Armi al Venezuela: Arsenal Firearms replica, ma a chi?

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La pistola "AF1 Strike One" - Foto: YouTube.com

Il 21 agosto scorso, la Arsenal Firearms Srl ha diffuso un “Comunicato Stampa: Venezuela”. Il comunicato non è reperibile sul sito dell’azienda, ma solo sulla sua pagina Facebook. Lo stesso giorno, la signora Silvia Fracassi (C.E.O. dell’azienda) lo ha inviato anche a me avvisandomi, in calce alla email, che “Questo messaggio di posta elettronica contiene informazioni di carattere confidenziale rivolte esclusivamente al destinatario sopra indicato”. Non avendomi autorizzato a diffonderla, non comprendo il motivo di tale missiva, ma suppongo che l’intenzione della signora nell’inviarmi il comunicato sia stata quella di rendermelo noto. Essendo stato reso pubblico dall’azienda, mi è comunque doveroso – nonostante si tratti di un esercizio pedante e alquanto noioso – analizzare con attenzione il comunicato e commentarlo in dettaglio, sia nei contenuti che per i toni.

Una premessa

Lo scorso 1 agosto il sito di Unimondo ha pubblicato un mio articolo dal titolo Venezuela: Gentiloni si indigna, ma fornisce armi a Maduro con il quale per primo in Italia ho dato la notizia dell’autorizzazione, rilasciata nel 2016 dal Ministero degli Esteri, per l’esportazione in Venezuela di 10mila pistole semiautomatiche AF-1 Strike One (calibro 9x19) del valore di 7 milioni di euro prodotte dalla Arsenal Firearms S.r.l.: di queste, nel 2016, ne sono state inviate 1.550 per un valore di 753.269 euro. Nel suddetto articolo ho puntualmente riportato i documenti delle autorizzazioni e delle consegne resi noti dai ministeri competenti: come noto, sono tratti dalla Relazione della Presidenza del Consiglio inviata alle Camere lo scorso 18 aprile, e si tratta di atti ufficiali e pubblici e tali devono essere in ottemperanza all’articolo 5 della Legge n. 185 del 9 luglio 1990. Alcuni giorni dopo, Unimondo ha pubblicato un mio secondo articolo dal titolo L’Italia sospende l’invio di armi a Maduro, ma la Farnesina tace con il quale, oltre a fare chiarezza sulle iniziative di alcuni gruppi parlamentari, ho sollevato ulteriori interrogativi nei confronti dell’attività svolta dalla Farnesina, e nello specifico da parte dell’autorità preposta al controllo delle esportazioni di materiali d’armamento (cioè da U.A.M.A.) riguardo al rilascio delle licenze di esportazione e alla sospensione delle medesime.

Come si può chiaramente comprendere fin dai titoli e, ovviamente ancor meglio leggendo i testi, i due articoli hanno un chiaro intento politico: sollevano, infatti, interrogativi sulla coerenza tra le affermazioni del nostro presidente del Consiglio (“In Venezuela c'è una situazione al limite della guerra civile, al limite di un regime dittatoriale”) e le esportazioni di armi al Venezuela da parte del nostro paese. Tale intento è stato pienamente compreso da diverse forze politiche che, come si è visto, non solo hanno posto all’attenzione pubblica la questione, ma hanno svolto specifici atti ispettivi di cui ho puntualmente informato e a cui va aggiunta la “richiesta di accesso civico generalizzato” inoltrata dal senatore Roberto Cotti.

I miei due articoli non sollevano alcun interrogativo riguardo all’azienda, sul suo management, sui suoi bilanci, sulla sua produzione in Italia e all’estero e men che meno mettono in dubbio che l’azienda abbia ottemperato a tutti gli obblighi di legge per ottenere le autorizzazioni all’esportazione: si tratta, infatti, di questioni che esulano dallo scopo dei miei due articoli. Anzi, fornendo la documentazione ufficiale e pubblica contenuta nella Relazione governativa riguardo alle autorizzazioni ricevute dall’azienda, i miei articoli semmai comprovano il rispetto da parte dell’azienda degli obblighi di legge: se si fosse trattato di esportazioni illecite o anche solo truffaldine non sarebbero state certo riportate tra le operazioni autorizzate dal Ministero degli Esteri (UAMA). Chiarito questo passiamo al comunicato stampa dell’azienda.

L’azienda protesta, ma con chi ce l’ha?

