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America Latina: tra ambizioni nucleari e pratiche sostenibili

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La centrale nucleare brasiliana Angra dos Reis - Foto: Rodrigo Slodon

Giappone, 11 Marzo 2011. La terra trema e poi si spacca. La scossa di magnitudo 9.0 provoca onde alte oltre 7 metri che invadono l’entroterra. Tsunami è la parola che tutto il mondo ha imparato a pronunciare in questi casi. Ironia della sorte, si tratta di un vocabolo giapponese. Il resto è cosa nota: migliaia tra vittime e sfollati, incalcolabili i danni, con le immagini spettacolari che hanno fatto il giro del pianeta. Hanno ceduto, senza opporre alcuna resistenza, anche le turbine nucleari della centrale di Fukushima, diffondendo l’incubo di una Chernobyl del nuovo millennio. La rivelazione di una radioattività diecimila volte superiore alla norma ha spinto il premier nipponico ad annunciare lo smantellamento della centrale in questione.

Il resto del mondo fa i conti con il possibile sprigionamento della nube radioattiva. Si riapre il dibattito sul nucleare. In Italia il governo gonfia il petto e assicura: nessuna marcia indietro, il futuro del Belpaese non prescinderà dalla costruzione di centrali nucleari all’ultimo grido. Francia e Stati Uniti confermano la loro tradizionale fiducia nel nucleare.

E in America Latina? Il tema qui è relativamente recente e al momento circoscritto. In tutto il continente centro-sud americano il conto è presto fatto: sono solo sei i reattori esistenti, due in Argentina, due in Brasile e due in Messico. Ma la neo-potenza brasiliana si sta espandendo in questo senso. Anche Venezuela e Cile, da parte loro, ci stanno facendo più di un pensierino. Il primo ha già stretto accordi con la Russia per la realizzazione della prima centrale, mentre il secondo sta sviluppando un programma proprio. Ad oggi, l'energia nucleare costituisce solo per il 3,1% della produzione totale di elettricità, ma il dato potrebbe raddoppiare nel prossimo decennio.

Gli ambientalisti non ci stanno. Quanto avvenuto Giappone ha imposto una riflessione, tanto a livello governativo quanto di società civile. Anche quella sudamericana è zona sismica: i terremoti della costa del Maule (Cile) nel 2010 e di Ica (Perù) nel 2007 sono, in ordine di tempo, gli ultimi due esempi della fragilità della placca di Nazca. All’indomani della crisi di Fukushima, associazioni come Redes-Amigos de la Tierra (Uruguay), Fundación Solón (Bolivia), Frente Nacional Campesino (Argentina), Fedaeps (Ecuador), tra le tante, hanno elevato il loro appello per lo stop al nucleare e in favore di fonti di energia pulita, sicura e duratura.

America Latina e Caraibi sono nel complesso responsabili, a livello mondiale, di una parte molto piccola di emissioni di gas inquinanti, ma ne soffrono gli effetti in maniera sproporzionata, risultando particolarmente vulnerabili al cambio climatico: numerosissime comunità vivono in zone insulari o in zone costiere, molte altre alle pendici di ghiacciai, con un’economia che in gran parte dipende dalla produttività della terra e dalla disponibilità d’acqua.

Ecco perché non mancano le buone pratiche di fonti di energia alternative: dall’eolica, all’idroelettrica, dalla fotovoltaica alla geotermica. Quest’ultima costituisce un processo naturale rinnovabile che sfrutta il vapore prodotto dal calore generato dal centro della terra. In America centrale, quella geotermica costituisce la seconda fonte energetica rinnovabile. In Costa Rica si stanno investendo 1,5 milioni di dollari per la realizzazione di diverse perforazioni per lo sfruttamento del vapore. Nei Caraibi, gli stati insulari Saint Kitts and Nevis puntano dritto al lodevole primato di stati ad emissione zero, grazie all’autosufficienza energetica e alla produzione di energia geotermica superiore al fabbisogno interno. Quasi tutti i paesi del Sud America hanno avviato studi di fattibilità.

L’America Latina sta vivendo un momento chiave della propria storia. All’opposto di Europa e Stati Uniti, la gran parte degli stati sta attraversando un periodo di crescita economica. Le maggiori potenze latine potrebbero cedere alla tentazione di mostrare i muscoli investendo in nucleare, quale indicatore di potenza e sviluppo. Ma, come sottolineato, cresce al contempo una coscienza ambientalista. A livello di Nazioni Unite, è attivo dal 2006, l’Osservatorio sull’Energia Rinnovabile per l’America Latina e i Caraibi, mentre proprio ieri si è conclusa in Uruguay la Conferenza regionale degli impresari del settore petrolio, gas e biocombustibile, dove si è discusso di energia sostenibile. E forse non è un caso che, proprio a Rio de Janeiro, avrà luogo nel 2012 il prossimo summit mondiale della terra.

Andrea Dalla Palma

Inviato di Unimondo

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