Addio a Wangari Maathai. Orgoglio afro

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Wangari Maathai - Foto: Unimondo

E’ scomparsa a Nairobi la professoressa Wangari Maathai, ambientalista ed attivista per i diritti civili e delle donne, all’età di 71 anni. Leader del movimento ‘Green Belt’ che ha piantato 40 milioni di alberi nel continente africano contro la desertificazione. Fu la prima donna africana a ricevere il Premio Nobel per la Pace. Anno domini 2004.

Ho avuto l’occasione di conoscerla quand’era sottosegretario del primo governo Kibaki. La sua segretaria abitava nei pressi di Nyahururu all’equatore e fu colpita dai murales ivi dipinti che invitavano a riforestare il Kenya. Ci organizzò un appuntamento.

Mi ricordo che davanti alla sua porta di un ufficio modesto c’era un sacco di povera gente vestita alla bene meglio. La cosa mi stupì in quanto, da ignorante, pensavo che i Ministeri fossero frequentato solo da lobby e damerini incravattati. Ma, a certe latitudini, il voto di un ricco vale quanto quello di un disgraziato. Sotto la finestra, invece, si trovavano dei camion con sopra dei tronchi enormi; probabilmente cedri. Erano sotto sequestro. La donna non scherzava. Entrammo. Un sorriso d’accoglienza. Ci aspettava e ci fece accomodare; Martin Mwanghi che è ancora il coordinatore del progetto Tree is life, Stefan che fu il primo direttore ed il sottoscritto.

Trovai da subito insopportabile quel suo fiocco in testa. “Ma guarda te, pensai, se un viceministro deve vestirsi come un uovo di Pasqua” e cercavo di non concentrarmi, a fatica, su ciò che portava in testa. Ci coprì di domande. “Perché fate i murales? Con chi lavorate? Per chi? Con che cosa? Ecc, ecc….”.

Un fiume. La trovai un tantino “fondamentalista”. Ci raccomandò con insistenza di piantare solo specie locali, autoctone, indigene. Bando a tutte le sementi che provenissero da altri continenti. Bene. Allora gli eucalipti sudafricani tanto amati dai nostri contadini per la resa potevano andare? Non l’avessimo mai chiesto. Tre no secchi! (ci sembravano, infatti, un po’ antipatici questi eucalipti). A posteriori la siccità, la moria di molte piante esogene e la sopravvivenza delle endogene. Chapeau onorevole Maathai!

“Ma soprattutto, non dovete lasciare il nylon per terra appena messa a dimora”. Il sangue già mi andava alla testa. Avrei voluto dire: “Senti, vallo a dire ai tuoi amici kenyoti di non inquinare”, Aneddoto: mio figlio, infatti, pochi giorni prima, andò in gita scolastica a Nakuru con la sua classe dell’ Elite school, una delle migliori scuole kenyote. S’è fatta merenda in bus. Ad un certo punto il maestro invitò i ragazzi a gettare tutte le spazzature dai finestrini perché il mezzo deve rimanere pulito! Marco reduce da una prima elementare di scuole trentine dove ti fanno il lavaggio al cervello sulla raccolta differenziata difese con tutte le forze il suo vassoio. Il maestro lo scoprì e gl’intimò l’obbedienza. Due lacrimoni così. “Non ho potuto dire di no”.

Ma la biologa al governo sapeva bene quanto l’attenzione all’ambiente da parte della sua gente fosse precaria tanto che, adesso, ci troviamo sul fronte opposto. Se qualcuno pesta un’aiuola si becca due giorni di carcere. Fumare nel centro storico nelle zone non adibite sono 500 scellini di multa. Gettare una carta per terra equivale ad un crimine. Contraddizione vuole che a pestare quella carta sarà un autocarro Nissan con 4 tubi di scappamento che ha fatto l’ultimo tagliando ai tempi dei coloni.

Ma lei non aveva paura di combattere. V’era abituata. Per oltre un decennio, ha combattuto contro il regime dittatoriale dell’ex presidente Daniel arap Moi, chiedendo la liberazione di numerosi prigionieri politici. Più volte manifestazioni da lei capeggiate furono disperse con gas lacrimogeni. Dopo Moi, nel 2002, fu eletta al parlamento kenyano. Fu non solo la prima donna in un governo ma anche la prima donna dell’Africa Orientale e Centrale ad avere una cattedra all’Università. Con tre figli divorziò dal marito che l’aveva accusata di essere “troppo colta, troppo forte, troppo di successo, troppo caparbia e troppo difficile da controllare”.

