Ali Traoré Ponré: la disabilità come sfida da cogliere

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Ali Traoré Ponré - Foto: Zoodomail.com

Ali Traoré Ponré Premier è, in parte, un nome d’arte di un artista musicista originario del Burkina. È stato intervistato da Unimondo il 7 giugno 2017.

Facci il tuo identikit…

 Sono Ali Traoré “Ponré”, classe 1971; ponré, in lingua mooré del Burkina Faso, significa “persona inferma”, generalizzando “persona con disabilità”. È il mio nome d’arte. Considerato che sono artista, cantante, musicista poliomielitico, per me la disabilità non è una fatalità, è una sfida da cogliere. Per una persona con disabilità è fondamentale che ci sia l’accettazione di questa situazione e che su questa disabilità venga costruita la vita. Essa non può essere un ostacolo alla riuscita personale; deve essere considerata una risorsa. Il nome d’arte che utilizzo è per dire agli altri “accettatevi per quello che siete al di là dell’handicap che avete perché possedete delle potenzialità, avete delle qualità che Dio vi ha donato, qualcosa che può permettervi di arrivare da qualche parte”. La disabilità è una qualità. Per me è così. È grazie alla mia disabilità che sono diventato ciò che sono oggi. Può essere che se fossi stato “abile” come gli altri sarei finito a fare il lava biciclette per guadagnarmi la vita. Se dall’Italia avete chiesto di parlare con una persona con disabilità in Burkina e vi è stato dato il mio nome, io ho già vinto, vuol dire che l’appello che sto facendo è seguito da qualcuno. Il fatto che sia stato dato il mio nome mi onora, mi galvanizza perché mi mette in linea. Significa che noi, persone con disabilità, siamo considerate un nodo della catena burkinabé, noi siamo una componente di questo paese. Escludendoci il paese non avanzerebbe. Non c’è paese che possa avanzare senza di noi; noi possiamo apportare qualcosa che voi non avete. Se una persona con una disabilità sta per terra vede da una certa prospettiva, voi che state in piedi vedete da un’altra prospettiva: la nostra visione, insieme, è complementare. Questo per dire che anche noi possiamo contribuire all’edificazione del nostro paese. [Nell’ultimo suo lavoro, Mam n'yeele”, sono io che lo dico, uscito nel gennaio 2017, Ali Ponré 1er esprime con la voce dal tono ilare il suo appello per rinforzare l’integrazione delle persone con disabilità in Burkina]

Infatti ti sei impegnato in molteplice attività. Vuoi raccontarci qualcosa del tuo ruolo nell’OMS? 

La mia relazione con l’OMS è iniziata nel 1998. Avevo scritto una canzone che è stata scelta dall’organizzazione per fare uno spot pubblicitario sulla lotta contro la poliomelite in Africa, “bouter la polio hors d'Afrique”. Attraverso la musica volevo trasmettere ai genitori l’idea dell’importanza di vaccinare i bambini sotto i cinque anni per evitare che altri bambini africani venissero paralizzati da questo male. Io sono stato colpito dalla polio quando avevo tre mesi e all’epoca, io sono del ’71, le vaccinazioni non erano conosciute dalla popolazione. Gli anni della polio sono stati il 1969-1973, sono anni in cui la polio ha davvero devastato il Burkina Faso. È a partire dal 1974 che le persone hanno iniziato a capire che era importante vaccinare i bambini e che bisognava fare delle campagne attorno a questa questione. Anch’io mi sono impegnato nella lotta contro la polio, perché non ci fosse più un solo caso di polio in tutta l’Africa e sono diventato ambasciatore dell’OMS delle persone affette da poliomelite del Burkina per lottare contro questa malattia.

Abbiamo anche un’associazione. All’inizio militavo in numerose associazioni di persone con disabilità, ma alla fine ho pensato che sarebbe stato più opportuno creare un’impresa capace di promuovere il talento della persone con disabilità. È con questo obiettivo che ho creato Handipro (“pro” sta per progetto, promozione, produzione, …) che mira alla promozione degli artigiani con disabilità in Burkina, ma la mia visione è di farne una vetrine africana.

