A chi serve lo spreco alimentare?

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«Mentre prepariamo il pranzo o la cena di Natale, mentre siamo a tavola con le nostre famiglie, pensiamo al valore immenso di cosa mettiamo nei piatti, a ciò che rappresenta in termini di relazioni e di appartenenza a una cultura. Custodiamolo dal diluvio consumistico che ci assale in quei giorni, raccontiamocelo mentre lo pratichiamo, anche se ci può sembrare ormai scontato. Perché alla fine è ciò che ci accomuna, nelle differenze, a tutte le altre culture del mondo; è ciò che ci rende umani, cioè esseri in grado di essere felici. È un peccato non provarci con il cibo delle feste». Così Carlo Petrini ci augurava buon Natale qualche anno fa. Pensiamo che sia un augurio più che attuale: lo spreco di cibo continua ad esserlo.

Di seguito vi riportiamo qualche dato su quanto cibo buttiamo ogni anno. A fornirceli l’Ispra (L’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) nell’ultimo Rapporto sullo spreco alimentare: un approccio sistemico per la prevenzione e la riduzione strutturali. L’invito è a pensarci, a fare un po’ d’attenzione anche in questi giorni di festa, e che sia davvero un Natale più buono per tutti!

Impuniti, ogni anno buttiamo via quattro volte la quantità di cibo che basterebbe a sfamare gli oltre 815 milioni di persone malnutrite che abitano il nostro pianeta. Un dato che da solo dovrebbe farci vergognare tutti ed essere sufficiente per un intervento immediato. E invece dobbiamo aggiungere anche l’alto prezzo che paghiamo sia in termini economici – solo in Italia ognuno di noi getta nella spazzatura di 210 euro l’anno – sia e soprattutto ambientali. Lo spreco alimentare contribuisce (e non poco) all’alterazione del clima, è responsabile della riduzione della disponibilità d’acqua e di una buona parte del consumo di suolo fertile.

Per meglio rendere l’idea: con il 7% delle emissioni totali di gas serra, se lo spreco di cibo fosse una nazione, sarebbe al terzo posto dopo Cina e Stati Uniti nella classifica degli stati emettitori. Per di più, usa inutilmente il 28% della superficie agricola mondiale (1,4 miliardi di ettari) mentre consuma una quantità d’acqua pari al flusso del fiume Volga. Come abbiamo fatto a perdere il senso e il valore del cibo? Accettiamo lo spreco come ingranaggio del sistema, non ci facciamo nemmeno più caso, è necessario. Ce lo conferma anche l’ultimo report Ispra, pubblicato il 16 novembre scorso, che evidenzia come lo spreco alimentare sia un fenomeno generato dalla «strategica produzione di eccedenze, necessaria alla sopravvivenza dei macrosistemi agroindustriali di massa» che governano tutta la filiera.

Siamo arrivati a cifre da capogiro: negli ultimi 55 anni il surplus è cresciuto del 77% ed è destinato ad aumentare del 174% entro il 2050, mentre il fabbisogno crescerà, nello stesso periodo, solo del 2-20% (Ispra 2017). Sono numeri che ribadiscono come il mito della crescita infinita non faccia altro che svuotare e indebolire il pianeta di risorse, mentre accentua le disuguaglianze. Combattere lo spreco significa quindi indirizzarsi verso un diverso paradigma produttivo e distributivo. Con filiere corte biologiche e locali, ad esempio, le perdite si abbattono fino ad arrivare al 5%, contro il 30 – 50% della filiera di grande scala e globalizzata. Ancora, chi si rivolge a reti alimentari alternative (Gas, vendita diretta, agricoltura supportata da comunità) spreca, in media, il 90% in meno rispetto a chi usa solo canali convenzionali. Assicurare il diritto alla sovranità alimentare non significa dunque produrre di più, ma diffondere educazione alimentare, sostenere produzioni ecologiche e canali di distribuzione diretti e solidali. In poche parole, abbattere gli sprechi.

Michela Marchi da Slowfood.it

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