A Gaza i cecchini israeliani sparano anche contro i giornalisti

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“Nove palestinesi uccisi”. “Diciassette palestinesi uccisi”. La stampa internazionale non cita mai i nomi dei giovani assassinati durante la Marcia del ritorno a Gaza – organizzata il 30 marzo per reclamare il diritto al ritorno nelle terre perdute nel 1948, al momento della nascita dello stato d’Israele. Quest’articolo della Cnn è emblematico: si parla della morte di “un giornalista” senza mai nominarlo. “Il giornalista” si chiamava Yaser Murtaja, un punto di riferimento a Gaza perché aveva fondato la casa di produzione Ain Media, che lavora con Bbc e Al Jazeera. 

La tv del Qatar lo ricorda come un uomo “con il sorriso contagioso”, che aveva partecipato, tra le altre cose, al documentario Gaza: surviving Shujayea. Era stato anche il cameraman del documentario Journey of Laziz dell’artista Ai Weiwei. Il 24 marzo su Facebook, dopo avere realizzato un video con il drone sulla spiaggia di Gaza, scriveva: “Spero che prima o poi potrò scattare questa foto mentre io sono in cielo invece che sulla terra. Il mio nome è Yaser Murtaja, ho trent’anni, vivo a Gaza e non ho mai viaggiato in vita mia”. Due settimane dopo, il 6 aprile, è stato ucciso dai cecchini israeliani. 

Un disegno di un artista palestinese lo raffigura in cielo con le ali sulla schiena mentre riprende Gaza dall’alto. Aveva provato molte volte a uscire dall’enclave, senza riuscirci. Yaser Murtaja non è stato l’unico reporter preso di mira dai cecchini: altri sono stati uccisi venerdì scorso. Il sindacato dei giornalisti palestinesi sottolinea “che c’è una chiara intenzione dell’esercito israeliano di sparare contro” di loro. 

Crimini di guerra. Un tweet mostra Khalil Abu Azara, ferito a una gamba mentre scatta una foto. Durante i funerali, sulla bara di Yaser Mortaja sono stati appoggiati la bandiera palestinese e il suo giubbotto con la scritta “press”. Per la stampa araba l’uccisione di Mortaja è il simbolo dei crimini di guerra perpetrati da Israele dall’inizio della marcia pacifica. 

Il giubbotto con la scritta “press” distingue i giornalisti durante i combattimenti e segnala che si tratta di civili disarmati. Sparare contro di loro è un crimine di guerra, come lo è farlo contro qualsiasi persona che non partecipi direttamente al conflitto. L’aumento di vittime tra i civili preoccupa le organizzazioni dei diritti umani: B’Tselem ha lanciato un appello rivolto ai cecchini israeliani affinché si rifiutino di sparare contro di loro, anche se hanno ricevuto l’ordine di farlo. 

Breaking the silence, un’organizzazione di ex militari israeliani, ha pubblicato una lettera di Shai, un ex sergente che aveva prestato servizio a Gaza e che, sei anni fa, chiedeva ai suoi superiori: “Com’è possibile che sparare su una manifestazione sia legale o morale?”. Shai non ha mai ricevuto una risposta. Allora lo ha richiesto. L’organizzazione per la difesa dei diritti umani Human Rights Watch è andata oltre e in un rapporto ha accusato Israele di aver premeditato gli omicidi. L’inchiesta svela che gli ufficiali israeliani hanno dato il via libera ai soldati di sparare contro i manifestanti disarmati. 

Il silenzio dell’opinione pubblica internazionale – in primis di quella statunitense – comincia a essere imbarazzante, scrive Ali Abunimah su Electronic Intifada. Abunimah ha analizzato gli account Twitter di deputati e senatori democratici americani. “Nessuno appoggia la lotta pacifica dei palestinesi”, ha scritto. La buona notizia è che “nessuno di loro ha twittato in sostegno a Israele”. 

Una presa di posizione chiara arriva invece della procuratrice della Corte penale internazionale, Fatou Bensouda, che in un comunicato sul “peggioramento della situazione a Gaza” dice che “la violenza deve finire”. L’Autorità Nazionale Palestinese ha aderito nel 2015 al Trattato di Roma che riconosce la Corte penale internazionale. La corte ha giurisdizione solo nel caso in cui “il governo di un paese è incapace o si oppone a perseguire crimini di guerra e crimini contro l’umanità”. Il 31 marzo, il giorno dopo l’uccisione dei 17 giovani palestinesi, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu si è congratulato con le truppe per avere “salvaguardato le frontiere del paese”. In un comunicato ha scritto: “Bravi i nostri soldati”. 

Il 1 aprile il ministro della difesa Avigdor Lieberman ha rifiutato la possibilità che sui fatti si svolgesse un’inchiesta indipendente: “Non coopereremo”, ha dichiarato alla radio pubblica israeliana. Vista la chiara “incapacità o contrarietà a mettere sotto inchiesta” l’esercito israeliano, la procuratrice Fatou Bensouda ricorda che il suo ufficio “sta monitorando la situazione in Palestina”. Non è ancora una vera e propria indagine, ma nuovi reati potrebbero “essere soggetti a un’inchiesta del mio ufficio”, ha detto Bensouda.

Catherine Cornet da Internazionale.it

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