Come ho detto, i miei articoli sono stati i primi a rendere nota al pubblico l’autorizzazione all’esportazione in Venezuela di 10mila pistole semiautomatiche della Arsenal Firearms. E proprio per questo mi trovo a dover fare chiarezza. Perché ad un lettore poco attento – per non parlare di quelli intenzionalmente prevenuti e marcatamente ottusi – verrebbe da pensare che, essendo stato il primo a sollevare la questione, il comunicato dell’azienda abbia come obiettivo quello di replicare ai miei articoli. Se così è, l’azienda farebbe bene a chiarirlo pubblicamente e la invito a farlo riportando con precisione le affermazioni che intende contestarmi.

E’ infatti buona prassi, ed è indice di correttezza da parte di chi replica ad informazioni che considera “artatamente distorte” contenenti “espressioni allusive, insinuanti, suggestionanti”, esplicitare gli articoli e le affermazioni che intende contestare. Niente di tutto questo – che tra l’altro è necessario alle testate giornalistiche per poter espletare l'obbligo di rettifica e agli autori degli articoli per poter rispondere in merito – è contenuto nel comunicato di Arsenal Firearms. Che invece allude senza mai menzionarli – a “taluni articoli” (quali?) “apparsi questi giorni su alcune testate” (quali?) “contenenti informazioni non vere” (quali?) “ed artatamente distorte” (quali?) “inerenti una presunta fornitura di armi alle ‘forze armate di Caracas’” (quale?).

Da quanto ne so, l’unica testata giornalistica che ha parlato di forniture “alle forze armate di Caracas” è “Avvenire” in un articolo di Nello Scavo (“Venezuela. «È un regime». Poi però gli vendono armi”). Come si può leggere, l’articolo sulla base dei dati forniti dall’istituto di ricerca SIPRI, riporta le forniture militari al Venezuela da parte di diversi paesi. L’articolo contiene anche una mia dichiarazione riguardo – si badi bene – al fatto segnalato dal giornalista che “il governo italiano ha autorizzato la consegna di 10mila pistole semiautomatiche “AF-1 Strike One” (calibro 9x19) prodotte dalla Arsenal Firearms di Brescia”. Riporto integralmente la mia dichiarazione: «Non è chiaro a quali corpi armati siano state destinate – spiega Giorgio Beretta, analista dell’Osservatorio sulle armi leggere (Opal) –, ma secondo diverse fonti sarebbero state inviate al Cuerpo de Policía Nacional Bolivariana». Se Arsenal Firearms ritiene che questa frase contenga un’informazione “artatamente distorta” lo dica chiaramente, comprovi le sue affermazioni e chieda rettifica al quotidiano. “Avvenire” e il giornalista valuteranno se ci sono gli elementi per una eventuale rettifica.

Ancor più vaga e indecifrabile è la successiva frase del comunicato: “I dati forniti dagli autori degli articoli non solo non corrispondo alla realtà dei fatti, ma sono vieppiù contraddetti dalle disposizioni normative in materia, rigorosamente applicate, come è ovvio, dai ministeri competenti e dall’azienda medesima”. Cosa c’entrino “i dati forniti” (a proposito, quali sarebbero? e chi ne sarebbe l’autore?) con le “disposizioni normative” lo sa, vieppiù, l’estensore del comunicato. L’azienda, che solo dal 2015 è iscritta nel “Registro delle imprese” del Ministero della Difesa, probabilmente non è a conoscenza del fatto che “i dati” non necessariamente corrispondono alle “disposizioni normative”: la normativa italiana, ad esempio, prevede che non si esportino armi a paesi sottoposti ad embargo da parte dell'UE, ma i dati ufficiali riportano che l’Italia ha esportato armi anche a questi paesi, uno per tutti l’Egitto.

L’azienda si lamenta, ma di cosa? 

Ancor più incomprensibili e inspiegabili mi risultano le successive due frasi. Le riporto integralmente:

“La società Arsenal Firearms è azienda attiva, come comprovato da bilanci e relazioni tempestivamente depositati. Il suo prodotto è interamente realizzato in Italia, e non altrove, come qualche autore pretenderebbe di alludere; e ciò si può evincere dai segni identificativi punzonati sulle armi.

Circa le allusioni alla sostituzione degli organi di vertice intercorsa negli ultimi due anni, non se ne comprende la continenza dell’informazione, atteso che è prassi normale per le società nominare un nuovo CEO, quando quello in carica non soddisfa più le esigenze del core business”.

