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Alto Adige: dalla crisi economica ad una crisi dell’identità?

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Los von Rom, via da Roma! - Foto: lesenfantsterribles.org

Per molti anni, almeno dal 1962 al 1992, la stampa e la letteratura accademica hanno seguito con interesse la vertenza altoatesina, e in particolar modo la sua dimensione internazionale che ha coinvolto il governo italiano e quello austriaco, arrivando fino alle Nazioni Unite. Dal 1992, tuttavia, con la fine della controversia internazionale e l’implementazione di un Pacchetto di Autonomia che ha garantito un maggior controllo legislativo e grandissimi privilegi economici al gruppo germanofono, le tensioni tra tedeschi ed italiani si sono allentate. In questo senso, le concessioni di Roma, legate soprattutto ad un vantaggioso regime finanziario che di fatto consentiva a Bolzano di conservare il 90% dei tributi riscossi in ambito provinciale, erano riuscite a raffreddare tensioni etniche e pulsioni identitarie. E così, dopo il 1992 l’Alto Adige non era più il teatro di sanguinose rivendicazioni, ma sostanzialmente un “paradiso alpino” e una “gustosa enclave culinaria”. Non bisogna dare per scontato, tuttavia, che i progressi e la pacificazione degli ultimi animi siano destinati a restare.

Nel 2011 il New York Times è tornato a parlare di Alto Adige in termini politici, riportando le dichiarazione del governatore della provincia Luis Durnwalder in riferimento alle celebrazioni per l’Unita di Italia: “Siamo stati portati via dall’Austria contro il nostro volere. Rispetto coloro che vogliono celebrare, ma io non vedo alcuna ragione per farlo.” In effetti, lo statuto della Südtiroler Volkspartei (SVP), partito “di raccolta” della popolazione tedesca da sempre ben oltre il 50% dei voti, dice che “L’appartenenza spirituale e culturale all’area linguistica tedesca e all’ambiente culturale dell’Europa centrale è un elemento strutturale fondamentale della politica della SVP”. Tuttavia, era da tempo che nessun politico altoatesino in vista come Durnwalder cavalcava così spudoratamente la nostalgia dal mondo tedesco, un tema che pareva ormai superato dai privilegi garantiti dall’autonomia.

Nel 2010 i primi segnali erano stati anticipati dallo Spiegel che, pur magnificando i risultati economici dell’Alto Adige, suggeriva che la crisi che aveva già raggiunto l’Italia ed i conseguenti tagli alle generose concessioni finanziarie provenienti da Roma rischiavano di mettere in luce vistose crepe nel sistema. Oggi, con il governo italiano costretto a ridurre all’osso i privilegi economici per le ricche province autonome di Trento e Bolzano, a sud del Brennero le vecchie nostalgie austro-ungariche sono tornate prepotentemente in auge. L’autonomia, per molti membri del gruppo germanofono, é solo la seconda migliore scelta possibile; e in un contesto in cui i privilegi economici garantiti da Roma non sono più quelli di una volta, questa diventa semplicemente la precondizione per l’autodeterminazione. Una crisi di natura economica rischia così di riaccendere problemi legati a questioni storiche ed identitarie.

Nel novembre del 2011 gli Schützen, folkloristico ma non troppo corpo paramilitare storicamente adibito alla difesa del territorio tirolese, hanno sfilato chiedendo che l’Alto Adige chiudesse “una volta per tutte con questo Stato”, visto che “il crollo totale dell’Italia pare ormai inevitabile”. Nel frattempo, i partiti di estrema destra che si fanno portatori di istanze xenofobe ed irredentiste si vanno moltiplicando (Die Freiheitlichen, Union für Südtirol, Süd-Tiroler Freiheit) e crescono ad un ritmo velocissimo e, almeno per ora, molto costante (ad oggi occupano 8 su 35 seggi nella Provincia di Bolzano). Secondo recenti sondaggi elettorali (“Provinciali 2013: tiene la Svp, crollo Pdl”, Alto Adige, 2 settembre 2011), alle Provinciali del 2013 un quarto degli elettori voterebbe per l’estrema destra sudtirolese. Un fenomeno non dissimile da ciò che avviene nel resto dell’Europa dove le piccole patrie si moltiplicano, allungando ombre inquietanti sul futuro.

È vero, tuttavia (e questa non é una buona notizia), che tali risultati sono probabilmente dovuti più agli slogan xenofobi di questi partiti che a quelli irredentisti. In effetti, come ricorda Stefano Fait, “un sondaggio condotto in Alto Adige nella primavera del 2011, in occasione del 50º anniversario della “Notte dei fuochi”, l’ondata di attentati separatisti avvenuti nella notte tra il 11 e 12 giugno 1961, dall’istituto di ricerche sociali di Bolzano Apollis indica che il 56% dei sudtirolesi di lingua tedesca e ladina vorrebbe l’indipendenza dell’Alto Adige, mentre un 44% è contento di come stanno le cose. Ciò significa che un referendum sull’autodeterminazione si risolverebbe in un fallimento per gli indipendentisti”. A questo si aggiunge un chiaro problema di sostenibilità, analogo a quello discusso il mese scorso in relazione alla possibile secessione scozzese: staccarsi dall’Italia avrebbe, per l’Alto Adige, costi economici e sociali esorbitanti.

È questo il paradosso di una crisi le cui radici affondano in tensioni storiche mai risolte, ma le cui cause più immediate sono chiaramente economiche. Il ruolo dei partiti dell’estrema destra sudtirolese é quello di aggravare le tensioni identitarie indicando una via assolutamente impraticabile, sia dal punto di vista economico sia da quello politico. La costante crescita di questi partiti, anche in termini di visibilità, potrebbe comunque avere almeno un risultato evidente: riportare l’Alto Adige al centro di quell’attenzione internazionale che pareva ormai un ricordo del passato. Siamo sicuri che ne valga la pena?

Lorenzo Piccoli

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