Agenda Onu 2030: il concetto di pace

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Johan Galtung - Foto: Geopolitics.co

L’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile è un programma d’azione per le persone, il pianeta e la prosperità sottoscritto nel settembre 2015 dai governi dei 193 Paesi membri dell’ONU. Essa ingloba 17 Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile un grande programma d’azione per un totale di 169 ‘target’ o traguardi. L’avvio ufficiale degli Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile (qui la versione pdf e la presentazione in ppt) ha coinciso con l’inizio del 2016, guidando il mondo sulla strada da percorrere nell’arco dei prossimi 15 anni: i Paesi, infatti, si sono impegnati a raggiungerli entro il 2030 (leggi alcuni commenti al tema). Gli Obiettivi per lo Sviluppo danno seguito ai risultati degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio (Millennium Development Goals) che li hanno preceduti, e rappresentano obiettivi comuni su un insieme di questioni importanti per lo sviluppo: la lotta alla povertà, l’eliminazione della fame e il contrasto al cambiamento climatico, per citarne solo alcuni. ‘Obiettivi comuni’ significa che essi riguardano tutti i Paesi e tutti gli individui: nessuno ne è escluso, né deve essere lasciato indietro lungo il cammino necessario per portare il mondo sulla strada della sostenibilità. Questi articoli nascono in questo contesto educativo.

Secondo Galtung tra i vari significati della pace si connota una pace negativa”, ossia l’interpretazione di pace come assenza di guerra. Questa impostazione si limita ad auspicare la semplice repressione di comportamenti violenti ritenuti insiti nella natura biologica e sociale dell’uomo, ma non viene considerata la possibilità che gli istinti aggressivi possano venire canalizzati e trasformati in energia creativa e rinnovatrice. Bansk vede la pace come ricerca di armonia, ordine, giustizia e risoluzione del conflitto. Il concetto di pace quale raggiungimento di armonia è utopico perché sono inevitabili i conflitti collettivi e individuali nella società e necessari per lo sviluppo dell’autonomia personale, perché servono da stimolo al cambiamento e al confronto.

Dunque il conflitto differisce dall’ordine che invece determina la stabilità tramite cui il sistema sociale e politico mantiene la difesa delle leggi. L’educazione alla pace considera la società come una rete di relazioni carica di energia conflittuale che può rigenerarsi in energia creatrice. Il conflitto va inteso come comportamento incompatibile tra le parti con interessi diversi, o anche come patologia sociale, inevitabile nelle relazioni umane, sociali e comunitarie, oppure può essere interpretato come dinamica di rivalutazione delle diversità sociali. Il conflitto è dinamismo che conduce ad una sua rieticizzazione. Il conflitto è fattore importante per lo sviluppo in quanto stimolo al cambiamento individuale e sociale, perché l’interrelazione tra diversi strati della società e le differenti culture è sempre più frequente, per cui subentra l’esigenza del rispetto delle diversità che confligge con il modello occidentale per cui tutti i fenomeni sono soggettivi e le realtà sociali sono riconducibili a spiegazioni logico-razionali. Dewey ci fa capire come studiando i diversi campi del sapere si può dare risoluzione ai problemi, come lo scontro tra ciò che è ordine generale di leggi e l’esperienza personale.

Ogni individuo può esporre realtà diverse, pur vivendo nello stesso mondo. Queste interpretazioni differenti del mondo causano frustrazioni. Risulta inadeguato il modello cartesiano per l’interpretazione dei fenomeni sociali, in quanto il conflitto viene considerato una stortura della realtà che va condotta all’equilibrio, mentre diversamente deve essere considerato l’ambiente eco-sistematico, ossia il sistema sociale, quale ordine di interconnessioni incrociate. Secondo Minsky sono agenzie le unità che costituiscono le interconnessioni. Bateson sostiene che non si possono studiare azioni fra le parti perché non osservabili empiricamente. Il vincolo o impegno o obbligo è legato al concetto di sistema, relazione e autonomia, per cui la mancanza di vincoli può produrre aggressività fine a se stessa e possono essere di ostacolo alla potenzialità creatrice dell’individuo, ma hanno funzione stimolatrice di regole nuove. Morin sostiene che il concetto di vincolo porta a considerare una socialità in cui il conflitto aiuta a guidare il singolo tra i sistemi viventi.

Nella comunicazione gli individui si definiscono, si costruiscono un’identità attraverso l’interazione con l’altro e con l’alterità nella sua complessità. Se non si risolvono le discrepanze all’interno della punteggiatura di sequenze della comunicazione, l’interazione diviene vicolo cieco con reciproche accuse di follia e cattiveria, in quanto l’altro non ha lo stesso grado di informazione e non può trarre dalle stesse le medesime conclusioni. La comunicazione patologica è un circolo vizioso e si interrompe solo quando i comunicanti sono in grado di metacomunicare. Infatti, alla radice dei conflitti di punteggiatura, vi è la convinzione che esiste solo una realtà. Nella circolarità dei comportamenti risulta impossibile stabilire la dinamica di causa/effetto. L’individuo crede di reagire con il suo comportamento in una circolarità relazionale e non di provocare lui stesso una comunicazione patologica o disturbata, ossia una situazione conflittuale. Nella punteggiatura di eventi comportamentali si giunge ad una “profezia che si autodetermina”, ossia nell’ambito comunicativo si ritiene la cosa per scontata, per cui l’individuo crede di reagire ad atteggiamenti e non di essere lui stesso a provocarli, come nelle dinamiche di antipatia.   

Laura Tussi

Docente, giornalista e scrittrice, si occupa di pedagogia nonviolenta e interculturale. Ha conseguito cinque lauree specialistiche in formazione degli adulti e consulenza pedagogica nell'ambito delle scienze della formazione e dell'educazione. Collabora con diverse riviste telematiche tra cui PressenzaPeacelinkIldialogoUnimondo, AgoraVox ed ha ricevuto il premio per l'impegno civile nel 70esimo Anniversario della Liberazione M.E.I. - Meeting Etichette Indipendenti, Associazione Arci Ponti di Memoria e Comune di Milano. Autrice dei libri: Sacro (EMI 2009), Memorie e Olocausto (Aracne 2009), Il dovere di ricordare (Aracne 2009), Il pensiero delle differenze(Aracne 2011), Educazione e pace (Mimesis 2012), Un racconto di vita partigiana - con Fabrizio Cracolici, presidente ANPI Nova Milanese (Mimesis 2012), Dare senso al tempo-Il Decalogo oggi. Un cammino di libertà (Paoline 2012), Il dialogo per la pace. Pedagogia della Resistenza contro ogni razzismo (Mimesis 2014), Giovanni Pesce. Per non dimenticare (Mimesis 2015) con i contributi di Vittorio Agnoletto, Daniele Biacchessi, Moni Ovadia, Tiziana Pesce, Ketty Carraffa. Collabora con diverse riviste di settore, tra cui: "Scuola e didattica" - Editrice La Scuola, "Mosaico di Pace", "GAIA" - Ecoistituto del Veneto Alex Langer, "Rivista Anarchica". Promotrice del progetto per non dimenticare delle Città di Nova Milanese e Bolzano www.lageredeportazione.org e del progetto Arci Ponti di memoria www.pontidimemoria.it. Qui il suo canale video.

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