Non ho nozione di quale tra le testate giornalistiche e quale “autore” abbia sollevato le suddette questioni. Non certo i miei articoli per Unimondo. Se ne può trovare traccia, semmai, in talune pagine (che non sono certo testate giornalistiche) accessibili via internet che vengono gestite da “leoni da tastiera” che si qualificano come appassionati di armi e che principalmente riportano i commenti del marmagliume simpatizzante: di queste ne ho raccolte una buona quantità e sarà mia premura inviarle all’azienda se ne farà richiesta. Si tratta, infatti, di allusioni gravi ed infamanti per un’azienda che, legittimamente, rivendica la correttezza della propria attività gestionale. Ancor più gravi e lesive dell’immagine dell’azienda qualora si accertasse che tali allusioni sarebbero opera di giornalisti professionisti che scrivono per pubblicazioni online riguardo al settore armiero e che probabilmente cambiano i testi dei loro articoli – senza segnalare le modifiche apportate – approfittando della facilità di modifica concessa alle pubblicazioni online: in tal caso, meriterebbero davvero di essere sottoposte all’attenzione della magistratura anche per indagare eventuali collusioni tra queste testate e aziende straniere del settore interessate a diffondere informazioni distorte e lesive dell’immagine della Arsenal Firearms. Invito, pertanto, anche a questo riguardo, l’azienda ad esplicitare i siti online, gli autori e le testate che avrebbero diffuso le suddette allusioni.

L’azienda ammette di aver esportato armi al Venezuela

Non potendo smentire, l’azienda ammette di aver esportato in Venezuela “armi corte comuni semiautomatiche” di calibro 9x19. Che è appunto ciò che ho documentato nei miei articoli. L’azienda definisce il quantitativo “assolutamente esiguo”. Visto che solleva il tema, chiedo all’azienda: a cosa corrisponde, in cifre, tale esiguo quantitativo? Sulla base dei dati ufficiali riportati nella Relazione della Presidenza del Consiglio nei miei articoli ho scritto che nel 2016 sono state esportate al Venezuela 1.550 pistole: l’azienda conferma o smentisce?

Segnalo inoltre all’azienda che, ai sensi del numero 9) della lettera b) del comma 1 dell’art. 1 del Decreto Legislativo del 22 giugno 2012, n. 105, a decorrere dal 22 luglio 2012, ai sensi di quanto disposto dal comma 1 dell’art. 10 dello stesso Decreto Legislativo n. 105/2012 che ha modificato la legge 9 luglio 1990 n. 185, per quanto riguarda le esportazioni la questione del calibro è irrilevante, così come lo è il richiamo alla legge 18 aprile 1975, n. 110. Come infatti recita la versione vigente della legge 9 luglio 1990 n. 185 recante “Nuove norme sul controllo dell'esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento” all’articolo 1 comma 11: “Le disposizioni del presente comma non si applicano quando i trasferimenti intracomunitari e le esportazioni dei predetti materiali sono destinati a enti governativi o Forze armate o di polizia”. In parole semplici e per i non addetti ai lavori, per quanto concerne l’esportazione delle cosiddette “armi comuni” ciò che conta non è il calibro, ma il destinatario finale dell’arma: qualora si tratti di “enti governativi o Forze armate o di polizia” tali esportazioni rientrano sempre nei dispositivi della legge n. 185 del 1990. Segnalo contestualmente all’azienda che l’espressione “calibro civile” non è appropriata: la legge 18 aprile 1975, n. 110 definisce tali calibri e tali armi come “comuni” che è ben diverso da “civili”. Sollevare la questione dei calibri mi sembra comunque un esercizio fuorviante: ai sensi delle leggi vigenti non se ne comprende il motivo, a meno che non sia quello di dare l’impressione, a chi non conosce la normativa, di essere più competenti di altri.

Ma tace sui quantitativi autorizzati

Ma c’è di più. Come detto, l’azienda ammette di aver esportato in Venezuela “un quantitativo assolutamente esiguo di armi corte comuni semiautomatiche”: non solo non dice quante ma, soprattutto, tace riguardo al quantitativo autorizzato (che è diverso da quello effettivamente esportato) ed, in particolare, non smentisce le informazioni fornite nei miei articoli. Sulla base dei dati della Relazione governativa ho scritto che si tratta di 10mila pistole semiautomatiche “AF-1 Strike One” (calibro 9x19) del valore di 7 milioni di euro. L’azienda conferma o smentisce di aver ricevuto tale autorizzazione all’esportazione?