Cosa significa essere una persona con disabilità in Burkina Faso?

In Burkina, in generale, significa essere una persona abbandonata a se stessa. Possiamo avere il nostro bagaglio intellettuale, i nostri diplomi, ma c’è un serio problema di accesso all’educazione, alla sanità, al mondo del lavoro. Penso sia un problema africano, non solo del Burkina. Quando sei in una situazione di disabilità sta a te organizzarti per poterti esprimere, per trovare un lavoro. Tra chi è in grado di lavorare e ne ha le possibilità, circa l’80-90% delle persone con disabilità qui in Burkina ha un lavoro autonomo, cioè una libera professione, come artigiani, piccoli imprenditori. Non è praticamente possibile accedere ad un impiego statale, alla funzione pubblica. Quindi bisogna prendere la propria vita in mano, darsi anche una mano per farlo. Anche questo è uno degli obiettivi dell’impresa Handi-pro che assume persone con disabilità. Anche in famiglia talvolta è difficile perché la famiglia stessa ti fa sentire nella tua situazione di disabilità perché ti tratta come una persona bisognosa. Vieni trattato come un diverso verso il quale è necessaria un’assistenza particolare. É il confronto con gli altri che ti rende disabile. Ci sono dei momenti in cui mi dimentico che sono disabile. Solo quando ho davanti un’altra persona mi rendo conto della mia disabilità. Preferisco i miei amici che invece di nasconderla la mia disabilità, me la fanno notare. Mi chiamano infatti amorevolmente Ali ponré, ma non in termini peggiorativi. Penso che il ruolo delle persone con disabilità sia fondamentale per lavorare nella direzione di un cambiamento. Le persone vanno anche scioccate in modo da arrivare a comprendere che sono un uomo, che sono una persona “completa”, in tutti i sensi. Invece a volte ho l’impressione di essere una persona “intera messa da parte” perché sono le altre persone che mi portano a vivere la mia disabilità in un certo modo.

Quale è il maggiore ostacolo che hai dovuto affrontare?

L’accesso al mondo del lavoro. Ho avuto fortuna, lo dico spesso. Sono nato in una famiglia non agiata, ma non indigente e questo mi ha permesso di essere quello che sono oggi. Forse se nascevo in una famiglia povera sarebbe stato più difficile. Ma mio papà, pace alla sua anima, mi ha permesso di essere ciò che sono, ha messo tutte le sue fortune al mio fianco. L’unica difficoltà è stata quella di non avere potuto accedere ad un lavoro che mi permettesse di realizzarmi nella vita come veramente avrei voluto.

Soddisfazioni?

La più grande è stata quando sono stato scelto come ambasciatore dell’OMS e quando sono stato ricevuto dal Presidente della Repubblica perché ha riconosciuto nel mio lavoro un importante contributo per il benessere delle persone con disabilità. 

Qual è secondo te o quale dovrebbe essere il ruolo dello stato nei confronti della disabilità?

Innanzitutto lo stato dovrebbe proteggere le persone con disabilità nel senso di creare posti di lavoro che possano essere occupati con un certo agio e svolti in tutta sicurezza. Di questi lavori ce ne sono molti, purtroppo però quando l’accesso è tramite concorso, una clausola sempre presente e ricorda ai candidati che bisogna essere “totalmente abili”, quindi le persone con disabilità sono escluse automaticamente. Si va a scuola, si prendono anche i diplomi, ma quando si tratta di lavorare, allora lì c’è emarginazione. Invece, le persone con disabilità che sono dotate di interessanti profili intellettuali dovrebbero essere “utilizzate” dallo stato. La questione dell’inclusione in Burkina è evoluta. Stiamo andando verso un mondo più inclusivo. Dieci anni fa le opportunità non erano le stesse. Oggi attraverso l’educazione inclusiva, l’approccio inclusivo che ha anche lo Stato le cose cominciano a cambiare. Abbiamo delle leggi e dei programmi che proteggono, anche se ciò che pone problema è la loro applicazione. Quando si votano delle leggi bisognerebbe che fossero velocemente applicabili e di conseguenza rispettate. Se le leggi non sono diffuse, se non sono conosciute, questo si pone come un problema.

