che la serata non era dedicata a prendere le parti di uno stato o dell’altro – ma le forti proteste azere hanno costretto gli organizzatori a rinunciare al dibattito finale: “La par condicio ci sarà quando in questi paesi si potranno esprimere anche Amnesty e le organizzazioni degli attivisti e dei giornalisti” ha detto il presidente della Fnsi, Giuseppe Giulietti, durante i lavori. Da tempo, infatti, Amnesty International esprime la propria preoccupazione per il mancato rispetto dei diritti umani in Azerbaijan, in particolare per quelli di espressione, associazione e riunione. 

“Le voci di dissenso nel paese sono spesso oggetto di accuse penali inventate, aggressioni fisiche, molestie, ricatti e altre rappresaglie da parte delle autorità e dei gruppi ad esse associati" ha affermato il presidente di Amnesty International, Riccardo Noury. Molti gli attivisti finiti nel mirino del governo di Ilham Aliyev, tra cui Leyla e Arif Yunus, arrestati nell’estate del 2014 e rilasciati di recente ma solo per motivi di salute. In carcere hanno subito maltrattamenti fisici e psicologici e le loro condizioni di salute, già precarie, sono precipitate. Agli arresti domiciliari, hanno tutt’oggi un disperato bisogno di cure mediche, che continuano ad esser loro negate. “Hanno sempre vissuto con dignità, hanno dedicato la loro vita a proteggere i diritti dei prigionieri politici, e così lo sono diventati essi stessi – spiega la loro figlia Dinara, presente come ospite e testimone all’incontro romano. Lei da tempo vive in Olanda dove ha ottenuto asilo politico: “Ho paura che possano morire da un momento all’altro senza nemmeno avere la possibilità di rivederli”.

Entrambi sono tra le più autorevoli e note voci critiche dell'Azerbaijan. Leyla in particolare è stata arrestata pochi giorni dopo aver chiesto il boicottaggio dei Giochi olimpici europei in Azerbaijan, a causa della cattiva situazione dei diritti umani nel paese. Presidentessa della ONG “Institute for Peace and Democracy”, è stata accusata di tradimento, evasione fiscale, contraffazione, frode e affari illegali in relazione a un contributo ricevuto dalla sua ONG, di cui le autorità avevano vietato la registrazione. Accuse che secondo Amnesty sono state create ad arte, per lei come per altri che “Amnesty International riconosce come ‘prigionieri di coscienza’, in carcere solo per aver pacificamente esercitato i loro diritti alla libertà di espressione”. Fino a venerdì scorso se ne contavano almeno 18, quando è arrivata la notizia del rilascio di 10 prigionieri, accolta con gioia dai difensori dei diritti umani. “Nonostante sia certo uno sviluppo positivo – scrive Amnesty nel comunicato – le lodi per le autorità azere ci saranno solo quando tutti gli arrestati verranno rilasciati e si porrà fine alla stretta sulla società civile”.

Eppure, anche a livello internazionale, coprire questi avvenimenti si è dimostrato ostico. In aggiunta alla repressione interna, infatti, le autorità azere hanno redatto una vera e propria “lista nera” contro una serie di giornalisti, intellettuali, attivisti e artisti che, con i pretesti più diversi, ora non possono più viaggiare nel territorio dell’Azerbaijan. La lista conta 532 persone nel mondo di cui ben 36 sono italiani, tra cui i giornalisti Milena Gabanelli, Anna Mazzone della Rai e Roberto Travan della Stampa. La stessa Amnesty International non è potuta entrare nel paese a presentare il proprio report di denuncia in relazione ai giochi olimpici. E poi ci sono le lettere e le continue pressioni del regime azero su iniziative, personaggi e media colpevoli di pubblicare articoli critici verso il paese. Particolarmente preso di mira il sito Osservatorio Balcani e Caucaso (OBC), che nel 2013 era stato perfino oggetto di un attacco hacker. Anche uno dei loro giornalisti, Simone Zoppellaro, è stato incluso nella black list. “Eppure - spiega il giornalista, presente anche lui all’incontro romano – la politica e le istituzioni italiane continuano a tacere. Anzi, nei media italiani leggiamo articoli quasi celebrativi del governo azero, un regime in cui, ricordiamo, c’è una sola famiglia al potere dal 1969”. Le ragioni – manco a dirlo – sono soprattutto economiche. “In Azerbaijan c’è la Saipem, società controllata dall’Eni, c’è Finmeccanica, c’è Hacking Team, società milanese al centro di un recente scandalo, venditrice di software che alcuni paesi avrebbero utilizzato per spiare i dissidenti politici”. Ancora, Zoppellaro spiega che l’Azerbaijan è stato sponsor di diverse squadre di calcio italiane, ha finanziato gli scavi ai Fori Imperiali e altri restauri. Ma soprattutto, “si tratta di una regione energetica, è il primo fornitore di petrolio per l’Italia, ed è tra i principali proponenti del gasdotto Tap, su cui Renzi e l’Europa stanno investendo moltissimo”.

Niente di strano che i diritti umani rimangano un po’ in sordina su buona parte della stampa italiana ed europea. Il Tap (Trans-Adriatic Pipeline), infatti, fa parte del controverso mega gasdotto di 3500 km che dal Mar Caspio dovrebbe portare il gas azero fino all’Italia. Dal costo iniziale stimato di 45 miliardi di dollari, è stato presentato come centrale e strategico per l’Unione Europea nei prossimi anni, per garantire l’indipendenza energetica dell’Ue in contrapposizione alla Russia. “Questo mette l’Azerbaijan in una posizione importante proprio nel quadro delle politiche energetiche complessive” spiega Elena Gerebizza, energy campaigner di Re:Common, che da tempo si sta occupando della questione Tap. Attraverso report, interviste e studi sul campo, l’associazione ha sollevato dubbi e perplessità in particolare sui finanziamenti pubblici in discussione per il progetto, unite alla questione dell’impatto sull’ambiente e sui diritti umani, su cui ha pubblicato anche un webdoc. “Per noi che siamo in Italia e all’interno dell’Ue è importante mettere l’accento sulle responsabilità che si trovano da questo lato – spiega Gerebizza – Se l’Ue punta ad avere l’indipendenza energetica questo non è il tipo di progetto che la costruisce. Se punta alla diffusione della democrazia e dei diritti umani questo non è un progetto da finanziare. Lo diciamo guardando all’Ue ma anche al governo italiano che sta chiudendo non uno ma entrambi gli occhi sulla situazione dei diritti in Azerbaijan”.

Anna Toro

Laureata in filosofia e giornalista professionista dal 2008, divide attualmente le sue attività giornalistiche tra Unimondo (con cui collabora dal 2012) e la redazione di Osservatorio Iraq, dove si occupa di Afghanistan, Golfo, musica e Med Generation. In passato ha lavorato per diverse testate locali nella sua Sardegna, occupandosi di cronaca, con una pausa di un anno a Londra dove ha conseguito un diploma postlaurea, sempre in giornalismo. Nel 2010 si trasferisce definitivamente a Roma, città che adora, pur col suo caos e le sue contraddizioni. Proprio dalla Capitale trae la maggior parte degli spunti per i suoi articoli su Unimondo, principalmente su tematiche sociali, ambientali e di genere. 

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