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Accordo Italia-Libia: solo vergognosi 'aiuti vincolati', a rischio i diritti dei migranti

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Berlusconi e Gheddafi - Foto: Fortess Europe

"Il 'Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione tra Italia e Libia' fa fare un grosso passo indietro al nostro paese in termini di efficienza e qualità dell’aiuto allo sviluppo. Gli investimenti previsti dall’accordo infatti, rilanciano la vergognosa pratica dell’aiuto legato" - afferma un comunicato di ActionAid commentando la ratifica del Trattato da parte dal Parlamento libico che è stato firmato nei giorni scorsi dal leader libico Muammar Gheddafi e del presidente del Consiglio italiano Silvio Berlusconi. "L’accordo - spiega ActionAid - è su base ventennale e prevede il finanziamento di attività contabilizzate come Aiuto Pubblico allo Sviluppo (APS) per un ammontare di circa 200 milioni di euro annuali. Ma questi aiuti sono vincolati al 100% all’appalto di imprese italiane, portano il totale dell’aiuto legato italiano a ben il 60% del totale. Per aiuto legato si intende lo stanziamento di aiuti a un determinato paese in cambio di stringenti vincoli commerciali o all’obbligo di acquisto di prodotti provenienti dal paese donatore.

"Con questo accordo, la costruzione di strade e infrastrutture in Libia verrà affidata alle imprese italiane, con un aumento dei costi di oltre il 30% rispetto a quanto si spenderebbe appaltando le opere a imprese locali o al miglior offerente scelto con un bando internazionale. Sicuramente non ci troviamo davanti ad un utilizzo efficiente dei fondi pubblici. Il nostro paese - conclude la nota di ActionAid - dimostra ancora una volta di non tenere in minima considerazione gli obiettivi della Dichiarazione di Parigi in materia di efficacia degli aiuti sottoscritti nel 2005".

Secondo il 'Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione tra Italia e Libia' (qui gli approfondimenti) l'Italia si impegna a realizzare "progetti infrastrutturali di base nei limiti di una spesa di 5 miliardi di dollari per un importo annuale di 250 milioni di dollari in 20 anni e la Libia si impegna ad abrogare tutti i provvedimenti e le norme che impongono vincoli o limiti alle imprese italiane operanti nel paese e a concedere visti di ingresso ai cittadini espulsi nel 1970.

I due Paesi collaboreranno inoltre "nella lotta al terrorismo, alla criminalità organizzata, al traffico di stupefacenti, all'immigrazione clandestina: le due parti promuoveranno la realizzazione di un sistema di controllo delle frontiereterrestri libiche" - sottolinea il Trattato che prevede anche una collaborazione nel settore della Difesa "prevedendo la finalizzazione di specifici accordi relativi allo scambio di missioni tecniche e di informazioni militari, nonchè lo svolgimento di manovre congiunte".

L'applicazione del Trattato - spiega una nota di Amnesty Italia "potrebbe contribuire a mettere a repentaglio la vita e i diritti dei migranti e dei richiedenti asilo che si trovano in Libia o che lì potrebbero essere ricacciati proprio grazie alla cooperazione tra i due paesi e all'ingente contributo economico dell'Italia alle autorità di Tripoli. La Sezione Italiana di Amnesty International, insieme ad altre Organizzazioni non governative aveva chiesto al Parlamento di non autorizzare la ratifica del trattato senza l'introduzione di specifiche garanzie: "In particolare, una condizione che subordini chiaramente la cooperazione dell'Italia al rispetto dei diritti umani da parte della Libia e l'introduzione di strumenti di monitoraggio indipendenti dell'attuazione del trattato".

Intanto gli autori del film-documentario " Come un uomo sulla terra" con una lettera replicano all'Ambasciata libica in Italia esprimendo "profonda preoccupazione per le garanzie dei diritti umani dei migranti" per il fatto che Governo italiano sia fortemente e ufficialmente impegnato nel sostenere la Gran Giamahiria nella lotta all’immigrazione clandestina. Il film che sta portato all'attenzione la terribile realtà dei centri per la detenzione dei migranti in Libia e le responsabilità italiane, raccoglie tra l'altro le testimonianze di uomini e donne etiopi ed eritrei in Italia che sostengono di aver subito da parte della polizia libica varie forme di violazione dei principali diritti umani durante il loro viaggio attraverso la Libia.

Gli autori del film, insieme con Amnesty Italia, Fortress Europe e numerose altre associazioni hanno lanciato una raccolta di firme online per una petizione indirizzata a Parlamento italiano, Parlamento e Commissione europea e Unhcr che chiede di "promuovere una commissione di inchiesta internazionale e indipendente sulle modalità di controllo dei flussi migratori in Libia in seguito agli accordi bilaterali con il Governo Italiano". [GB]

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