Alpi di uomini e lupi

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Foto: A. Molinari ®

Ci sono modi di dire che nascono nell’alveo della cultura popolare e contemporaneamente la plasmano. Uno a cui si fa poco caso è la classica frase “in bocca al lupo!”. Quanti di voi scaramantici rispondono con un rapido e sonoro “crepi!”? Già. Al lupo si augura la morte ogni volta che ci serve un po’ di fortuna. Ma pensiamoci un attimo: la bocca della madre è in realtà per un cucciolo il luogo più sicuro dove stare e, per un augurio di buona sorte, sarebbe molto più sensata una risposta che per il lupo desiderasse lunga vita. E in qualche modo la storia del lupo è tutta qui, una traccia sottile in equilibrio tra chi lo vuole vivo e chi morto.

Nei giorni scorsi (19-20 marzo 2018) se ne è fatto il punto a Trento, con una conferenza internazionale sul progetto europeo Life WolfAlps che si avvia alla conclusione (maggio 2018) e che a uno dei grandi carnivori che spontaneamente sta ripopolando i nostri territori ha dedicato un quinquennio di azioni concrete, integrate e coordinate sulle Alpi, in particolare italiane e slovene. Tra gli obiettivi, quello di approfondire l’importante tematica della coesistenza con l’uomo, che solleva discussioni note, ma che spesso si innesta più su paure primordiali e ignoranze attualissime invece che su dati certi e confermati e su consapevolezze auspicabili.

In Europa i lupi sono circa 15.000, numeri che non ci fanno pensare a una specie in estinzione (anche se localmente minacciata), ma a una realtà in graduale crescita sia per ragioni economiche (crisi dell’agricoltura di montagna e di collina in gran parte dell’area mediterranea, abbandono dei terreni e aumento delle prede selvatiche a disposizione del lupo) sia perché il lupo è un generalista dell’habitat (Luigi Boitani), si adatta molto facilmente, è molto flessibile e… attraversa confini. Proprio per questo è ineludibile un dialogo tra amministrazioni regionali e governi. Dalla prevenzione degli attacchi sui domestici al contrasto delle uccisioni illegali (reato che è causa del 24% delle morti di lupo e che spesso si concretizza in bocconi avvelenati sparpagliati nei nostri boschi), dalla valorizzazione dell’ecoturismo al controllo dell’ibridazione, dalla comunicazione alla cittadinanza all’organizzazione di momenti di formazione per coordinarne la gestione, passando per un monitoraggio della specie accurato e rigoroso necessario per prevedere prospettive realistiche declinate al futuro, il progetto ha perseguito un approccio efficace di cui si evidenziano alcuni elementi in particolare. In primis la strategia condivisa attuata per stimare la dimensione della popolazione, dal numero di branchi (dai 23 del 2014 ai 47 del 2018) alla loro distribuzione allo status generico (oltre 2799 analisi condotte e ancora in atto). Una scelta operativa imprescindibile dalla formazione degli operatori e dalla creazione di una rete di collaborazioni che ha permesso di giungere a un traguardo importante, ottenendo risultati impensabili nella frammentazione gestionale che imperava fino al 2013. Oltre 2400 km di tracce di lupo monitorate, più di 3000 escrementi analizzati, più di 600 analisi genetiche effettuate.

Insomma sul lupo, oggetto recente e controverso di dibattito politico e sociale, si gioca una partita importante, che riguarda da un lato il ritorno più o meno desiderato dei grandi carnivori (al plurale, perché per orso e lince si possono fare riflessioni analoghe) sul nostro territorio e dall’altro le attività economiche delle persone che quel territorio lo abitano e il cui lavoro (alpeggio, agricoltura, pastorizia) chiede di essere valorizzato e protetto (recinti elettrici e cani da guardiania in particolare). Una partita che si traduce, com’è ovvio, in comportamenti ripetuti per abitudine e rafforzati da un periodo di prolungata assenza dei carnivori da un lato, ma anche, dall’altro lato, in comportamenti nuovi da imparare, che per forza e per necessità devono contemplare la ricerca di una convivenza da costruire su basi scientifiche adeguate e su informazioni certe, che siano esito di monitoraggi costanti e verifiche, inattaccabili e comunicabili. Perché si tratta pur sempre di scelte politiche, da attuare con responsabilità e coraggio per contribuire a proteggere e garantire la biodiversità dei nostri orizzonti in un ambiente integro e sano. Una sfida che si configura complessa e indispensabile se vogliamo immaginare uno scenario possibile che non sia succube di petizioni estemporanee che raccolgono frustrazioni sottotraccia e leggende popolari. E a proposito di leggende, direi che in chiusura sia il momento di citarne una, estratta dal libro Donne che corrono coi lupi, di Clarissa Pinkola Estés:

Non andare nel bosco, non uscire”, dissero.

E perché no? Perché non dovrei andare nel bosco stasera?” domandò lei.

C’è un lupo grande grande che mangia creature come te. Non andare nel bosco, non andare. Diciamo sul serio.”

Naturalmente, lei uscì.

Se ne andò comunque nel bosco e, ovviamente, incontrò il lupo, proprio come le avevano detto.

Hai visto? Te l’avevamo detto”, osservarono, soddisfatti.

Questa è la mia vita, e non una favola, stupidi che non siete altro”, disse lei. “Io devo andare nel bosco, devo incontrare il lupo, altrimenti la mia vita non avrà mai inizio”.

Anna Molinari

Giornalista pubblicista, laureata in Bioetica presso la Facoltà di Scienze Filosofiche di Bologna, ha frequentato a Roma la scuola di Scienze politiche internazionali, cooperazione e sviluppo di Focsiv e ha lavorato presso il Ministero dell’Interno - Commissione per il Riconoscimento della Protezione Internazionale e il Consiglio Italiano per i Rifugiati. Dal 2011 cura per Fondazione Fontana Onlus e in provincia di Trento laboratori formativi e percorsi di sensibilizzazione rivolti a scuole e cittadinanza su temi a carattere sociale, con particolare attenzione a tutela ambientale, sovranità alimentare, stili di vita sostenibili ed educazione.

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