Accoglienza migranti: sempre più Comuni aderiscono allo Sprar

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Foto: Sprar.it

Da una parte sui media dominano le notizie di città in rivolta, da nord a sud, contro l’arrivo di gruppi di persone migranti nel territorio a seguito dei numerosi sbarchi degli ultimi giorni: Castell'Umberto, comune del messinese, Chieti, Pistoia, Civitavecchia, i sindaci in testa con tanto di fascia tricolore a “picchettare” le strutture alberghiere e a lanciare appelli alle barricate. Dall’altra ci sono invece i dati positivi presentati a fine giugno nel nuovo “Atlante Sprar 2016” che mostrano un sistema di accoglienza sempre più strutturato e in ampliamento, che fa proprio dell’adesione volontaria dei Comuni uno dei suoi punti di forza. Istituito dal Ministero dell’Interno in collaborazione con l’Anci (Associazione Nazionale Comuni Italiani), per l’accoglienza dei richiedenti asilo e rifugiati, lo Sprar è infatti costituito da una rete di enti locali che si impegnano nella realizzazione di progetti di “accoglienza integrata”, non limitandosi alla mera distribuzione di vitto e alloggio, ma occupandosi anche di costruire percorsi individuali di inserimento per le persone ospitate: oltre all’insegnamento della lingua italiana obbligatorio per tutti i progetti, il sistema prevede infatti tirocini formativi, laboratori e attività di volontariato che coinvolgono le varie strutture. “Nel 2016 – ha detto durante la conferenza stampa di presentazione il sindaco di Prato e delegato Anci all’immigrazione, Matteo Biffoni – sono stati fatti grandi passi in avanti verso un sistema di accoglienza sostenibile e diffuso sul territorio, puntando all’allargamento della rete dei Comuni dello Sprar”.

Secondo i dati del nuovo Atlante, presentato a Roma dall’Anci, sono infatti oltre 34mila le persone accolte nel 2016, a fronte delle 29.698 dell’anno precedente, con 652 progetti finanziati dal Fondo nazionale per le politiche e i servizi dell’asilo (Fnpsa) che hanno reso disponibili 26.012 posti in accoglienza per circa mille enti locali complessivamente coinvolti. Aumenta anche la presenza dei minori non accompagnati: dai 977 posti di accoglienza a loro destinati nel 2015 si è passati a 2.039 nel 2016 per un totale di 2.898 ragazzi a fronte dei 1640 dell’anno precedente. Sicilia e Lazio sono anche stavolta le due regioni in cui si registra il maggior numero di persone in accoglienza (oltre il 19%, rispetto al 20,1 e al 22,4 del 2015), seguite da Calabria (10% in aumento), Puglia, Lombardia. Nigeria, Gambia e Pakistan, in linea con lo scorso anno, sono le tre nazionalità maggiormente rappresentate tra le persone in accoglienza, seguite da Mali, Afghanistan e Senegal. “Vi era l’esigenza di dare una risposta al disagio dei sindaci e delle comunità rispetto ad un’accoglienza spesso disordinata, in strutture alberghiere, che spesso allarma le comunità” ha continuato Biffoni.

Un miglioramento graduale e costante che ha riguardato anche i primi mesi del 2017, con un totale di 1.100 Comuni coinvolti (di qualsiasi partito politico), ovvero cento in più rispetto al 2016. “Nel 2017 siamo felici di annunciare che finalmente 20 regioni su 20 hanno deciso di far parte dello Sprar: per la prima volta anche la Valle d’Aosta, finora restia a presentare progetti per l’accoglienza dei migranti è entrata nella rete” ha aggiunto Daniela Di Capua, direttrice del servizio centrale Sprar. Un impegno reso possibile dal lavoro dell’Anci – che ha organizzato, in un vero e proprio percorso ‘porta a porta’, l’incontro con più di 700 comuni sostenendoli nel dialogo con le prefetture e con la cittadinanza – e facilitato dalle nuove disposizione di partecipazione ai bandi Sprar, che prevedono anche la cosiddetta “clausola di salvaguardia: se un Comune sceglie di entrare nello Sprar e raggiunge la sua quota di riferimento – 2-3 richiedenti asilo o rifugiati accolti ogni mille abitanti – non verrà coinvolto nell’attivazione di ulteriori forme di accoglienza, tra cui l’apertura di un Cas su ordine del Prefetto (da qui le barricate). Un vantaggio che permette ai Comuni, oltre che di accedere al Fondo Fnpsa, anche di mantenere i numeri proporzionati, così come di coordinare il lavoro da svolgere e scegliere gli enti su cui fare affidamento.

Certo, si tratta di numeri ancora esigui, soprattutto rispetto al sistema “emergenziale” imposto dalle Prefetture con i Cas che contano circa 137mila posti. Tra le altre criticità che impattano sul sistema Sprar: il mancato rispetto dei tempi intercorrenti tra la manifestazione della volontà di presentare domanda di protezione internazionale e l'effettiva formalizzazione della stessa (l’Atlante dedica un capitolo a questo problema). Inoltre sono ancora tantissimi i Comuni che non hanno ancora aderito alla rete e le cui le resistenze da parte della popolazione locale sono forti, complice anche un’informazione spesso sbilanciata sugli aspetti negativi dell’immigrazione (quando non gonfiata ad arte). Quanto agli esempi positivi, il report analizza 500 iniziative di successo: dal progetto di Ciac onlus a Parma dedicato alle vittime di tratta a “La bicicletta che ti incontra” di Udine, dall’orto per l’inclusione sociale di Terrae, a Rieti, agli “Incontri per caso” presso Gioiosa Ionica (Reggio Calabria), che ha promosso lo scambio di competenze linguistiche e culturali tra richiedenti asilo e studenti italiani, e tanti altri. “Dove c'è un progetto Sprar, l'integrazione è più alta” ha detto Biffoni, sollevando però dei dubbi sul fatto che l’Italia possa farcela da sola a sostenere tutti gli arrivi: con l’aumento degli sbarchi dall’inizio del 2017, il nostro paese potrebbe presto superare la soglia dei 200 mila arrivi (numero comunque gestibile e già previsto dal sistema di accoglienza): “Ci vuole organizzazione – ha detto – sia per offrire un’accoglienza dignitosa, sia per non creare tensioni sociali”.

Anna Toro

Laureata in filosofia e giornalista professionista dal 2008, divide attualmente le sue attività giornalistiche tra Unimondo (con cui collabora dal 2012) e la redazione di Osservatorio Iraq, dove si occupa di Afghanistan, Golfo, musica e Med Generation. In passato ha lavorato per diverse testate locali nella sua Sardegna, occupandosi di cronaca, con una pausa di un anno a Londra dove ha conseguito un diploma postlaurea, sempre in giornalismo. Nel 2010 si trasferisce definitivamente a Roma, città che adora, pur col suo caos e le sue contraddizioni. Proprio dalla Capitale trae la maggior parte degli spunti per i suoi articoli su Unimondo, principalmente su tematiche sociali, ambientali e di genere. 

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