Accanto allo Stato ci sono le associazioni e della cooperazione internazionale: quale è la situazione del Burkina?

In Burkina siamo organizzati attraverso la Fédération des associations pour la promotion des personnes handicapées (FE.B.A.H.) che lavora attraverso le istituzioni internazionali per il benessere delle persone con disabilità. 80-85% delle persone con disabilità sono analfabete; questo crea un ostacolo anche per quelli che hanno un livello di istruzione e che vorrebbero intraprendere delle attività: si trovano esclusi in quanto disabili a prescindere dalle loro competenze intellettuali.

Mi sembri sempre pieno di idee e di progetti. Parlami dei tuoi sogni e delle tue aspirazioni…

I progetti sono tanti. Innanzitutto vorrei avere un grande centro di formazione professionale per artisti e artigiani bukinabé con disabilità. Inizialmente bisognerà formare i formatori. Ho visto in alcuni paesi del Maghreb degli artisti disabili che facevano perle, tessuti, gioielli… potrebbero venire nel nostro centro a formare i nostri artigiani. Questo potrebbe favorire lo sviluppo dei talenti, generare iniziative, imprese attraverso le quali anche le persone con disabilità possono farsi carico di se stesse.

Poi ho in mente altre due iniziative. Una è la “settimana internazionale delle persone con disabilità capaci” di Ouagadougou. Una settimana in cui gli artigiani dell’Africa occidentale vengono ad esporre i loro lavori. Vogliamo invitare Taiwan che sarà il primo paese d’onore. L’obiettivo è di cercare qui di rinforzare le capacità degli artigiani con disabilità del Burkina e far conoscere le loro potenzialità artistiche. Una settimana anche commerciale in cui si espone e si vende; durante la quale ogni sera vengono organizzate delle animazioni con la presenza di artisti con disabilità; per concludere con una cena di gala dove si premiano degli artisti, delle istituzioni, ecc. che sostengono in modo significativo le persone con disabilità. L’idea è che l’esperienza possa ripetersi tutti gli anni quale strumento per dare fiducia alle persone con disabilità in quanto costruttori dello sviluppo del proprio paese. I talenti sono tanti, ma manca un trampolino, una via d’uscita, un mercato…non c’è. È un progetto che contiamo di realizzare nella settimana a partire dal 3 dicembre prossimo, giornata internazionale delle persone con disabilità. L’altra iniziativa in cantiere è il “Grande premio dell’inclusione”, una competizione regionale, dell’Africa occidentale, per atleti con disabilità. Desidero che il mondo sia più inclusivo.

Grazie. La prossima volta ci vedremo in Burkina e non via telefono. A presto.

Sara Bin

(1976) vive in provincia di Treviso e lavora a Padova. É dottore di ricerca in geografia umana (2005); docente a contratto di geografia culturale e didattica della geografia presso l’Università degli Studi di Padova (dal 2010); ricercatrice presso Fondazione Fontana onlus dove coordina il portale Atlante on-line (dal 2008). Recentemente (2014) è stata inclusa nel gruppo di redattori e redattrici di Unimondo. Ha svolto attività didattica e formativa in varie sedi universitarie, scolastiche ed educative ed attività di consulenza nell’ambito della cooperazione allo sviluppo. Tra i suoi principali ambiti di ricerca vi sono i progetti di sviluppo idraulico nell’Africa sub-sahariana, lo sviluppo locale e la sovranità alimentare, la cooperazione internazionale, la didattica della geografia e l’educazione alla cittadinanza globale. Ha svolto numerose missioni di ricerca e studio in Africa, in particolare in Burkina Faso, Senegal, Mali e Niger. 

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