Ankara e la seconda guerra siriana, la "grande spartizione"

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Foto: Remocontro.it

Sta per scatenarsi la seconda guerra siriana. Quella iniziata dalla Turchia contro le milizie curde-siriane dell’Ypg, per ora al prologo dei raid aerei e del martellamento dell’artiglieria. A dar via libera alle forze terrestri turche sarebbe stata la Russia, che ha ritirato dal campo di battaglia le sue forze, facendo ‘digerire’ lo sconfinamento dell’esercito di Ankara al presidente siriano Assad. Quel patto a tre stretto da Russia, Turchia e Iran.

Se non ci saranno interventi diversi a fermate il turco Erdogan, non sarà una guerra né breve né facile per chi l’ha intrapresa. Obiettivo turco, realizzare una ‘fascia di sicurezza’ nell’area siriana a ridosso dei propri confini, da affidare al controllo dell’Esercito libero siriano, finanziato e armato da Ankara.

Per Umberto De Giovannangeli, Huffington Post, saremmo di fronte alla ‘Yalta mediorientale’, tacitamente intesa tra Vladimir Putin e l’America di Donald Trump. Problema americano, che i disegni di potenza della Turchia non confliggano con le aspirazioni dei due fedeli alleati Usa in Medio Oriente, Israele e Araba Saudita. Cosa che invece sta accadendo. L’offensiva turca, battezzata operazione “Ramo d’olivo”, rischia di rendere ancora più tesi i rapporti fra Ankara e Washington: gli Stati Uniti sostengono in effetti una coalizione arabo-curda, di cui fanno parte le Ypg, per combattere contro l’Isis. Le forze turche hanno fatto sapere di essere entrate nell’enclave curda di Afrin. Ma le milizie curde negano e sostengono di aver respinto l’esercito di Ankara.

I comandi dello Ypg, il braccio armato del partito curdo Pyd, hanno pubblicato un comunicato che invita tutti i curdi alla “resistenza” contro “l’invasione turca” e promesso una controffensiva per liberare tutti i territori in Siria ora sotto il controllo delle forze turche e delle milizie arabe alleate. Il governo di Damasco ha denunciato la “violazione della sovranità” siriana ma non ha finora reagito a livello militare, anche se si è detta disposta a “riprendere il controllo” del cantone di Afrin, che dalla fine del 2012 è governato di fatto dal Pyd, secondo la Turchia la “costola siriana” del Pkk. Nel cantone di Afrin vivono circa 200 mila curdi, più decine di migliaia di rifugiati da altre zone della Siria, civili in fuga dai combattimenti fra governativi e ribelli islamisti, che ora si trovano di nuovo sotto il fuoco.

Secondo i curdi siriani tra Erdogan e Putin è avvenuto uno “scambio”: in cambio della luce verde per le forze di Ankara ad Afrin, la Turchia avrebbe dato carta bianca alle forze di Mosca per annientare i gruppi sunniti ribelli concentrati nell’area di Idlib, città del Nord della Siria ritenuta fondamentale per gli interessi russi nel Paese mediorientale. In gioco non c’è solo il controllo di un’area strategica della devastata Siria ma la spartizione del territorio in prospettiva, non troppo lontana nel tempo del dopo-Assad. Si scrive “sistema federale”, (Umberto De Giovannangeli), si legge “spartizione” del fu Stato di Siria con molte partire interne e internazionali ancora aperte

I curdi del nord della Siria, lo scorso novembre, si sono riuniti per varare un sistema federale che dovrebbe sostituire i tre “cantoni” in cui ora sono divisi: quelli di Jazira, Kobane e Afrin. A riferirlo è stato il novembre scorso il sito curdo iracheno “Rudaw”, tra i cantoni auto-amministrati di Rojava”. Rojava (Kurdistan occidentale) è il nome usato dai curdi per le regioni del nord della Siria dove le loro milizie combattono contro l’Isis. La televisione panaraba Al Jazeera ha recentemente rivelato, senza ricevere smentite, che il principale partito curdo del nord della Siria, il Pyd, si appresta a dichiarare l’autonomia della regione dal potere centrale di Damasco.

A muovere l’esercito è anche l’Iran nelle sue aree di confine con la Siria. Teheran ha, inoltre, un altro problema di non poco conto, non può più contare come prima sul proprio uomo Jalal Talabani, colpito da ictus ed in precarie condizioni di salute. Una malattia, quella di Talabani, che ha gettato il suo partito, l’Unione Patriottica, uno dei due storici partiti del Kurdistan iracheno (l’altro, quello di Barzani), in una gravissima crisi interna.

Curdi divisi quanto si vuole, ma concordi sulla questione dell’autodeterminazione. Per Shoresh Darwish, giornalista e scrittore siriano, «La cartina del Kurdistan è quasi completa e la mobilitazione curda non si configura più solo come mero mezzo di pressione sul governo di Baghdad, ma come una realtà capace di aspirare ad un referendum per una causa reale».

Da Remocontro.it

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