Ancora violenza sulle donne nella Festa dell’8 marzo

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Frida Kahlo, “Qualche colpo di pugnale” - Immagine:  Caffetteriadellemore.forumcommunity.net

Sono io quella donna raggomitolata a terra? Non guardo dinanzi, laddove c’era fino a pochi minuti fa il mio carnefice, quello che è ancora “il mio amore”. Il mio viso è rivolto a terra, una mano lo copre, in segno di protezione o forse di vergogna. Sono sola in casa, così come sono sola nella vita. Eppure sono giovane, dovrei avere delle amiche e dei familiari al mio fianco per aiutarmi e difendermi. Ma non è così. Da sola mi alzo, mi sistemo i capelli scompigliati raccogliendoli in uno chignon basso, come la mamma del compagno di asilo di mia figlia. Mi sfilo le calze rotte e mi rendo conto solo ora di essere quasi nuda, con una veste di seta che ora mi appare ben poco sensuale. Vorrei fuggire via, da quella casa, da me stessa, da quella violenza che ha ferito non solo la mia carne, ma non trovo le mie scarpe: sto vagando per casa a piedi scalzi.

Sono una vittima ma sono io ad essere sotto i riflettori. Sono io a essere additata sulla metropolitana quando l’occhio tumefatto compare sotto gli occhiali da sole. Sono io a vergognarmi delle mie debolezze per aver tentato invano di tenere unita la mia famiglia accettando molti compromessi e a quali disumani costi. Sono io a dovermi giustificare per le “ragioni” che hanno determinato le percosse, come se ci fossero davvero delle cause valide a motivare queste violenze su di me, su una donna.

Mi fermo a riflettere e mi domando perché la violenza sulle donne sia rappresentata solo con immagini delle vittime. Un’immagine per di più deformata che evidenzia uno scollamento dalla realtà. Io stessa in effetti, diversamente da come narrato sopra, non sono né così giovane né così attraente. Non indosso il babydoll la sera, anzi credo di non possederne uno, e non ho bisogno di temere che degli estranei mi facciano del male quando cammino in strada: il mio inferno è nella relazione con un uomo violento, suggellata dal vincolo matrimoniale. Mi sento un angelo del focolare più che una femme fatale ma, se anche avessi una vita sentimentale più intensa, meriterei il trattamento violento del mio partner? Non credo proprio.

Mi domando dove sia mio marito. Nell’immaginario collettivo dipinto dai media non esiste, eppure è lui il protagonista di queste violenze. È assente negli spot che in tv chiedono alle donne di denunciare le violenze domestiche. Talvolta nelle campagne sociali è rappresentato da un’ombra, tanto minacciosa quanto priva di forma umana: non ha un volto, non un abbigliamento o caratteristiche riconoscibili. Eppure lui esiste: indossa camicie e t-shirt, va al lavoro la mattina ed è apprezzato professionalmente, sa essere talvolta dolce per quanto sa picchiare duro per qualsiasi sciocchezza. Come mio marito, sono migliaia gli uomini violenti sulla propria donna, un essere umano prima che una proprietà del partner. Eppure gli uomini appaiono deresponsabilizzati, non compaiono sotto i riflettori dei media secondo un’iconografia della violenza ben convalidata ma non rappresentativa del fenomeno, che ricostruisce le immagini della violenza secondo cliché e caratteri che fanno risaltare la sensualità della donna, un senso di vergogna e un’impossibilità di farcela da sole.

L’obiettivo del fotografo riprende la donna che ha subito violenze, ponendosi così nella stessa posizione fisica dell’uomo che ha compiuto gli abusi e assumendone così figurativamente il punto di vista. Lo spettatore è costretto a seguire tale impostazione e in parte se ne impossessa, anche solo fortificando certi stereotipi di genere o ritenendo la violenza sulle donne un problema delle donne, su cui informarsi, parlare e attivare soluzioni. Se è l’immaginario maschile ad aver dettato queste regole, non è solo sulle fotografie o sulle immagini dei media che si gioca la lotta alle violenze commesse da uomini su donne. Una indicazione, ad esempio, quest’ultima tanto semplice quanto difficile da rinvenire nelle parole spese dai giornali per comunicare un episodio di cronaca violenta di cui è vittima una donna. Spesso i telegiornali e i quotidiani hanno abituato gli italiani all’utilizzo di termini “anestetizzanti” la violenza, se non assolutori, senz’altro parzialmente complici nell’indicare al lettore che un “raptus improvviso” o una forte gelosia possono essere validi attenuanti, oppure ragioni delle azioni violente. Il linguaggio è infatti usato non solo come specchio della realtà ma è anche un modo per plasmarla, facendo vedere o meno elementi di rilievo nella descrizione di una vicenda: per questa ragione appare ad oggi evidente il distacco tra i fatti e le parole usate per descriverli. Si tende con troppa frequenza più a esplorare le ragioni addotte dall’uomo violento all’azione contro la donna, anche al femminicidio, che a indicare chiaramente l’accaduto. Parole come tradimento ed esasperazione, se non passione e troppo amore vanno ad accompagnare nell’immaginario del lettore l’azione scellerata e folle, appunto quella del “famigerato raptus”; della vittima ridotta purtroppo con troppa frequenza al silenzio non compaiono né i sogni distrutti, né il dolore subito, Anzi, una doppia morale impone talvolta un’impropria analisi delle scelte sentimentali o di vita della donna, attribuendo dunque alla stessa vittima una parte di responsabilità dell’accaduto.

C’è molto da fare per distruggere questa formulazione mediatica della violenza sulle donne, che si rispecchia purtroppo nella formazione dell’immaginario della società. Al pari della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne che ricorre il 25 novembre o alla campagna “One Billion Rising” del Giorno di San Valentino, il 14 febbraio, appare dunque opportuno che anche questo 8 marzo in cui ricorre la cosiddetta Festa delle Donne pieghi le sue celebrazioni e riflessioni al tema del riconoscimento effettivo della parità uomo-donna e alla violenza maschile che si esprime come illegittima risposta a tale parità.

Miriam Rossi

Miriam Rossi (Viterbo, 1981). Dottoressa di ricerca in Storia delle Relazioni e delle Organizzazioni Internazionali, è esperta di diritti umani, ONU e politica internazionale e autrice di diversi saggi scientifici e di una monografia in materia. Attualmente impegnata nel campo della cooperazione internazionale, è referente per l’associazione COOPI Trentino e collabora con altre realtà del Terzo Settore a livello di formazione, progettazione e comunicazione.

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