“A casa loro”: tra guerra civile e carestia, il Sud Sudan al collasso

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Foto: Facebook.com

“Hanno saccheggiato la nostra missione, ci hanno derubati e quasi uccisi. Siamo riusciti a fuggire nella savana e abbiamo trascorso diciotto giorni nella foresta senza acqua né cibo, aiutati dai cristiani locali. Ma avevamo perso tutto, è stata un’esperienza terribile”. Con queste parole il missionario comboniano Padre Raimundo Rocha, originario del Brasile, ripercorre quelle concitate settimane nel Sud Sudan quando, nel gennaio del 2014, la missione in cui lavorava da quattro anni era stata attaccata da un gruppo di militari. Riuscirono a salvarsi ma padre Raimundo non andò via dal Paese: vi rimase al lavoro per altri tre anni, constatando a tutt’oggi l’assenza di progressi nel cammino verso la pace in quella che, nata appena sei anni fa dopo la separazione col Sudan, è la nazione più giovane del mondo. “Nonostante sia un paese ricchissimo non solo umanamente ma anche a livello di cultura e risorse energetiche e naturali, il Sud Sudan resta comunque tra i paesi più poveri al mondo, martoriato da una guerra civile che va avanti dal 2013, insieme a conflitti tribali, violenza, criminalità, analfabetismo al 72 per cento, carestia, corruzione, land grabbing, violazione dei diritti umani, un’economia al collasso e un numero enorme di profughi e rifugiati” commenta il missionario durante un recente incontro presso la Casa della Pace a Roma, organizzato da Amnesty International.

La nascita del Sud Sudan risale infatti al 9 luglio del 2011, annunciata da un referendum nel gennaio dello stesso anno in cui ben il 99 per cento dei votanti si era espresso a favore della secessione: grandi erano le speranze della popolazione che, dopo anni di guerra civile tra il nord e il sud del paese – la quale aveva provocato più di due milioni di morti e quattro milioni di dispersi – sperava che le cose sarebbero finalmente potute migliorare. La speranza, però, è morta quasi sul nascere dato che nel dicembre del 2013 è cominciata una nuova guerra civile molto violenta, questa volta all’interno dello stesso Sud Sudan, che continua tutt’oggi. A fronteggiarsi, le truppe del presidente Salva Kiir, che guida il paese dall’anno dell’indipendenza, contro le milizie dell’ex vicepresidente Riek Machar. Uno scontro che, come spesso accade nel continente africano, ha preso ben presto un connotato etnico, alimentato dall’inimicizia tra i dinka, il gruppo etnico di Kiir e il più numeroso del paese, e i nuer, a cui invece appartiene Machar. “In realtà la questione riguarda, come sempre, il controllo delle risorse, in particolare il petrolio, di cui il Sud Sudan è ricchissimo – spiega Liliana Cereda, responsabile del Coordinamento Africa Centrale ed Orientale di Amnesty International – Come spesso accade, le risorse diventano una maledizione e le cause si mescolano con gli effetti, l’etnia con la politica e con gli interessi economici, ma alla fine a farne le spese sono sempre i civili”.

Secondo le stime dell'Onu sono oltre 50mila i morti in cinque anni di guerra; 1,9 milioni sono gli sfollati all’interno del territorio statale, mentre quasi 4 milioni – su una popolazione di 12 milioni di abitanti – sono fuggiti dal Paese, rifugiandosi soprattutto nella vicina Uganda (uno dei paesi che accoglie più migranti al mondo): solo nel 2016, a causa dei violentissimi scontri in Sud Sudan, l’Uganda ha accolto quasi 490 mila profughi. In mezzo, gli scontri tra le fazioni, in cui entrambe le parti in lotta vengono accusate di uccisioni indiscriminate di civili e di violenze e stupri su donne e bambini. Molti, poi, i minori reclutati come soldati: l'Onu parla di circa 18 mila bambini soldato impiegati negli ultimi quattro anni sia dal governo che dai ribelli.

E poi c’è la carestia, in gran parte causata dall’impossibilità di coltivare i campi e occuparsi del bestiame a causa del conflitto. Ma non solo: le fazioni in guerra starebbero infatti limitando l’accesso degli aiuti umanitari, incluse le derrate alimentari. Si tratterebbe soprattutto delle truppe governative che, secondo alcuni funzionari dell’Onu, starebbero cercando di negare il sostegno alla popolazione delle regioni considerate vicine ai ribelli. Le statistiche parlano di oltre sei milioni di persone, più della metà dell'intera popolazione, che in Sud Sudan soffrono la fame. L’Integrated Food Security Phase Classification (ovvero il Quadro integrato di classificazione della sicurezza alimentare), pubblicato di recente dal governo del Sud Sudan, dalla FAO, dall'UNICEF, dal WFP e da altri partner umanitari, parla di tassi di malnutrizione che aumentano soprattutto tra i bambini e prevede che la situazione della sicurezza alimentare si deteriorerà all'inizio del 2018. “Si prevede che più di 1,1 milioni di bambini sotto ai cinque anni saranno malnutriti nel 2018, di cui quasi 300.000 in condizioni di grave malnutrizione e ad aumentato rischio di morte” si legge. Le organizzazioni umanitarie lamentano anche l’assenza di infrastrutture – molte crollate a causa del conflitto – che non permette di raggiungere le zone più remote del paese, in cui il problema della fame è anche peggiore.

In tutto questo, la presenza di circa 14 mila militari dell’ONU, non sembra avere aiutato. Al contrario, le forze di peacekeeping sono sempre stati mal tollerate e ostacolate anche dalle forze governative, con attacchi ai campi profughi dell'Onu così come a sedi di Ong e a strutture missionarie cristiane – come il racconto di padre Raimundo dimostra. “Le chiese, non solo quella cattolica, sono presenti in tutto il paese. Insieme all’Onu e centinaia di Ong, offriamo aiuti e servizi che il governo non garantisce, soprattutto su scuola e sanità” spiega ancora il religioso che, parlando del conflitto e degli effetti devastanti sulla nazione, non dimentica di citare la responsabilità di chi fornisce le armi a questi paesi in guerra, occidente compreso: “Un rapporto dell’Onu del 2015 parla, nel caso del Sud Sudan, di un'industria cinese e una canadese, ma probabilmente ci sono in ballo anche altri paesi. Ecco: rafforzare la lotta contro l’industria e il commercio di armi può essere un altro modo efficace per promuovere la pace”.

Anna Toro

Laureata in filosofia e giornalista professionista dal 2008, divide attualmente le sue attività giornalistiche tra Unimondo (con cui collabora dal 2012) e la redazione di Osservatorio Iraq, dove si occupa di Afghanistan, Golfo, musica e Med Generation. In passato ha lavorato per diverse testate locali nella sua Sardegna, occupandosi di cronaca, con una pausa di un anno a Londra dove ha conseguito un diploma postlaurea, sempre in giornalismo. Nel 2010 si trasferisce definitivamente a Roma, città che adora, pur col suo caos e le sue contraddizioni. Proprio dalla Capitale trae la maggior parte degli spunti per i suoi articoli su Unimondo, principalmente su tematiche sociali, ambientali e di genere. 

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