Non è una questione di poco conto: innanzitutto perché un tale quantitativo configura una fornitura non certo esigua ma alquanto rilevante, sicuramente il maggior ordinativo mai ricevuto finora dall’azienda per l’esportazione di pistole all’estero destinate ad enti pubblici. Ma soprattutto perché – trattandosi di armi che ai sensi della legge vengono destinate a “enti governativi o Forze armate o di polizia” – solleva gravi questioni sulle politiche esportative del nostro paese in relazione al rispetto dei diritti umani nei paesi acquirenti. Non ho motivo di contestare l’affermazione dell’azienda secondo cui l’esportazione nel 2016 di “un quantitativo assolutamente esiguo di armi corte comuni semiautomatiche” avrebbe avuto come destinatario “un ente pubblico” che avrebbe voluto “omaggiare i suoi cadetti, al termine del percorso di studi, con armi per uso civile di manifattura italiana”. Le questioni rilevanti però sono altre: quelle armi nelle mani di quali cadetti di quale “ente pubblico” venezuelano sono finite? E le rimanenti, non esportate nel 2016, a chi erano destinate? Se l’azienda intende davvero fare chiarezza può rispondere pubblicamente.

Segnalo, per inciso, che operare “nel pieno rispetto della normativa e delle disposizioni dello Stato italiano” non può essere considerata una mera policyaziendale, bensì rappresenta un preciso dovere di ogni azienda del settore, con conseguenze, anche penali, in caso di violazione (art. 24 della Legge 185 del 1990).

Affermazioni incommentabili

Gli ultimi due paragrafi del comunicato mi risultano francamente incommentabili. Intenderebbero, infatti asserire “la gravità delle affermazioni riportate nei suddetti articoli” senza menzionarne alcuno. Un’affermazione che mi lascia basito, soprattutto se, con essa, si intende confutare “la conoscenza della realtà dei fatti” (da parte di chi?) e sostenere la “potenziale lesione all’immagine e al buon nome dell’azienda” (in che modo?) e ancor più di aver “fatto passare il messaggio” (da parte di chi?) “che lo Stato italiano avrebbe violato una sua legge” (in che modo? con quali affermazioni?).

Cosa c’entrino poi la propalazione dei dati (quali?) “inerenti attività di pubblica sicurezza” e le “ragioni di tutelare e garantire la sicurezza del Paese” con le esportazioni italiane di armi che – per legge – devono essere rese pubbliche dalla Presidenza del Consiglio con apposita relazione annuale al Parlamento, è qualcosa che, sinceramente, non comprendo. Così come mi sfugge il riferimento a “questo momento storico in cui sono elevate le esigenze di adottare misure antiterrorismo”. Semmai, proprio l’esigenza di adottare misure contro il terrorismo dovrebbe incentivare i controlli e circoscrivere le esportazioni di armi ai Paesi chiaramente democratici e rispettosi dei diritti umani. O l’azienda, con le sue affermazioni, intende portare argomenti a sostegno della prassi, messa in atto da diversi governi repressivi, i quali, adducendo a pretesto la lotta al terrorismo, hanno adottato misure per ridurre le libertà civili e democratiche, tra cui la libertà di informazione e di stampa?

Glielo chiedo soprattutto per comprendere il motivo del riferimento, nel comunicato, al “diritto di cronaca”. A differenza delle legislazioni presenti in diverse “repubbliche” nate dalla frantumazione dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (URSS), la nostra Costituzione afferma che “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione” e sancisce che “La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure” (art. 21). Se l’azienda ritiene, come sostiene, che “taluni articoli” apparsi nei giorni scorsi su “alcune testate” contengano “espressioni allusive, insinuanti, suggestionanti” farebbe bene a rendere noti tali articoli e a chiederne la rettifica. Fino a quel momento, le numerose allusioni contenute nel comunicato dell’azienda non possono che essere respinte al mittente.

Giorgio Beretta
giorgio.beretta@unimondo.org

P.S.: Unimondo è una testata giornalistica registrata presso il Registro stampe del Tribunale di Trento n. 1297.  Per questo, come per tutti gli articoli pubblicati, vale il diritto alla rettifica secondo le normative vigenti. 

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