Nel 1977 cominciò a piantare nel giardino di casa; poi fa la stessa cosa nel bel mezzo del mercato locale. Alle amiche che la guardano spiega: “Voglio lottare contro il taglio indiscriminato degli alberi, la sparizione della foresta, l’erosione del terreno, la desertificazione, l’inquinamento delle acque; e anche contro la povertà, la fame, la schiavitù delle donne, costrette a camminare per ore in cerca di legna da ardere”. Le invita a fare altrettanto: “Non serve un titolo di studio per capire certe cose, né conoscenza accademica per farne altre”.

Nascono i primi vivai in molti villaggi della provincia centrale. Poi l’iniziativa si estende in tutto il Kenya. Arrivano i primi ambientalisti scandinavi: estasiati davanti a centinaia, migliaia di donne divenute "provette forestali senza diploma", promettono finanziamenti. Wangari ha un’idea: «Le piantine sono gratis. Anche il lavoro delle donne lo è. Un incentivo, comunque, non guasterebbe». Da allora, per ogni piantina piantata e sopravvissuta per tre mesi, le donne riceveranno alcuni scellini. Su questa stessa concezione si fonda anche la campagna 1 fan 1 albero.

Il movimento piace anche agli uomini, perfino ai capi politici. Il governo (di soli uomini) mette a disposizione di Wangari alcuni locali pubblici nella capitale e il ministero delle foreste s’impegna a provvedere le piantine gratis. Finché le donne si limitano a piantare alberi, non c’è nulla da temere. Tanto più che, in pochi anni, i vivai diventano 6.000 e le “forestali senza diploma” ben 80mila: tutte potenziali voti al momento delle elezioni. E le nuove foreste non possono che far piacere ad alcune eminenze grigie del governo: le loro segherie potranno continuare a disboscare indiscriminatamente.

Ma Wangari ha ben altro in testa. Dice: “Non si tratta soltanto di rimboschire il paese, ma anche di lottare per la democrazia e il rispetto dei diritti umani”. Vuole dare alle donne quel “potenziamento” che è loro negato dai leader politici e lo fa attraverso seminari, laboratori, dimostrazioni e giornate ecologiche in cui si coniugano scienza, impegno sociale e attività politica. La Cintura Verde diventa, così, una rete d’iniziative riguardanti anche l’educazione e formazione della donna, la pianificazione familiare e la lotta alla corruzione. E piace anche all’estero: le donne di Tanzania, Uganda, Malawi, Lesotho, Etiopia e Zimbabwe l’adottano.

Gli ambientalisti di tutto il mondo cominciano ad apprezzarla. Arrivano numerosi riconoscimenti, tra cui il premio della Fondazione Goldman (1991), l’equivalente del premio Nobel per gli ecologisti. Ma il premio più gradito glielo insigniscono le donne africane, dandole il titolo di “liberatrice”. Un esempio tra tanti: il presidente Moi voleva costruire un grattacielo di 60 piani proprio nel parco centrale della capitale, l’Uhuru Park. Costo preventivato: 200 milioni di dollari. Wangari urla: “Uhuru significa libertà, ma questo grattacielo ne è l’esatto opposto, perché distruggerà l’ultima isola verde della capitale. I soldi - tasse dei cittadini - potrebbero essere spesi meglio in educazione e nello sradicamento della povertà”. Il luogo è già cintato. Wangari, però, chiede aiuto a organismi umanitari internazionali e il progetto viene abbandonato.

La vittoria costa caro, sia a lei che al movimento. La Cintura Verde è buttata fuori dai locali governativi. Le squadre di Moi distruggono molti vivai. Viene orchestrata una campagna denigratoria contro Wangari. Moi la definisce pubblicamente “pazza” come ci ricorda Franco Moretti dalle colonne di Nigrizia. Ed in effetti un po’ pazza lo era. Ma la strada tracciata dai folli oggi sarà percorsa domani dai “normali”. Wangari Maathai. Un’occasione unica per dare finalmente il Premio Nobel alle donne africane. Se lo meritano tutto.

Fabio Pipinato

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