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Aids: l'epidemia sale a 40 milioni di malati, 3 milioni le vittime

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Un box per richiesta di informazioni anonime sull'Aids in Kenya

L'epidemia mondiale di Aids continua a crescere: sono 39,5 milioni le persone affette dal virus Hiv - 2,6 milioni in più rispetto al 2004 - mentre quest'anno 2,9 milioni di persone sono morte di malattie legate all'Aids e sono state registrate 4,3 milioni nuove infezioni (400mila in più rispetto al 2004). Il rapporto del Programma congiunto dell'Onu sull'Hiv-Aids (Unaids) reso noto oggi a Ginevra evidenzia che l'incremento maggiore è nell'Africa sub-sahariana dove sono stati registrati 24,7 milioni di malati, circa i due terzi della popolazione colpita da Hiv a livello mondiale, e sono 2,8 milioni i nuovi casi con un incremento del 65%. Ma vi sono significativi aumenti anche in Europa Orientale ed Asia Centrale dove i tassi di infezione sono aumentati oltre il 50% dal 2004.

I dati evidenziano l'inadeguatezza dei programmi di prevenzione messi in atto in diverse regioni, che spesso non hanno ricevuto il necessario sostegno e non hanno raggiunto le fasce maggiormente a rischio: in Nord America e nell'Europa occidentale, così come in molti paesi in via di sviluppo, il tasso di infezioni è infatti rimasto invariato. In alcuni Paesi come l'Uganda, in cui si erano registrati dei successi negli scorsi anni, si sta ora manifestando un nuovo incremento del tasso d'infezione. "Questo è allarmante, poiché sappiamo che i programmi di prevenzione dell'HIV realizzati in questi Paesi, primo fra tutti l'Uganda, avevano provocato un miglioramento in passato. Ciò significa che i Paesi non si stanno muovendo alla stessa velocità della pandemia" - ha affermato Peter Piot, direttore esecutivo di Unaids. "Dobbiamo incrementare notevolmente gli sforzi di prevenzione, nel momento in cui implementiamo i programmi di cura dell'HIV". Il rapporto evidenzia d'altra parte anche l'efficacia dei programmi di prevenzione, quando questi siano adeguati alle fasce più colpite dal virus.

Nello specifico, dei quasi 40 milioni di malati - riferisce il Rapporto - 37,2 milioni sono adulti, di cui 17,7 milioni donne e il resto (2,3 milioni) bambini e adolescenti sotto i 15 anni. Se l'emergenza Africa resta una tragica costante, anche perché vi si concentra il 65% delle nuove infezioni, a preoccupare Unaids è la crescita di nuovi casi nell'Europa dell'Est e nell'Asia centrale, dove si concentrano 1,7 milioni di malati e dove in alcune aree l'incremento delle infezioni supera il 50% rispetto al 2004. In Europa centrale e occidentale, invece, i casi di Aids sono 740 mila, cioè 40 mila in più che nel 2004. La seconda emergenza sanitaria resta quella del Sud e del Sudest asiatico, con 7,8 milioni di sieropositivi o pazienti con Aids.

Altro dato preoccupante è rappresentato dal crescente numero di donne che si ammalano di Aids. In Africa la situazione è al limite: ogni 10 uomini sieropositivi ci sono 14 donne che vengono infettate. Tanto che in tutte le fasce detà nell'Africa sub-sahariana il 59% dei malati è di sesso femminile. La percentuale scende al 50% nei Caraibi, Medio Oriente, Oceania e Nord Africa. Mentre in tutte le altre aree le donne infettate sono percentualmente inferiori, ma in costante crescita. Qualche dato positivo, invece, si registra laddove sono state messe in campo apposite campagne e politiche indirizzate alla popolazione giovanile per modificare i comportamenti sessuali. L'uso più diffuso dei profilattici, una dilazione del primo rapporto sessuale, l'invito a ridurre il numero di partner - afferma Unaids - hanno prodotto alcuni risultati nei Paesi in cui l'epidemia di Aids è più generalizzata. Per esempio, la prevalenza del virus Hiv è diminuita in misura evidente tra il 2000 e il 2005 in Botswana, Burundi, Costa davorio, Kenya, Malawi, Rwanda, Tanzania e Zimbabwe.

In altri Paesi, invece, hanno mostrato risultati positivi le azioni specifiche indirizzate verso una o più categorie a rischio. E' il caso della Cina dove le campagne rivolte all'industria del sesso hanno fatto scendere le percentuali di malattie sessualmente trasmesse. Come pure azioni per sensibilizzare i tossicodipendenti a non scambiarsi le siringhe hanno fatto ridurre drasticamente la trasmissione della malattia in altre aree, come nel Portogallo dove questa modalità di infezione è diminuita del 31% dal 2001 al 2005.

Un analogo sforzo, invece - denuncia Unaids - è mancato in America latina, nell'Est europeo e in Asia. Quanto invece alla trasmissione tra omosessuali - prosegue il rapporto - mancano del tutto, o sono insufficienti, le campagne rivolte agli omosessuali in Cambogia, Cina, India, Nepal, Pakistan, Tailandia, Vietnam e America latina. Risultati che suggeriscono a Anders Nordstrom, dell'Oms la necessità di moltiplicare gli investimenti, sia in tema di prevenzione che di cure. Nell'Africa sub-sahariana, cioè nella regione più colpita al mondo, anche per colpa dell'Aids l'aspettativa di vita alla nascita è di 47 anni, cioè 30 in meno che nei Paesi più ricchi del pianeta. Tra gli obiettivi a breve termine suggeriti da Unaids vi è anche quello di indagare sulle realtà sconosciute dell'omosessualità e della tossicodipendenza in alcune zone da cui provengono scarse notizie, cioè da America latina, Caraibi, Medio Oriente e Nord Africa. Questo perché - aggiunge il rapporto - anche il semplice concetto di "sesso sicuro" resta di difficile conoscenza e diffusione in molti Paesi, compresi i più ricchi. Il Rapporto conclude con l'invito a combattere ovunque le disparità tra uomo-donna e l'omofobia: un'azione di sicuro effetto nella battaglia a lungo termine contro l'Aids. [GB]

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